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Ivan Lo Bello: «Io fuori da un incubo. Ora mi dedico al rilancio del sud-est siciliano»

Colloquio con il presidente di Unioncamere dopo l'archiviazione dell'inchiesta Tempa Rossa nella quale era rimasto coinvolto

Ivan Lo Bello: «Io fuori da un incubo. Ora mi dedico al rilancio del sud-est siciliano»

«Perché non esisteva nessun reato», giura Lo Bello. «La mia famiglia, mia moglie e le mie figlie hanno sempre creduto in me. So comunque che per loro è stato un momento difficile da affrontare». Ma non per lui, assicura. «E questo per due semplicissime ragioni: non avevo fatto nulla di nulla, e per la fiducia assoluta che ho nella magistratura». Anche nei momenti più complicati. Anche quando per tre settimane è stato sulla bocca di tutti («ed è stato vergognoso quel che è accaduto, chi racconta i fatti dovrebbe tenere in considerazione che parla della vita delle persone, di fatti inesistenti»). Rabbia sì, almeno all'inizio. Come quando l'inchiesta ha sfiorato anche il ministro Delrio («una persona integerrima, di grande qualità»).

Un capitolo, quello dell'inchiesta, che Lo Bello ha già chiuso. E allora è tempo di (ri)tuffarsi nei progetti della sua terra. Un enorme lembo di terra che parte da Catania e arriva fino a Siracusa e poi ancora più giù. Catania, Siracusa e Ragusa c'è un filo rosso che unisce questi territori: diversi ma legati tra loro. Siracusa e Ragusa possono essere considerati territori gemelli e hanno molte caratteristiche in comune. Poi è successo quello che si immaginava dal punto di vista del turismo con un interesse sempre crescente da parte degli investitori. «Vuole un esempio? Non immagina quante persone, prevalentemente del centro-nord del Paese, abbiano comprato belle ville nelle città e nelle campagne». E la zona è sempre la stessa. «Quella che va da Ortigia e arriva a Scicli. Questo perché Siracusa e Ragusa sono cambiate insieme e in modo molto armonico». Province au pair.

«Ragusa è una provincia laboriosa, cresciuta grazie agli sforzi dei ragusani. Un territorio in grado di raggiungere obiettivi importanti. Ad esempio nel campo della ristorazione di Ibla. Anche Siracusa ha avuto una crescita importante. Una nuova filiera che parte da Ortigia, che sia detto per inciso ancora mi emoziona per la sua bellezza, e arriva fino al Ragusano».

Ma perché questa proposta non è mai decollata? «Non è vero che non è mai decollata e lo dimostra anche l'attenzione che questa parte di territorio sta ricevendo. Certo si può fare di più e meglio». E non poteva essere utile un processo di accorpamento anche delle Camere di commercio, ad esempio? «Ci sono percorsi che sono stati avviati e probabilmente non è utile o conveniente mettere insieme un gran numero di soggetti su un territorio così vasto. Questo non impedisce però che ci sia una stretta e proficua collaborazione tra i territori. Non si tratta di definire chi è più forte e chi meno, ma pensare a un programma comune che si sviluppi secondo le caratteristiche. Alcune di quelle di Siracusa sono comuni a quelle di Catania, altre invece avvicinano di più Ragusa a Siracusa. Ogni diversità deve diventare ricchezza. Bisogna guardare anche alla presenza industriale perché non possiamo non rafforzare questo progetto. Una industria innovativa, che metta insieme la migliore e innovativa agricoltura e la forza delle nuova industria».

E poi la vera sfida. L'insieme di colori, odori, sapori, paesaggi: il sud-est. «Mettere insieme Scicli, Noto, Ortigia, Modica, l'Etna, fino a Taormina. Tanti campanili per un solo campanile. Non credo ci siano competitor che possano offrire di più».

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