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Migranti, in 548 sbarcati a Palermo

Migranti, in 548 sbarcati a Palermo Prefetto, non sappiamo dove sistemare minori

Quattrocento degli sbarcati nel porto del capoluogo siciliano verranno smistati in otto regioni

Migranti, in 548 sbarcati a Palermo Prefetto, non sappiamo dove sistemare minori

Sono arrivati al porto di Palermo, a bordo della nave Vega, 548 migranti salvati davanti alle coste della Libia. Molti i minori non accompagnati, ben 130, che saranno presi in carico dai servizi sociali del Comune di Palermo. Ad accogliere i profughi sul molo Puntone sono stati gli operatori dell’Asp, della Croce rossa, della Prefettura, della Protezione civile e della Caritas.

 

Quattrocento degli oltre 500 profughi verranno trasferiti nelle prossime ore in otto regioni italiane. A darne notizia è il prefetto del capoluogo siciliano, Francesca Cannizzo, che spiega: “Cento migranti verranno trasferiti in Toscana, 50 in Lombardia, 50 nel Veneto, altri 50 in Abruzzo, 50 in Emilia Romagna, 50 nelle Marche, 25 in Umbria, e altri 25 in Basilicata”. Resteranno a Palermo, al momento, soltanto i 130 minori non accompagnati sbarcati con gli adulti sulla nave militare Vega. Rispetto a questi ultimi, lo stesso prefetto ha ammesso di non sapere, al momento, in quale struttura potranno essere sistemati. “Purtroppo tutte le strutture in zona sono colme - ha aggiunto Cannizzo - e come tutti sappiamo le strutture per i minori sono diverse da quelle per gli adulti, proprio perchè il minore ha una tutela maggiore. Ma sono certa che entro questa sera riusciremo trovare una sistemazione e i ragazzi avranno un letto su cui dormire”.

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Sull’arrivo della nave Vega è intervenuto anche il cardinale Paolo Romeo, arrivato al porto del capoluogo siciliano per accogliere i migranti. “Noi come chiesa - ha detto Romeo - non possiamo non accogliere i pellegrini”. “Noi alle persone che bussano - ha aggiunto il cardinale - non andiamo a chiedere qual è il loro stato... Queste persone sradicate dalla loro cultura, dalla loro terra portano profondamente questa cicatrice. Quando si sentono i loro racconti, sono momenti dolorosi”.

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