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Lucia, le rughe e le mezze verità

Lucia, le rughe e le mezze verità «Ha letto qualcosa di agghiacciante»

Quel «mi vergogno per loro» significa tanto altro ancora

Lucia, le rughe e le mezze verità «Ha letto qualcosa di agghiacciante»

Alla fine, in questa giornata in cui tutta l’Isola ha fatto un interminabile giro sulle montagne russe, l’unica a essere rimasta piantata a terra è proprio lei. Lucia Borsellino. Coerente, seppur senza rispettare la consueta autoconsegna totale al silenzio. Fermiamoci. Per provare- così come abbiamo fatto in altri frangenti - a raccontarla dal suo punto di vista, questa brutta storia. Qualsiasi sarà il vero finale.  Fermiamoci. Provando a scansare passione di questi momenti. E magari a evitare i “torna-indietro”, bruschi quanto ipocriti, della politica siciliana, con una netta tendenza al ridicolo per alcuni esponenti del Pd. Il caso che rischia (va?) di far cadere il governo regionale può essere analizzato - e avere un peso - anche al di là dell’esatta corrispondenza di “quella” frase fra i brogliacci delle intercettazioni.

 

Certo, è dirimente scoprire se il primario Matteo Tutino abbia davvero detto al governatore Rosario Crocetta che «quella lì va fermata, fatta fuori come suo padre» così come anticipato da L’Espresso. Perché se fosse davvero così la situazione resterebbe congelata all’indignazione unanime spiaccicata ovunque fino alla nota della Procura di Palermo, nel pomeriggio. Già, la smentita. Secca, seppur “ragionieristica” nella sua forma. Che è anche sostanza. «Agli atti di questo ufficio non risulta trascritta alcuna telefonata tra il Tutino e il Crocetta del tenore sopra indicato». E allora ha ragione Crocetta a piangere e a disperarsi? Confessando, in un climax quasi brechtiano, di aver pensato «persino di farla finita» dopo aver annunciato di autosospendersi (e poi non farlo) da presidente della Regione. Oppure bisogna fidarsi del settimanale che «ribadisce quanto pubblicato», precisando che «la conversazione intercettata» risale al 2013 e «fa parte dei fascicoli secretati di uno dei tre filoni di indagine in corso sull’ospedale Villa Sofia di Palermo»?   Lasciamo l’interrogativo sospeso.

 

E proviamo a guardarla dall’angolo di visuale di Lucia, quest’ennesima giornata di fango. «Mi vergogno per loro», è l’unico commento in cui fa trasparire tutta la rabbia che si porta dentro da mesi. Un sentimento di rigorosa pietas, che nasconde a fatica un vulcano ribollente. Ma è possibile davvero che l’ex assessore Borsellino riceva – con rispettosa gratitudine – le telefonate di Mattarella, Renzi, Grasso e Boldrini, senza nemmeno avere il beneficio del dubbio che quell’intercettazione sia inesistente? Possiamo credere che Lucia la rigorosa (la quale, in questi, mesi ha fatto il pendolino fra l’assessorato alla Salute e la Procura) possa fidarsi dei lanci d’agenzia sullo scoop di un settimanale, per indignarsi con tutto il suo cuore?   Dietro quel «mi vergogno per loro» c’è tutto un mondo. Che è il piccolo mondo antico di Lucia, fatto di sani principi e di devozione alle istituzioni (senza nemmeno scomodare gli insegnamenti paterni), ma c’è anche un altro mondo. Un mondo di mezzo. Quello del cerchio magico di Crocetta. Camici bianchi, manager sanitari, grand commis di Palazzo d’Orléans. Tutti contro «quella lì», tutti impegnati a convincere Saro che «se ne deve andare». Tant’è che, prima del comunicato della Procura, nemmeno il presidente ed (ex) amico di Borsellino si avventura nello smentire sdegnosamente “quella” telefonata.

