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L’allarme Dia, fibrillazioni in Cosa nostra

L’allarme Dia, fibrillazioni in Cosa nostra Possibili “ribellioni” a boss non riconosciuti

E l’unico collante resta Matteo Messina Denaro
L’allarme Dia, fibrillazioni in Cosa nostra Possibili “ribellioni” a boss non riconosciuti
Cosa nostra – nonostante le persistenti difficoltà che è costretta a fronteggiare – costituisca tuttora una “galassia” fortemente strutturata e pervasiva, con una spiccata territorialità nella regione d’origine ed una significativa capacità “trasversale” di condizionamento e infiltrazione dei contesti socio–politico–economici. L’asset verticistico–militare consente ancora all’organizzazione di assorbire la estenuante fibrillazione interclan, sebbene l’ampliamento dell’autonomia e della competenza delle famiglie, nonché le reggenze non unanimemente condivise potrebbero preludere ad iniziative di autolegittimazione, da parte di capi o “gruppi” alla ricerca di ruoli di maggiore spessore, anche con manifestazioni interne di violenza. I vuoti di potere concorrono a innescare inevitabili competizioni tra i nuovi pretendenti che, in assenza di centri decisionali nevralgici, antepongono il proprio protagonismo agli interessi dell’organizzazione, con uno scadimento dei codici comportamentali, collante fondamentale delle dinamiche associative. Il ricorso ad attività “parassitarie” continuerà a rappresentare la forma più immediata di affermazione dell’autorevolezza delle consorterie, mediante prelievi forzosi o imposizioni di varia natura, reati contro il patrimonio con modalità violente e atti intimidatori, fornendo allo stesso tempo feedback informativi sulle dinamiche evolutive e sui rapporti di forza tra le varie componenti criminali, anche straniere. Nell’intento di trovare sponda nel mondo politico–amministrativo, cosa nostra seguiterà, inoltre, a “implementare” il proprio “capitale relazionale” facendo leva su una persistente subcultura clientelare, funzionale al mantenimento di un sistema di favoritismi e influenze, per incidere localmente sull’azione pubblica. Le nuove generazioni criminali provenienti dalle tradizionali matrici mafiose, verosimilmente, tenderanno a svincolarsi dal legame con la terra d’origine, ricercando saldature con la criminalità autoctona del territorio in cui operano. Considerati i focolai connessi ai conflitti interetnici e interreligiosi e la persistente instabilità geopolitica di talune aree internazionali, le migrazioni di massa continueranno a rappresentare il principale vettore di incremento della criminalità straniera in Sicilia, sia che rappresenti territorio di transito e irradiamento delle rotte di smistamento verso altri Paesi, sia che diventi suolo di permanenza. Gli enormi profitti che ne derivano costituiscono l’altro fattore propulsore dell’inarrestabile fenomeno governato dalle organizzazioni criminali straniere che, in tal modo, gestiscono parallelamente una gamma di traffici illeciti e, verosimilmente, potrebbero foraggiare anche parte dei movimenti terroristici di matrice islamica. A fronte di tale “persistente” situazione emergenziale, i profili di vulnerabilità – a livello nazionale – sono connessi anche ai finanziamenti stanziati per gestire il complesso sistema dell’accoglienza che potrebbero suscitare illeciti interessi e strumentali convergenze ed ingerenze – non immuni da contaminazioni della criminalità organizzata – per l’accaparramento di quote parte, come peraltro l’Autorità Giudiziaria sta già cercando di verificare a seguito dell’ operazione “Mafia Capitale”, per gli aspetti inerenti il Cara di Mineo. Si tratta comunque di una mafia “al passo con le trasformazioni e le istanze del contesto socio–politico–economico, globalizzato, che sfrutta sistematicamente, per trarne ricchezze, privilegi e vantaggi” ma anche legata alle “inossidabili regole che ne fissano i profili di struttura gerarchico–militare ancorata al territorio, sul quale conserva tuttora elevata autorevolezza”. Gli assetti attuali rispondono inoltre ad una logica “di maggiore flessibilità nell’organizzazione di mandamenti e famiglie”, governate da vecchi uomini d’onore con compiti di gestione delle attività criminali di maggiore importanza ma con un ampliamento dell’autonomia e delle competenze delle più importanti