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Aci Trezza piange Emmanuel Inghiottito dal blu dei Malavoglia

Aci Trezza piange Emmanuel Inghiottito dal blu dei Malavoglia

«Emozioni inappagabili», definiva le sue immersioni. Maschera, pinne, l’inseparabile “GoPro” e il fiato infinito di chi respira a pieni polmoni. «Tutta la comunità - dice il sindaco - piange un ragazzo splendido»
Aci Trezza piange Emmanuel Inghiottito dal blu dei Malavoglia
ACI TREZZA - Chissà cosa si sono sussurrati laggiù - Emmanuel e il mare - nell’ultimo abbraccio, tenero e mortale, sotto i Faraglioni. Chissà se il giovane diciannovenne, trovato morto ieri nei fondali di Aci Trezza, è riuscito a dirlo - al mare - quanto lo amava. «Emozioni inappagabili», definiva le sue immersioni. Maschera, pinne, l’inseparabile “GoPro” e il fiato infinito di chi respira a pieni polmoni la voglia di spaccare il mondo. E chissà se il mare - al ragazzone - avrà ricordato le parole che qui sono scolpite nelle rocce nere dell’Isola Lachea. Rughe indelebili, come quelle dei pescatori che già - questa brutta cosa qui del ragazzo - l’avevano capita. Perché sanno ascoltare il brontolio del mare.   «Soltanto il mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai fariglioni, perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe, e par la voce di un amico» (Giovanni Verga, da I Malavoglia) Aci Trezza piange Emmanuel, che voleva ascoltare il dolce rumore del mare. «Ma non erano di qui», ti dicono i pescatori se chiedi notizie della famiglia Finocchiaro. «Sono catanesi», precisano. Che significa: anche se ormai vivono ad Aci Trezza da anni, non sono discendenti dei Malavoglia. Distinguendo con orgogliosa chiarezza le origini di una bella famiglia - il padre Marcello, disabile, conosciutissimo, lavora all’Ufficio ticket del Cannizzaro; la madre, Cettina, operatrice in una cooperativa di pulizie impegnata nello stesso ospedale catanese - che s’era ritagliata, da diversi anni, la loro oasi felice in un grazioso residence in via Litteri, nella collina che si arrampica fino all’Eden Riviera.   Non era trezzoto, secondo il codice della gente del porto. Ma Emmanuel aveva imparato a conoscerlo come le sue tasche, quel mare. E lo amava, come si ama una donna anche se sai che in fondo è una sgualdrina. Il mare e la fotografia. «Ricordo quel viaggio a Roma - ci racconta il giovane cognato, Kevin Pantano - quando per non lasciare la sua fotocamera “GoPro” la usò anche a bordo del monopattino. Che ridere, quelle immagini in cui lui riprendeva e poi andava a sbattere sul marciapiede per non interrompere il video. Era così felice... ». Voleva fare lo stesso, quella mattina maledetta. “Una tragedia del mare”, come si usa dire in un caso come questo. Che la cronaca - quella del web e delle televisioni - ieri ha già bruciato in poche righe, in un minuto di immagini. L’immersione nei fondali dell’Isola Lachea, alle 11 di mercoledì. «Ma torno a mezzogiorno e mezzo, perché ho una cosa importante da fare», aveva detto Emmanuel al padre. Legato a lui in modo inenarrabile: la medicina della sua malattia, il bastone della sua vecchiaia, ma sempre con il sorriso stampato in faccia, quello di chi fa una cosa senza chiedere nulla in cambio. Ma non torna, Emmanuel. La paura, lo zainetto nero e i vestiti sullo scoglio. La corrente, verso sud, disegnata dalle strisce di mare blu scuro. Si trova il corpo, incagliato negli scogli, ma non c’è il palloncino segnalatore, nessuna traccia della fotocamera. Potrebbe essere un incidente? Una barca-killer? «I sommozzatori dei vigili del fuoco ci hanno detto che il corpo non presentava alcuna ferita - racconta il cognato - e nemmeno in volto aveva il colorito nero di chi avesse avuto un embolo». Non a caso non è stata disposta l’autopsia sul corpo della vittima, ma - dopo un’ispezione cadaverica - la salma è stata restituita ai familiari. E allora? «È morto perché gli è mancato il respiro: forse ha calcolato male il tempo di risalita».   