 

«Non ho sentito, forse ero in zona d’ombra», si giustifica Crocetta a caldo. In una via di mezzo fra Fantozzi davanti al “Mega–Presidente Arcangelo” e Berlusconi nella magistrale imitazione in cui sfugge all’intervistatore («Prontooo? Prontooo? ») perché messo all’angolo. Ma ammette, il governatore nel panico, che «è vero che Tutino parlava male di lei». E non soltanto Tutino, direbbero le carte. Non ci sono mezze misure, nel mondo che Lucia guarda dalla finestra. Dagli istinti ghigliottin–forcaioli di chi chiede subito la testa di Crocetta all’indignazione ipergarantista di chi invoca un dibattito sull’uso delle intercettazioni. Dall’invidia, non sempre sana, per l’annunciato scoop dell’anno alla goduria, giammai malcelata, per la potenziale bufala; con annesso retroscenismo da bar dello sport su una vendetta dell’autore dell’articolo (lo stimato e sempre corretto Piero Messina), fra i licenziati dal presidente dall’ufficio stampa della Regione. Tutti a sparare nel mucchio. Tutti a guardare il proprio immediato tornaconto, la propria misera rendita di posizione. Sia i colpevolisti, sia gli innocentisti.

 

E se il punto non fosse questo? E se l’intercettazione fosse verosimile, pur anche non fedelissima? E se provassimo a rimuovere, per un attimo, la schifosissima suggestione del «va fatta fuori come suo padre» e la conseguente profanazione della memoria di Paolo Borsellino? Magari ci accorgeremmo che ci sono – visti dall’angolo di visuale di Lucia – tutti gli elementi per esplodere in quel «mi vergogno per loro». Gli stessi che spiegano, nel Pd siciliano, il furore liberatorio (prima) e l’attendismo sospettoso (dopo). E allora può diventare verosimile, visto che mai smentito, anche ciò che abbiamo scritto su questo giornale nell’edizione dello scorso 1° luglio. Raccogliendo le voci che circolavano con insistenza a Palermo, anche fra le persone più vicine all’assessore.   Nessun dossier segreto, molti cronisti ne erano a conoscenza. Eravamo all’indomani dell’arresto di Tutino e alla vigilia delle dimissioni di Borsellino.

 

E in quelle carte, fra gli “omissis” dentro cui si favoleggiava di dialoghi da far sbiancare il comune senso del pudore – assist (in) volontario per il sequel alla puttanesca di Pietrangelo Buttafuoco? – ci sarebbero anche i dettagli di un patto segreto. Gli ostentatori, nelle intecettazioni, dell’amicizia con Crocetta (e non il presidente con uno di loro) si confrontano su come «fare fuori politicamente Lucia Borsellino», ci disse chi quelle carte le aveva sbirciate. E l’assessore – ci garantirono, confermandolo anche ieri – sarebbe a conoscenza di questi dettagli. Così come il presidente Crocetta. «Ed è proprio questa la cosa che l’ha fatta andare in bestia», raccontava una persona molto vicina a lei. «Non è affrontare e fronteggiare tutto ciò che l’ha impaurita, ma s’è sentita maledettamente sola», rivelano.

 

Già: la solitudine di Lucia. Facemmo un titolo all’indomani del tiro al bersaglio dopo il caso Nicole, la neonata catanese morta in ambulanza. Raccontando la danza nera dei camici bianchi che accerchiano Crocetta, già all’epoca tentato di accettare le dimissioni di Borsellino. Annunciate e poi non rassegnate. E facemmo tutti i nomi: gli stessi, tranne qualcuno, di quelli finiti nell’inchiesta di Villa Sofia. L’assessore, a una richiesta di intervista, ci rispose con un laconico sms, che conserviamo come un cimelio: «La storia è triste, ma è vera». Scusandosi della mancata disponibilità a un’intervista e chiedendoci di comprendere il suo «silenzio operoso» su «queste questioni».  

 

E restò in silenzio. Sola. Sempre più sola. Fino alla scena finale. Che non è l’inchiesta su Villa Sofia, né l’arresto del primario–nemico. Ma la lettura di qualcosa che ha sconcertato Borsellino. «Mi vergogno per loro», ha detto. E forse non si riferiva soltanto allo scoop in edicola. Perché in lei è scattata come «decisiva la delusione per la reazione di Crocetta ai particolari agghiaccianti venuti fuori dalle telefonate». Dovevano eliminarla. Se volessero farlo «politicamente» o «come suo padre», forse, è un dettaglio. Come potrebbe esserlo un’altra frase. Della quale cui un uomo delle istituzioni regionali è venuto a conoscenza: «Dobbiamo stirarle quelle rughe che ha sul cervello». Proposito, vero o verosimile, di chi non la voleva più alla guida della sanità siciliana. O magari innocua deformazione professionale di chi è abituato a ricostruire «glutei alla brasiliana». twitter@MarioBarresi

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