articolazioni. Ma vi è anche la tendenza di molte famiglie che sembrano propendere per una più rigida compartimentazione, nell’intento di ridurre al minimo la dispersione d’informazioni di valore significativo per la sopravvivenza del sodalizio, attraverso differenziati livelli di accesso alle stesse, anche in ambito carcerario, sia pure come forma di reazione alle numerose collaborazioni con la giustizia, dolente nervo scoperto dell’organizzazione. La permanenza in carcere non inficia l’autorevolezza degli ordini provenienti dal circuito penitenziario, che costituisce una sede “remota” dalla quale alcuni boss continuano a pieno titolo ad esercitare – sebbene per interposta persona – le loro prerogative. Anzi, la precarietà dell’attuale equilibrio potrebbe essere ulteriormente incrinata dalla fine del regime carcerario speciale, nonché dalla scarcerazione di alcuni di essi i quali, tornati sul territorio, potrebbero riconsiderare l’opportunità di una rivitalizzazione della struttura militare. L’impianto verticistico di cosa nostra sembrerebbe tuttora proteso verso l’accentramento delle funzioni di indirizzo e direzione in un “organo centrale” interprovinciale, sebbene l’azione di contrasto ne abbia più volte impedito la concreta ricostituzione. In tale quadro criminale, la figura più carismatica è il noto latitante Matteo Messina Denaro, attorno al quale si coagula il forte centro di potere di cosa nostra trapanese. La “primula rossa” siciliana sarebbe tuttora impegnata, stando agli esiti dell’operazione “Eden” , a stabilire un punto di equilibrio e di sintesi tra le famiglie trapanesi e quelle palermitane più forti, per porre le basi di una possibile piattaforma d’intesa. Nonostante il diverso background strutturale – più compatto nel versante occidentale, rispetto all’asset composito dell’area orientale – le consorterie mafiose siciliane, coerentemente alla loro essenza, si muovono tendenzialmente seguendo la strategia della “sommersione”, evitando inutili e controproducenti ostentazioni di forza. Ciò sarebbe in sintonia anche con la maggiore inclinazione a suggellare alleanze e ad intraprendere collaborazioni, sia tra le varie anime (famiglie o clan) di cosa nostra, sia con altre organizzazioni criminali, in particolare, con camorra e ‘Ndrangheta. Sul fronte orientale è stato rilevato il tentativo di alcuni esponenti dei maggiori clan di Catania di accreditarsi – con fughe in avanti – ai responsabili dei mandamenti palermitani più rappresentativi, quali nuovi referenti di cosa nostra catanese. E In questo clima, un dato da non sottovalutare è il sistematico rinvenimento, a Catania come anche nel resto della Sicilia centro–orientale, di arsenali di armi, anche da guerra. L’ala politico–economica di cosa nostra, quella che intrattiene rapporti con i “colletti bianchì” e con imprenditori compiacenti ed i cui interessi convergono, grazie a connivenze e collusioni, con quelli di rappresentanti infedeli delle istituzioni, punta sempre a interferire nella gestione dei pubblici poteri, con pratiche di vero e proprio brokeraggio criminale, finalizzato anche all’illecito sostegno elettorale di candidati disponibili. La saldatura tra mafia–politica–imprendìtoria si realizza attraverso una sapiente trama di relazioni occulte che puntano ad alterare i processi decisionali e le conseguenti determinazioni della pubblica amministrazione in favore di un’élite di soggetti, privi dei necessari requisiti, interessati ad ingerirsi nel giro di affari di opere, forniture e servizi pubblici e all’acquisizione di finanziamenti/benefici, nonché al conferimento di concessioni/autorizzazioni. In tale ambito, non si può non far riferimento al sodalizio criminale, denominato mafia capitale, disvelato dall’indagine denominata “Mondo di Mezzo”: un’organizzazione criminale italiana, operante, nel caso di specie a Roma, con collegamenti a soggetti vicini alla mafia siciliana e con elementi essenziali propri non sovrapponibili a quelli di altre associazioni mafiose. Il filone di affari legato al narcotraffico, oltre a confermarsi fra i più remunerativi, è quello che mostra, tramite i riscontri info–investigativi, i diversi livelli di coinvolgimento di cosa nostra che, comunque, non ne detiene sull’isola la gestione esclusiva ma, anzi, interagisce con formazioni criminali locali, sempre più