home page| open menuNotizie Locali

WHATSAPP: 349 88 18 870

WHATSAPP: 349 88 18 870

Dall’orrore all’intolleranza

Dall’orrore all’intolleranza ora è caccia all’uomo nero

Palagonia, tra i 14 profughi in parrocchia: “Non abbiamo colpa”

Dall’orrore all’intolleranza ora è caccia all’uomo nero

PALAGONIA. La piccola Febronia ce l’ha fatta. Proprio mentre dalle case cinte da finestre con le sbarre di ferro fuoriesce il gracchiare del tg di metà mattina, la bambina dai riccioli ribelli sfugge al controllo dei genitori. «Aprite le parrocchie ai profughi», (ci) dice il Papa. «Non uscire da questa porta», (le) dice il papà. Due saltelli, quattro passi felpati e poi una corsa, con gli occhi furbetti di chi sa di aver disobbedito. Ma la fuga per la libertà dura pochi secondi: «Torna dentro. Subito». In via Vincenzo Bellini quello che auspica Bergoglio ce l’hanno sbattuto in faccia da quasi un anno. L’ultima casa a destra, alla fine dell’asfalto. Proprio sotto l’orrendo cassonetto blu che campeggia dalla piazzetta davanti a San Giuseppe. La stessa chiesa dei funerali di Vincenzo Solano e Mercedes Ibanez, uccisi dall’ivoriano Mamadou Kamara.

 

La stessa parrocchia che, ben dell’invito del Vaticano, accoglie i profughi. Non una famiglia, ma una ventina di persone (oggi sono in 14) in un centro Sprar ricavato nei locali del catechismo. Vivono qui, barricati, dopo che «quel porco» ha ucciso i coniugi nella villetta a poche centinaia di metri da qui. No, Febronia non può uscire. Perché i suoi genitori hanno paura. Così come quasi tutti i residenti di questa strada obliqua con la vista sulla vallata. Hanno raccolto le firme, decine, per «mandare via quelli lì». E Maria Pisano, intenta a ripulire l’uscio di casa, chiarisce il concetto: «Se ne devono andare perché hanno rovinato la nostra vita. Qui prima mettevamo le sedie in strada e passavamo le serate a chiacchierare fra vicini, ora abbiamo paura anche quando dormiamo la notte». Precisando: «Ma noi non siamo razzisti». Nel centro pastorale, al terzo piano, l’altra metà di questa storia. Bellissima, bruttissima. Migranti dell’Afghanistan, del Bangladesh e del Pakistan. Prigionieri della paura dopo aver riconquistato la libertà con coraggio. Non escono, temono la caccia al nero; anche se loro non sono neri neri. «Siamo scappati dalla guerra – ci confida un ragazzo dal balcone – e adesso siamo dentro un’altra guerra, contro di noi che non abbiamo colpa dell’omicidio».

 

Anche sul destino del killer ivoriano, qualcuno dei ragazzi dello Sprar ha le idee piuttosto chiare: «Cosa gli fanno qui? Lo mettono in galera? Da noi la polizia gli mette la benzina addosso e gli dà fuoco». A Palagonia la bellezza e la bruttezza non hanno vie di mezzo. Si aggrovigliano, si accavallano, fanno a botte. Ma alla fine convivono. Magari per inerzia. E così è facile – dopo essersi smarriti fra le viuzze sgarruppate e gli scheletri di cemento abitati che ti ricordano la vecchia Beiurut bombardata – scoprire scorci di un centro storico incantevole e fiero. Dalla piazza del municipio, in lontananza, si ode un megafono che gracchia parole un appello ben diverso da quello di Francesco: «Basta immigrazione, basta clandestini: delinquenti fuori dai confini». Avvicinandosi al corteo ci si imbatte in uomini e mezzi di polizia e carabinieri in tenuta antisommossa. In strada alcune decine di manifestanti di Forza Nuova.

 

«Bisogna chiudere subito il Cara di Mineo – argomenta il vicesegretario nazionale Giuseppe Provenzano – perché è un coacervo di violenza e degrado, sfruttato da un governo che fa business e compravendita di voti». Ma a sfilare sono anche tanti cittadini che non sanno manco cosa sia Forza Nuova; o magari lo sanno e non gliene importa nulla. Giuseppe Panebianco è un operaio palagonese: «In questa settimana sono stato fuori paese e voglio fare sentire la mia voce. Qui si moriva già di fame e adesso si muore pure per colpa di questi che stanno dentro un albergo a spese nostre». Sull’ipotesi di chiusura del Cara è meno tranchant: «Dev’essere controllato, 24 ore su 24. Li dobbiamo tenere lì? Allora teniamoli chiusi». Molti palagonesi restano sul marciapiede. Osservano. Annuiscono in silenzio, pur senza sfilare. Ignavia? Tutt’altro: «Ora lasciateci in pace anche voi giornalisti – sbotta un anziano facendo roteare in modo involontariamente minaccioso il bastone di legno pregiato dalla testa di cavallo – perché la festa è finita. Ve ne dovete andare: i niuri e i giornalisti... ».

