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Viaggio in auto nella strada “discarica”

Viaggio in auto nella strada “discarica” slalom tra cumuli di rifiuti e prostitute

La ss 385 Catania Caltagirone ridotta in condizioni pietose

La ss 385 Catania Caltagirone ridotta in condizioni pietose FOTO

Viaggio in auto nella strada “discarica” slalom tra cumuli di rifiuti e prostitute

Caldo torrido. Sono passate da poco le 14. La statale, ridotta in condizioni pietose, a un certo punto comincia a scorrere sotto una grande discarica di rifiuti. I primi segnali di questa vicinanza si erano avuti dai rivoli di rifiuti accumulati ai bordi della strada. Saranno stati i camion ormai sgangherati che riversano ogni giorno la spazzatura di tanti centri. L’effetto è curioso. Sembra quello di una nevicata ormai passata che ha lasciato le sue tracce ai lati della strada e, in parte, anche al centro. Ma non è neve. E’ spazzatura. Per chilometri e chilometri le tracce lasciate dai camion danno già la sensazione di una sporcizia ormai maledettamente integrata con l’ambiente circostante. Addirittura stanziale. E chissà da quanto tempo.

 

Paesaggio sordido, buono per quella cinematografia che immagina per l’umanità un futuro tetro che qui già c’è. Avanzando sempre più e costeggiando quelli che sembrano bastioni di un centro abitato arroccato e non sono, invece, altro che i contrafforti della gigantesca discarica, il fetore diventa insopportabile.     

 

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“Sigilliamo” l’auto ma è tutto inutile. L’olezzo delle tonnellate di rifiuti ci avvolge completamente. Finestrini e impianto di aerazione chiusi sono impotenti davanti al frutto più cospicuo di una civiltà che certamente tale non può essere se non riesce a fare fronte a qualcosa di mostruoso quanto, purtroppo, quotidiano.     Ma l’animo umano, se ancora esiste, qui ha ben altri motivi per interrogarsi. La strada - in questo stesso tratto, quello più fetido - è disseminata di donne di colore costrette a vendere il proprio corpo. E a farlo in un angolo del mondo dove già l’umanità produce un simile disgusto. Sono nigeriane, ghanesi, del Gabon. Immaginiamo di ogni angolo dell’Africa più povera e disperata. E solo una disperazione forte e avvinghiante come il senso stesso della volontà di sopravvivenza, può portarle qua. Ai confini - morali - del pianeta Terra dentro una enclave dove la dignità umana è ferma a secoli fa. Oppure è già terribilmente proiettata nel futuro.    

 

Qui, al riparo dai flussi di traffico più intensi, ti vengono incontro, ti chiamano. Ma senza alcun accenno di sorriso. Con lo sguardo da condannate. La strada pullula di donne a cui è stata quasi sempre strappata a forza ogni dignità e, in molti casi, anche una infanzia e una adolescenza “umane”, pur nelle varie interpretazioni che di questo vocabolo se ne fa su questo pianeta. Sono tutte giovani o, spesso, giovanissime. Lo deduci, faticosamente, dai volti straordinariamente inespressivi come certi ritratti che altrettanto inquietano e pongono interrogativi. Il loro “lavoro”, già terribilmente degradato e degradante, è svolto in un ambiente che umano non può certamente dirsi.    

 

Quel fetore intollerabile a cui automobilisti e camionisti non riescono a sottrarsi neanche sigillandosi, le avvolge totalmente. Le brutalizza prima ancora di ogni altra cosa. In pieno agosto il termometro era ben oltre i 30 gradi. E’ uno scenario disumano.   Lo scenario, dicevamo, è una strada statale ma ormai quasi tutti transitano da una strada gemella che corre parallela. E’ difficile pensare di avventurarsi in tanto disgusto potendolo evitare. Da lì, in pratica, passano solo - ma di continuo - i camion che continuano a versare tonnellate e tonnellate di rifiuti e i clienti.    

 

Ma non è, questo, il reportage di un viaggio estivo in un angolo dell’Africa. Ma “solo” quello che accade alle porte di una città sedicente “europea”, Catania. La strada statale è la numero 385 dello Stato Italiano. La discarica è quella di Grotte San Giorgio, in territorio di Lentini. I rifiuti che vi confluiscono sono quelli di mezza Sicilia. Quelle ragazze, quelle donne senza volto e senza speranza, erano sbarcate da chissà quanti Paesi africani cercando un futuro, un po’ di umanità e forse anche solidarietà. E trovando invece ben altro. “Se questo è un uomo” si chiedeva Primo Levi.    

 

Qui viene da chiedersi se questa è Europa. O, magari, soltanto “terra di mezzo”, periferia geografica, e non solo, di quello da cui quelle donne sono fuggite con una speranza che qui annega nel fetore di una società ormai cieca.

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