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Il direttore de L’Espresso Luigi Vicinanza:

Il Direttore de “L’Espresso” Luigi Vicinanza: «Intercettazioni ascoltate e poi verificate

E insiste: «Crocetta nasconde un’impressionante inadeguatezza»

Il Direttore de “L’Espresso” Luigi Vicinanza: «Intercettazioni ascoltate e poi verificate

Direttore Luigi Vicinanza, L’Espresso non molla. Anzi rilancia: copertina sul caso Crocetta.

«Nella copertina del numero in edicola domani (oggi per chi legge, ndr) usiamo le parole di Manfredi Borsellino: il calvario di Lucia. All’interno numerosi approfondimenti con le carte delle indagini. Tra i quali una precisa descrizione, firmata da Lirio Abbate, dello scenario di uno scandalo, quello del sistema Tutino, del quale non c’era alcuna percezione a livello nazionale».  

Ma non pubblicate le prove della frase che avete attribuito a Tutino: la Borsellino «va fatta fuori come suo padre».  

«Non ci sfugge che nella società di internet può essere un punto debole non tirare fuori file audio o documenti. Ma noi confermiamo la correttezza dei nostri cronisti, che hanno fatto un lavoro vecchia maniera. E anzi raccontiamo nel dettaglio tutto ciò che succede prima della pubblicazione di quel pezzo. A maggio 2014 uno degli investigatori fa ascoltare a Piero Messina e Maurizio Zoppi il brano di un file audio, descrivendolo come la dichiarazione di Tutino al governatore Crocetta sulla necessità di “fare fuori” l’assessore Borsellino».

E perché non l’avete pubblicata subito, quell’intercettazione?

«Perché, come d’altronde riportano gli atti dell’inchiesta, erano in corso intercettazioni, non soltanto telefoniche, nei confronti di Tutino. E in quel momento l’esistenza di questa attività era segreta e la pubblicazione avrebbe compromesso le indagini. Eppure noi andiamo avanti... ».  

In che modo?  

«Pubblicando, a giugno 2014, un’inchiesta, “Antimafia senza rughe”, sul sistema di potere di Tutino e sulle sue frequentazioni con alcuni magistrati. Esattamente un anno dopo arriva l’arresto di Tutino, a seguire le dimissioni della Borsellino. E arriviamo allo scorso 2 luglio, quando la stessa fonte di un anno prima contatta Messina, rammentandogli la storia dell’intercettazione. E gli scandisce, parola per parola, quella frase: “Lucia Borsellino va fatta fuori. Come il padre”. Oltre a descrivere il susseguente silenzio di Crocetta, inciso nei nastri. Ma i cronisti non si fermano qui: trovano altri riscontri, anche da fonti non investigative, e infine, il 13 luglio, incontrano un autorevole inquirente al quale sottopongono il testo dell’intercettazione, ricevendo una totale e chiara conferma».  

A quel punto vi buttate, no?  

«Non prima di aver contattato pure lo stesso Crocetta, per fargli fornire la sua versione. Ma la richiesta di un incontro, in un primo momento concordato via sms con il suo staff, cade nel vuoto».  

Fin qui la ricostruzione del lavoro giornalistico. Ma dopo il pezzo, con la bufera susseguente, arrivano le smentite dalla Procura di Palermo e non solo. A questo punto l’intercettazione - di fatto - non esiste più. E, fino a controprova, passerà alla storia come una bufala.  

«Noi prendiamo atto delle smentite di più Procure siciliane sull’esistenza, agli atti, di quella frase. Ma sia chiaro: noi non vogliamo sfidare i magistrati. Non è una guerra fra “L’Espresso” e le Procure. Lavoriamo, con ruoli diversi, per l’accertamento delle verità».  

Verità al plurale. Verità parallele? Significa che è vera la smentita delle Procure, ma è altrettanto vero lo scoop dell’Espresso?  

«Sì, possono essere verità parallele. Noi ovviamente siamo certi di dimostrare la correttezza e la veridicità del nostro lavoro in qualsiasi sede».  

Anche perché Crocetta, che parla di dossier finto, vi ha citato per danni chiedendo 10 milioni di euro...  

«Crocetta adesso sta sfruttando la situazione per nascondere un’impressionante inadeguatezza. Ma non voglio allontanarmi dall’argomento. Anch’io dico: la politica si assuma la sua responsabilità. Si è aspettato il pezzo dell’Espresso per accorgersi di un contesto che era evidente e che quasi nessuno, e voi de “La Sicilia” siete stati fra le poche eccezioni, aveva descritto? Ammesso e non concesso che quella frase non ci sia, il contesto di ostilità diffusa nei confronti della Borsellino era chiarissimo. Anche allo stesso Crocetta, che quando è uscita l’anticipazione non ha nemmeno finto meraviglia. Poteva dire: “Per come conosco Tutino, non potrebbe mai avere detto queste cose! ”. E invece ha ammesso di averlo sentito parlare male della Borsellino, giustificando con una zona d’ombra il silenzio seguìto a quella frase. Era tale e tanta la virulenza, l’ostilità nei confronti della Borsellino... ».  

Se è per questo anche le più alte cariche dello Stato, compresi Mattarella e Renzi, subito dopo le anticipazioni delle agenzie, si sono precipitate al telefono per esprimere solidarietà all’ex assessore... Può essere che nessuno di loro avesse preso informazioni sulla veridicità dello scoop prima di alzare la cornetta?

  «Evidentemente il nostro servizio ha incrociato, diciamo così, un sentimento diffuso anche a Roma, frutto di una situazione che è nei fatti. Ma che nessuno, ripeto, era riuscito a svelare prima in tutta la sua evidenza. Del resto bastava la lettera di dimissioni della Borsellino: un urlo soffocato, come scrivo nel numero in edicola, strappato al velo di accondiscendente ipocrisia dietro il quale si volevano avvolgere e impacchettare le dimissioni dell’assessore».  

Qualcuno ha pure ipotizzato, lasciando perdere le dietrologie golpiste e le spy story, che l’uscita dell’Espresso sia stata un “aiutino” di De Benedetti a Renzi per liquidare la pratica Crocetta...  

«Semmai sbagliamo, sbagliamo da soli. Così come quando facciamo le cose bene, lo facciamo da soli. Pensa che per qualcuno “L’Espresso” è pure anti-renziano... Questa lettura, ovviamente falsa, dimostra ancor di più la correttezza del nostro lavoro, che non è influenzato da nessuno». twitter: @MarioBarresi

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