spesso composte anche da stranieri. A queste ultime – a seconda dei rapporti di forza – “subappalta” o contende talune piazze dello spaccio, con apparente assenza di conflittualità, probabilmente giustificata dall’elevata domanda di stupefacenti e, quindi, dagli ampi margini di guadagno. Per quanto riguarda i canali di rifornimento, le indagini hanno messo in luce alleanze e accordi con altre organizzazioni criminali, nazionali ed estere, a seconda che gestiscano o monopolizzino la produzione, la fornitura o gli hub di smistamento. Uno sperimentato flusso di cocaina ed eroina proviene dalle organizzazioni criminali campane, talvolta più accessibili nel contatto diretto con i trafficanti sudamericani e serbo–albanesi. Anche la Locride si afferma come snodo delle droghe, pesanti e leggere, provenienti, attraverso la Spagna, dal Sudamerica. L’hashish, invece, arriva in Sicilia, prevalentemente dai Paesi del Nord Africa ovvero, per il tramite della Puglia, dall’Albania. Tra le principali voci attive del bilancio mafioso permangono ancora gli introiti – in contante o sotto forma di servizi – provenienti dal racket delle estorsioni, piaga particolarmente virulenta in alcune aree, in quanto diretta espressione del potere criminale e della forza delle consorterie sul territorio. In tal senso, fermo restando il persistente divario tra fenomeno reale e sommerso, dal monitoraggio si ricavano spunti significativi per la ricostruzione delle dinamiche evolutive di famiglie e mandamenti. Attraverso la pressione estorsiva cosa nostra continua ad alimentare e gestire, in favore dei sodali, un parallelo sistema di tipo previdenziale, occupazionale e imprenditoriale in relazione al contenuto della imposizione, convogliando ancora ampie sacche di consenso. Quanto al modus operandi, costituisce elemento di novità la tendenza delle cosche a perpetrare rapine particolarmente efferate – facendo anche uso di contrassegni delle Forze di polizia – ai danni di facoltosi imprenditori o anche di soggetti vessati, resistenti alle richieste estorsive. Le modalità attraverso le quali viene ripulito il denaro sporco sono riconducibili a false fatturazioni, utilizzo di società di comodo, interposizione di prestanome o schermi societari, trasferimento di disponibilità all’estero, triangolazioni bancarie o commerciali, investimenti immobiliari, uso del contante, utilizzo del canale bancario e usura. Dette operazioni – talvolta – risultano tra loro strettamente connesse in quanto segmenti di un più articolato disegno criminale. Sebbene l’acquisto di beni immobili si confermi il più tradizionale metodo di riconversione della liquidità, l’accresciuta vocazione e competenza manageriale hanno fornito a cosa nostra l’opportunità di riciclare e far fruttare il denaro in qualsiasi comparto dell’economia. Da anni si parla di mafia imprenditoriale perché l’esperienza mostra come il mafioso non si limiti a immettere denaro sporco nell’azienda, accontentandosi di ottenere un controvalore esponenziale, ma abbia acquisito quel grado di “professionalità” che gli consente di rilevare e condurre “abitualmente” attività economiche fissandone le strategie gestionali. Le implicazioni e gli effetti sono notevoli dal momento che l’impresa mafiosa non è facilmente riconoscibile. Sotto questa veste, peraltro, i sodali operano in contesti diversi dalla regione di origine, anche all’estero. La pericolosità deriva dal fatto che la disponibilità e l’investimento d’ingenti capitali illeciti consentono di acquisire fattori produttivi – mezzi di produzione, forza lavoro e materie prime – e, quindi, di orientarne l’impiego, alterando la concorrenza e distorcendo le regole del mercato, al punto di incidere perfino sulla qualità della produzione, sugli standard di sicurezza e sui modelli di consumo. A ragion veduta si è, pure, parlato d’imprese “dopate” in grado di vantare elevati – quanto sospetti – rendimenti in relazione alla domanda e alla ricettività del mercato. L’altro aspetto preoccupante è la constatazione, sempre più ricorrente, di una spontanea adesione al paradigma mafioso da parte di soggetti che non hanno subito pressioni di alcun genere. I più recenti esiti info–processuali dimostrano, infatti, come imprenditori, non pregiudicati, non si facciano scrupolo di mettere le loro attività aziendali “a disposizione” dell’associazione