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Gestioni beni confiscati, ecco le consulenze

Gestioni beni confiscati, ecco le consulenze dietro l’accusa contestata al giudice Saguto

L’indagine della procura di Caltanissetta: incarichi sospetti
Gestioni beni confiscati, ecco le consulenze dietro l’accusa contestata al giudice Saguto
PALERMO - Incarichi per oltre 700 mila euro sarebbero andati all’ingegnere Lorenzo Caramma, marito del presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo Silvana Saguto. Ad affidarglieli l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara che avrebbe così ricambiato il favore di essere stato indicato come amministratore giudiziario di molti beni sequestrati. È questa la tesi alla base delle indagini condotte dai pm della Procura di Caltanissetta Lia Sava e Gabriele Paci, che ieri hanno notificato avvisi di garanzia ai tre indagati per le accuse di corruzione, induzione e abuso d’ufficio, acquisendo una copiosa documentazione attraverso ordini di esibizione e sequestri.     Un’ipotesi accusatoria fuori dalla realtà secondo Cappellano Seminara. «Gli incarichi all’ingegnere Caramma - spiega in una nota - in qualità di coadiutore o consulente in alcune procedure di amministrazione giudiziaria, sono stati decisi dai giudici delegati dei rispettivi Tribunali. Il mio ruolo è stato quello di proporre la figura di un affermato professionista che, da oltre trent’anni, collabora quale consulente fiduciario con le Procure e i Tribunali siciliani. In tutti i Tribunali siciliani, inoltre, congiunti dei magistrati che ivi prestano servizio, ricevono quotidianamente, da altri magistrati dello stesso tribunale, incarichi». Le nomine di Caramma sarebbero comunque state disposte prima dell’insediamento di Silvana Saguto a presidente delle misure di prevenzione. Ma per la Procura di Caltanissetta, che avrebbe anche intercettato gli indagati, qualcosa non torna. I sospetti sulla gestione del sistema dei beni confiscati avevano portato a maggio scorso il presidente del Tribunale di Palermo, Salvatore Di Vitale, appena insediato, a svolgere accurati accertamenti sull’attività della sezione misure di prevenzione, richiedendo alla Saguto tutti gli atti.     «Ancora ne attendiamo una parte - dice Di Vitale - e abbiamo sollecitato la sezione. Vogliamo fare chiarezza su una questione che da tempo infiamma l’opinione pubblica e riempie i giornali”. Mentre i magistrati analizzano le carte, la politica chiede una riforma del sistema che sarebbe diventato un vero e proprio business per gli amministratori giudiziari che acquisiscono il controllo di più beni.     «La riforma della gestione dei beni sequestrati e confiscati alle mafie non può attendere - ha detto il senatore del Pd, Beppe Lumia - Come ho più volte detto in passato bisogna evitare l’affermarsi di amministratori giudiziari monopolisti sul territorio e la presenza di conflitti di interessi. Inoltre, l’operato degli amministratori deve essere sottoposto a verifica dei risultati».     Analoghi rilievi erano stati avanzati, anche davanti alla Commissione parlamentare antimafia, dall’allora direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, il prefetto Giuseppe Caruso, prima di andare in pensione ed essere sostituito con Umberto Postiglione.     I rilievi furono analizzati dalla Commissione, come ricorda la presidente, Rosy Bindi. «Sono stati sentiti tutti i soggetti istituzionali che si occupano delle indagini patrimoniali, dei sequestri, delle confische e della gestione dei beni sottratti - ha ricordato - compresi i direttori pro tempore dell’Agenzia nazionale. Sono state prodotte due relazioni al Parlamento, approvate all’unanimità, e presentato un disegno di legge, ora all’esame della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, in cui tra l’altro si prevedono nuovi criteri di trasparenza nella nomina degli amministratori giudiziari e nella rotazione degli incarichi e se ne precisano con maggiore chiarezza i compiti».

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