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Tra le case da demolire a due passi dai Templi

Tra le case da demolire a due passi dai Templi

Agrigento, ecco gli otto edifici abusivi all’interno dei confini del Parco archeologico a rischio ruspe

Tra le case da demolire a due passi dai Templi
AGRIGENTO. C’è un ovile, ma anche un immobile con addossate alcune baracche di legno e lamiera, un muro di cinta lungo una cinquantina di metri e cinque edifici veri e propri, con la camera da letto, la cucina e pure il bagno che solo Dio sa dove scarica i suoi reflui. In comune hanno che sono stati costruiti abusivamente all’interno dei confini del Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento e, soprattutto, che su tutti e otto pendono delle sentenze passate in giudicato che ne ordinano l’abbattimento e che, per ragioni – chiamiamole così – sociali, non sono mai state eseguite. Sentenze non di ieri o l’altro ieri, ma vecchie anche di ventitré anni (ce n’è una del marzo del 1992) ed emesse addirittura dal pretore di Agrighento, prima ancora cioè che fosse introdotta la riforma dell’ordinamento giudiziario. Si tratta insomma di archeologia della giustizia ed è un paradosso in un posto come questo in cui l’archeologia è o dovrebbe essere tutto. Le ruspe, naturalmente, come accaduto l’anno scorso con gli scheletri che deturpavano la Scala dei Turchi, arriveranno perché è intervenuta pesantemente la Procura di Agrigento. Il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo ha preso carta e penna e ha scritto al Comune: «Ci sono delle sentenze passate in giudicato, se non verranno eseguite si può configurare ai danni dei funzionari e degli amministratori il reato di abuso in atti d’ufficio e omissione». Per l’Utc una specie di liberazione perché di fronte ad un avvertimento così, anche di fronte agli stessi abusivi, non possono né insabbiare e nemmeno rinviare alle calende greche. Stamattina per esempio al Comune di Agrigento c’è in programma la gara d’appalto da 115 mila euro per affidare i lavori e procedere alle demolizioni. Il clima è comunque molto diverso rispetto al 2001 quando persino l’allora vescovo Carmelo Ferraro si mise alla testa di una manifestazione di abusivi della Valle dei Templi che protestavano perché – dopo diverse gare d’appalto andate a vuoto – arrivarono le ruspe del Genio Militare. Tirarono giù quattro scheletri e poi basta. Ma stavolta le ruspe, se arriveranno, arriveranno nel silenzio. Gli stessi abusivi, prima organizzati in attivissimi comitati, sembra si siano ormai rassegnati. Rispetto a quattordici anni fa è cambiato che forse nemmeno i loro figli vogliono continuare a vivere – sempre che già non siano emigrati – in una casa con la spada di Damocle della ruspa dietro l’angolo e di una sanatoria impossibile. Resta però solidissima la solidarietà tra loro. Una volta erano decisivi anche per eleggere i sindaci. E, per esempio, Calogero Sodano, ex sindaco e senatore ha una condanna definitiva per non avere combattuto l’abusivismo edilizio. Oggi dire che sono irrilevanti è eccessivo, ma di sicuro il peso specifico è cambiato (in peggio, dal loro punto di vista). I proprietari degli abusi da abbattere – ma in totale le violazioni urbanistiche censite all’interno della Zona A si aggirano intorno alle 600 – sono per lo più anziani. C’è chi ha 84 anni, chi addirittura 94 (ma sono tutti oltre i 70, escluso un signore che di anni ne ha 57). Per tutti c’è sul groppone la condanna per abusivismo e una sentenza a cui non hanno ottemperato. A Poggio Muscello, un colle che sarà lontano in linea d’aria dai Templi un chilometro e mezzo, e che si trova a metà strada tra Villaggio Mosè e San Leone, si conoscono tutti perché tutti hanno condiviso le stesse vicissitudini. Ma basta chiedere dove si trova la casa del signor Tizio o del signor Caio, insomma proprio quelle case da abbattare, e nel quartiere scatta la solidarietà del silenzio. «Non lo conosco» spiega a modo suo un signore anziano dietro un cancello mentre a fatica trattiene il cane che abbaia quando gli si fa il nome di uno della lista. Inutile fare domande: «Non so niente». Da queste parti c’è anche l’ovile che da 23 anni dovrebbe essere demolito e che invece è ancora in piedi. Poggio Muscello è pure piuttosto alta. Da un cancello di una villetta, basta guardare tra le inferriate, e sullo sfondo si nota subito il tempio di Giunone. La vista è insomma mozzafiato. La via che attraversa Poggio Muscello è un budello che sarà largo al massimo tre metri e lungo quasi un chilometro e mezzo. Se incroci un’altra macchina non si passa, a meno che non ti infili in un cancello lasciato aperto o in una rientranza. A destra e a sinistra ville e villette e case più modeste. Pochissime sono state costruite con la licenza. Alcune però sono nella Zona A, un’area dove dal 1968 è vietato piantare pure un chiodo. L’altro versante è zona B, dove la cubatura dovrebbe essere molto modesta ma dove invece spesso non lo è affatto. Qui però la chimera sanatoria è un sogno sempre presente e mai del tutto sopito. Basta proseguire per questa strada e si arriva in via degli Imperatori. È considerata San Leone, la località balneare di Agrigento, ma il mare non è vicinissimo. Qui sono due i manufatti che dovrebbero essere demoliti. I proprietari sono sulla carta – al solito – ultrasettantenni. Le vie che si dipanano dalla strada prendono il nome, appunto, dagli imperatori del passato. Non quelli romani ma quelli normanni. «Io ho costruito trent’anni fa – ha raccontato Antonio, un signore sulla sessantina super abbronzato – e non avevo altra scelta. I miei genitori mi hanno lasciato questo pezzo di terra dove però non si poteva costruire. Ma all’epoca i controlli non erano come ora... ». Il fenomeno abusivismo è ora infatti pressoché azzerato nelle zone archeologiche di Agrigento. Ci sono più controlli certo, ma anche la consapevolezza che sfidare la sorte non è più conveniente. Lo sanno bene i quattro del 2001 che hanno visto le ruspe con le stellette ridurre in polvere il loro «investimento» e l’anno prima se ne erano accorti gli eredi di un boss della mafia a cui lo Stato ha confiscato un magazzino a due passi dai Templi e per prima cosa decise di demolirlo. Segnali che comunque fecero capire che la musica era cambiata. Se cambia anche ora si vedrà solo tra qualche ora: il Comune ha invitato cinque ditte a presentare un’offerta per demolire gli otto manufatti. Ma a Palazzo dei Giganti pochissimi scommetterebbero sul fatto che anche una sola di esse si presenterà con un’offerta.

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