mafiosa, pur non essendo formalmente affiliati alla cosca. Sono state spiegate in tal modo le fortunate parabole imprenditoriali di taluni individui le cui vicende sono risultate intrecciate con i destini di famiglie mafiose. In alcuni casi, poi, sì è scoperta l’esistenza di comitati d’affari sorti col precipuo obiettivo di avocare ai componenti fette di mercato, opportunamente ripartite attraverso il sistema dei subappalti nei settori dei servizi e delle costruzioni, tradizionalmente attenzionati dalle consorterie. Da una simile vantaggiosa posizione, cosa nostra è potenzialmente in grado di espandere i propri interessi verso qualsiasi ingranaggio del meccanismo produttivo: dallo sfruttamento delle risorse naturali, all’estrazione delle materie prime, alla loro trasformazione, distribuzione e commercializzazione, senza trascurare ì punti nevralgici infrastrutturali, importanti, soprattutto, per la copertura di traffici illeciti. Questo ha concretamente fatto quando, con elevato senso degli affari, è entrata nel business della green economy per carpire i sussidi governativi legati alla produzione di energie rinnovabili, ha monopolizzato in alcune aree la filiera olivicola e viticola nel quadro dell’esportazione di prodotti italiani di eccellenza e, da ultimo, si è inserita nel controllo di aree portuali per sdoganare merci illegali. Rispetto a un tale atteggiamento predatorio, l’insorgenza o il protrarsi oltre misura di situazioni emergenziali – con eventuale deroga alle procedure concorsuali ordinarie per I’aggiudicazioni di gare – costituiscono l’habitat ideale per infiltrare il sistema economico produttivo. Per tali ragioni, in Sicilia uno dei settori maggiormente esposti a rischio di contaminazione è tuttora quello legato al ciclo di smaltimento dei rifiutì, fortemente in crisi anche per i ritardi accumulati nel tempo rispetto al recepimento, ritenuto, peraltro, insoddisfacente dalle istituzioni europee, delle direttive comunitarie in materia. La regione presenta, infatti, un contesto ambientale molto vulnerabile, funzionale all’illecito sfruttamento e risente di scelte gestionali e procedurali non sempre adeguate, alcune delle quali tuttora all’atenzione della giustizia ordinaria e amministrativa. Come più volte rilevato in passato, le associazioni mafiose hanno mostrato, infatti, la tendenza all’indebito accaparramento d’incentivazioni economiche connesse alla tutela dell’ecosistema e alla realizzazione di fattispecie delittuose, che vanno dal traffico illecito di rifiuti speciali, alla creazione o all’uso di discariche abusive nocive alla salute pubblica, nonché all’ingerenza nell’aggiudicazione dei relativi appalti. Le consorterie mafiose mantengono il controllo nelle zone di rispettiva competenza, consentendo ai gruppi organizzati stranieri – privi di una struttura stabile – di muoversi in settori dell’illecito ritenuti “secondari” quali lo sfruttamento della prostituzione, la contraffazione e lo smercio di prodotti falsi, il traffico e lo sfruttamento di esseri umani. Si registra, tuttavia, una progressiva integrazione nelle locali formazioni mafiose di elementi stranieri, seppure ancora con ruoli marginali di cooperazione o di subordinazione. L’interazione è più articolata se si osservano le dinamiche connesse al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti in quanto emergono elementi comprovanti collegamenti tra organizzazioni criminali di origine tunisina, algerina, albanese, sudamericana e quelle locali, inoltre è stata accertata, nel palermitano, l’esistenza di bande di spacciatori di droga di origine maghrebina, guidate da tunisini, segno che, dopo lo smantellamento di gruppi criminali locali, gli stranieri sarebbero passati da ruoli di subalternità ad incarichi di dirigenza. Infatti, sembrerebbe che gli albanesi siano dediti al traffico internazionale, mentre i maghrebini si collocherebbero ad un livello più basso, di gestione delle piazze per lo spaccio su strada. Al momento, sembra ancora escluso un coinvolgimento della mafia nei network criminali che gestiscono gli sbarchi di clandestini. Questi sono monopolizzati da organizzazioni transnazionali, originatesi nei Paesi di provenienza dei migranti e strutturate in reti di distribuzione con più livelli operativi.

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