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Ecco chi è il superboss degli scafisti

Ecco chi è il superboss degli scafisti che gestisce il business degli sbarchi

Ermias Ghermay, l’eritreo che tiene in scacco le polizie europee

Ecco chi è il superboss degli scafisti che gestisce il business degli sbarchi

E’ eritreo o forse etiope, è di bassa statura e ha una corporatura robusta, ha una quarantina d’anni, veste all’occidentale e parla diverse lingue dall’arabo al tigrino, dall’inglese all’italiano e, soprattutto, è il capo dell’organizzazione che riempie i barconi in partenza dalla Libia diretti verso l’Italia. Il suo nome è noto anche alla Procura di Palermo che ha chiesto la sua cattura nell’operazione “Glauco”.

 

Si chiama Ermias Ghermay ed è l’uomo ritenuto il capo dei trafficanti che riempiono in Libia i barconi di disperati spedendoli in Italia. Il suo nome per la prima volta venne fuori nei giorni successivi alla strage del 3 ottobre del 2013 a Lampedusa costata la vita a 366 profughi. Fu intercettato e al telefono si sfogava con un suo socio: «Solo il mio viaggio ha avuto un’importanza mediatica così elevata. Tante altre persone sono partite, con altri organizzatori, non arrivando mai a destinazione diventando cibo per pesci e nessuno ne ha mai parlato».

 

Al telefono descrive i barconi stipati di profughi fino all’inverosimile. A ogni migrante dà un numero, una sorta di codice che comunica ai cassieri dell’organizzazione per tenere la contabilità dei pagamenti versati per ogni fase del viaggio e sotto di sé ha decine di persone. È cinico e spietato, ma, come hanno raccontato centinaia di migranti agli investigatori, non è mai violento. Ermias Ghermay vive a Tripoli e nel quartiere di Abu Sa, dove si dice abiti, tutti o quasi sanno che se vuoi partire per arrivare clandestinamente in Italia devi rivolgerti a lui. Si sposta spesso nei porti di Zuwara, Zawia, Garabulli da dove i barconi prendono il largo per assicurarsi che tutto funzioni al meglio.

 

Avere il suo numero di telefono – secondo le decine di testimonianze raccolte – non è nemmeno così difficile anche perché per Ermias farsi trovare senza problemi è essenziale per il suo business. Solo che il boss degli scafisti è più scaltro delle Polizie europee e di quelle del Maghreb che gli danno la caccia da anni, senza mai riuscirlo ad acciuffare. I profughi, quando parlano di Ermias, non hanno mai parole di odio o di risentimento. Del resto è lui l’uomo che permette loro di trovare un posto su un barcone e di arrivare in Italia. Basta pagare dai 1500 ai 2500 dollari americani. E ogni barcone frutta al suo business anche 250 mila dollari. Gli investigatori hanno contato almeno 15 viaggi verso la Sicilia organizzati da lui: 5.000 persone in meno di un anno. Questo fa capire perché deve essere molto ricco.

 

Talmente ricco, si sospetta, da essersi comprato la protezione di importanti pezzi delle Istituzioni (se ancora di Istituzioni si può parlare in un Paese dilaniato dalla guerra) in Libia. È lui stesso del resto che al telefono parla di contatti con la «polizia libica» e di un «capo» che viaggia spesso in Arabia Saudita. Cinico e spietato ma efficientissimo: è lui che dà l’incarico ai suoi uomini di prendere in consegna i profughi e di portarli a bordo di camion in un vero e proprio «campo di raccolta» che si trova, secondo il racconto dei testimoni, in una fattoria alla periferia di Tripoli. Una volta versato quanto dovuto su un conto – spesso su banche sudanesi che la stessa organizzazione comunica – passa al massimo un mese e si parte. Il racconto dei testimoni è sempre lo stesso e dunque attendibile: si arriva a Tripoli e si contatta Ermias, lui fornisce i codici per versare in soldi, fa trasferire i «passeggeri» nella fattoria situata in campagna a due passi dal mare e si aspetta.

 

E per tutti quelli che provano a fare la traversata – spesso una vera roulette russa – Ermias ha un solo consiglio: «Appena arriverete in Sicilia pensate subito a scappare verso il nord». Ora Ermias Ghermay è diventato un «personaggio» globale. Persino la britannica Sky News gli ha dedicato un’inchiesta dove sono state richiamate le carte, le testimonianze e i racconti raccolti dalla Procura di Palermo e prima ancora da quella di Agrigento, che già poche settimane dopo la strage di Lampedusa lo aveva individuato come il boss dell’organizzazione che gestisce il traffico di essere umani tra le due sponde del Mare Mediterraneo.

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