 

Davanti al bar della piazza, mentre passa il corteo di estrema destra, c’è un osservatore non certo distante da loro. Gianluca Mazzola ironizza: «Quando hanno fatto la radiografia dentro il pancione di mia moglie il nostro piccolino aveva la camicia nera... ». Poi torna serio e, da lavoratore del Cara, ammette: «Noi siamo i primi a essere inorriditi, il colpevole lo devono rinchiudere e buttare le chiavi». Ma non si può buttare «il patrimonio di umanità e di professionalità che c’è nel centro, dove centinaia di persone, compresi i palagonesi, lavorano con orgoglio». Un brav’uomo. Che rischia, come tanti altri, di perdere il lavoro. Senza alcuna colpa: né sugli affari di Odevaine e soci, né sul duplice omicidio nella villetta. Anche di questo, prima o poi, si dovrà tenere conto. Molto più battagliero un gruppo di donne nel cuore del corteo.

 

«Devono chiudere tutto e mandare tutti via», taglia corto Maria Cristina Pillirone. Ricordando che «l’omicidio dei coniugi è solo l’ultimo una lunga serie di fatti gravi, perché questi migranti girano ubriachi di notte, rovistano nei cassonetti e sono violenti». E Mamadou, l’omicida, «quella notte bussò alla porta di mia zia, poteva essere pure lei la vittima». Non fa sconti nemmeno Enza D’Angelo, premettendo che «Palagonia e i palagonesi si erano aperti all’integrazione, ma gli emigrati ci hanno traditi, ricambiando l’accoglienza con la violenza». Anche lei è per smantellare qualsiasi centro di accoglienza, piccolo e grande. «Che poi questo Cara e questi Sprar servono soltanto ai politici per dare posti ai parenti e ai preti per guadagnarci con gli affitti». In effetti sulla parentopoli nelle assunzioni c’è un’inchiesta della Procura di Caltagirone, ma l’affittopoli in sagrestia ci giunge nuova.

 

Chiediamo qualche particolare in più e la manifestante si dimostra prodiga: «I locali del catechismo di San Giuseppe li hanno affittati per farci un centro: hanno buttato fuori i nostri bambini per metterci dentro gli extracomunitari». Il gioco dell’oca, tirando i dadi fra il bello e il brutto, ci riporta alla casella di partenza. La parrocchia che presta il terzo piano allo Sprar gestito dalla cooperativa “San Francesco”. Una disponibilità offertia dal parroco, Michelangelo Franchino, anche per risolvere un problema di convivenza con la sede precedente, una casa privata di via Catania. «Poche migliaia di euro che vanno tutti alle attività benefiche», ci dicono i parrocchiani. In cambio della bellezza dell’accoglienza c’è stato qualche brutto episodio. Come una spedizione punitiva, raccontano nel quartiere, di un terzetto di palagonesi «per una questione, forse di droga, fra delinquenti». Era gennaio e lì dentro c’erano gli africani. Dopo qualche settimana di chiusura arrivarono gli asiatici. Meno invasivi, meno evidenti. Perché sono meno neri dei neri. Ma anche perché «si fanno di più i fatti loro». In effetti «ci sono stati degli episodi di razzismo, ma questi ragazzi non hanno mai creato problemi», dice il prete. I problemi, semmai, germogliano «na’ fudda e no’ scuru». Ovvero nella moltitudine indistinta del Cara, che «non va chiuso, ma umanizzato nel numero degli ospiti e nella qualità–quantità del tempo che devono passare lì».

 

Don Franchino, conosciuto in tutto il Calatino per la sua passione e il suo cuore, non vuole entrare nella questione “laica” dello Sprar inquilino. Si limita a ricordare, così come fa nella messa del pomeriggio, che «oltre alla parola di Dio, bisogna ascoltare la storia, ricordando il passato dei nostri antenati migranti, in mezzo ai quali c’erano pure delinquenti e mafiosi in piccola percentuale, e anche le guerre e gli orrori del mondo». No, per don Michelangelo «dall’accoglienza non ci si può esimere». E quello che succede a pochi chilometri da Palagonia «è un’occasione e non una minaccia». Un’opportunità anche di fare autocritica. Come quella di Tony Terranova, presidente della Pro Loco e titolare di un bar: «Non serve solo protestare, perché il cambiamento parte da noi palagonesi. Dobbiamo dare l’esempio: prima di dire che i migranti vanno cacciati, proviamo a non farli lavorare a 10 euro al giorno nelle nostre campagne e a non comprare le sigarette “scontate” che rivendono dopo averle acquistate con i soldi della diaria del Cara». Belle parole, bei propositi. In una brutta giornata di nuvole e afa. L’ennesima, nel chiaroscuro di un paese in cerca dell’anima.

twitter: @MarioBarresi

COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA IL TUO COMMENTO

Condividi le tue opinioni su La Sicilia

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

Il giornale di oggi

Sfoglia

Abbonati

I VIDEO

nome_sezione

EVENTI

Sicilians

GOSSIP

Qua la zampa