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Dal rancore al perdonoI sopravvissuti di Nagasaki a Catania

Dal rancore al perdono I sopravvissuti di Nagasaki a Catania

«Se prima il mio messaggio era “non dimenticare”, oggi è divenuto “mai più”: il mio sentimento di rabbia si è trasformato in perdono». La testimonianza di 8 "hibakusha" ospiti a Catania lo scorso maggio.

«Erano le 8.15 del 6 agosto 1945, di colpo sentii un rumore assordante e fui abbagliato da una luce fortissima. Sembrava che Hiroshima avesse due soli, in cielo apparve una enorme palla di fuoco e, in un istante, la città venne invasa da un mare di fiamme. Avevo quattro anni, ma ricordo quegli attimi come se fosse oggi: stavo sul mio triciclo davanti casa, a circa tre kilometri e mezzo dall’epicentro dell’esplosione, e fui fortunato perché il muro di un edificio mi protesse. Mentre venivo scaraventato per alcuni metri mi resi conto che le finestre della mia casa erano andate in frantumi e una colonna di fumo si ergeva sempre più in alto. Mi rialzai piangendo e corsi dentro, dove trovai mia madre che mi condusse in uno scantinato. Così mi salvai, mentre fuori cadeva una pioggia nerastra».

A parlare è Masao Ito, uno degli otto “Hibakusha” (i sopravvissuti alle stragi di Hiroshima e Nagasaki) che lo scorso 15 maggio hanno fatto tappa a Catania con la “Peace Boat”, una vera e propria nave della “memoria” portatrice di un messaggio di pace. Il signor Masao, assieme agli altri sopravvissuti - Nobuo Miyake, Hiromitsu Morita, Takako Kotani, Masaki Hironaka, Soh Horie, Shizuko Mitamura e Hiroe Kamada – sono stati ospiti prima a Palazzo degli Elefanti (dove hanno incontrato il Sindaco di Catania e le autorità) e poi presso l’istituto A. Vespucci, per l’evento “I was her age”, rivolto agli studenti delle scuole catanesi.

All'incontro hanno partecipato anche l'assessore Rosario D'Agata, il commissario dell'Autorità portuale Cosimo Indaco, il rappresentante di Pax Christi e Libera Catania Vincenzo Pezzino e il promotore dell’organizzazione “Sindaci per la Pace” Aaron Tovish. Quest’ultimo ha introdotto l’incontro “I was her age” tenutosi al “Vespucci” e moderato da Giuseppe Vinci. «Voglio raccontarvi una storia». Ha detto Tovish rivolgendosi a studenti e genitori. «Una giovane madre si trovava nel Parco della Pace a Hiroshima assieme a sua figlia. Chiacchierando con una signora anziana si rese conto di avere di fronte una sopravvissuta al bombardamento del ‘45. Quando le chiese quanti anni avesse all’epoca ella rispose indicando la bambina: avevo la sua età». Durante la mattinata gli otto “Hibakusha” hanno dialogato con i presenti portando la loro testimonianza diretta di una delle pagine più tristi della storia del mondo. 

«In quel terribile giorno – ha spiegato ancora Masao Ito – persi i miei fratelli maggiori. Erano andati a scuola e mio padre li cercò invano per tutta la città. Lo stesso giorno mise a disposizione il capannone della sua azienda per la moltitudine di feriti che si riversavano in strada. Faceva molto caldo e parecchi di loro morirono a causa delle gravi ustioni e per l’assenza di farmaci. Durante la settimana successiva i cadaveri vennero bruciati in un piazzale prima che si decomponessero. L’odore di un corpo cremato non si dimentica facilmente e, sebbene fossi appena un bambino, la scena è rimasta impressa nei miei occhi. Dieci anni dopo i miei genitori morirono di tumore a causa delle radiazioni».

Gli “Hibakusha” hanno quindi raccontato delle difficoltà negli anni successivi alla strage. «Inizialmente il governo, in seguito alla resa e sotto pressione USA, cercò di nascondere gli effetti del nucleare». Ha detto Nobuo Miyake, che all’epoca aveva 16 anni. «Con il tempo, tuttavia, l’aumentare dei casi di malformazioni su persone e animali e la pressione dei movimenti sociali, portò all’istituzione di cure gratuite». A sorprendere gli studenti, infine, l’assenza di rancore nelle parole dei testimoni. «La guerra – ha concluso Masao Ito - avviene tra i paesi, ma le relazioni personali vanno al di là. La pace deve basarsi sull’aiuto verso chi è in difficoltà. Ricorderò sempre quale paese ha sganciato quella bomba, ma se prima il mio messaggio era “non dimenticare”, oggi è divenuto “mai più” e il mio sentimento di rabbia si è trasformato in perdono».

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