Kevin rettifica anche alcune notizie circolate in questi due giorni («mio congnato non era con le bombole») e contesta anche la profondità del ritrovamento del cadavere del giovanissimo cognato: non a 25-27 metri, come trapelato da fonti ufficiali, «perché chi l’ha ripescato ci ha detto che erano 15 metri massimo». Lui, un ragazzone tutta salute di 85 chili, aveva addosso tre chili di zavorre e le pinne da 75 centimetri. «L’ha fatto tante volte, forse stavolta voleva osare di più». Nessun brevetto da sub, ma Emmanuel aveva già una discreta esperienza nelle immersioni. «Era talmente bravo che qualcuno gli aveva proposto di scendere con le bombole, anche per pescare - raccontano al porto - e magari farsi qualche soldino con i ristoratori del lungomare». Ma lui era un “integralista”.   Maschera, boccaglio e fotocamera. «Mentre ammiro delle triglie che insolitamente si fanno avvicinare - racconta in uno dei diari delle sue immersioni - vedo un banco di caranghi incuriositi che quasi mi sfiorano». Li conosceva bene, quei fondali, Emmanuel. «Ma perché s’è immerso da solo - si chiede Nanni, un suo compagno delle Elementari al chioschetto dei Muretti - se la gente di mare insegna che laggiù bisogna essere sempre almeno in due? ». Già: perché? Perché aveva fiato, tanto fiato. E gli altri non sapevano stargli dietro. «Alcune volte uscivamo assieme, ma tutti noi altri - ricorda il cognato - riusciamo a scendere massimo a cinque metri, per trenta secondi. Lui, faceva filmati anche di un minuto e 40 secondi, che fra discesa e risalita significano almeno due minuti di apnea. Per lui era naturale, non era nemmeno affannato quando risaliva. Non vedeva l’ora di farci vedere il display con il nuovo video». E poi, commosso, ammette: «Sì, era un brutto vizio quello di scendere da solo. Ma lui voleva stare solo. Lui, il mare e la sua fotocamera».   Tutti i punti-cardine della sua vita, però, erano legati saldamente con una corda: la fede. Di professione cristiana evangelica (i funerali, infatti, sono in programma oggi nella chiesa evangelista di via Susanna 72 a Catania), il giovane aveva un rapporto fortissimo con la sua religione. Il cantico Dio lo sa, assieme a I surrender cantata dagli Hillsong United (un gruppo cristiano di Sidney) erano le sue canzoni preferite. Cantava nel coro: i suoi amici ricordano la vocina, quelle «corde vocali del tutto femminile» che stonavano col corpo da uomo già fatto. Cantava, pregava e poi rifletteva: «Quando mi sento solo ci sei sempre tu, Signore... Quando mi sento perso, come se fossi una formica caduta in una bacinella troppo liscia da poter sormontare, tu sei lì a sostenermi e a trarmi fuori da quel burrone di incertezze, delusioni, vuoti incolmabili». Ed è anche grazie a questa incrollabile fede che aveva già superato la delusione per non avercela fatta, ai test per d’ingresso per Medicina, dopo il diploma con 77 all’istituto agrario “Eredia” di Catania. «Volevo fare il medico - raccontava ai suoi amici - ma forse questo è un segno che arriva da lassù: la mia vita è la fotografia e il mare, devo assecondare questa passione».   Il dolore. Virtuale, sulla bacheca Facebook di “Emma” (così lo chiamano spesso i suoi amici) è molto più sincero e meno esibizionista di quello che di solito i ragazzi ostentano sui social. E il dolore reale, quello che si respira vagando fra il porto e la collina. «Non cercate ragazzi, perché oggi i ragazzi di Aci Trezza non ci sono», scandisce il titolare di un ristorante. E infatti sono state decine e decine i volontari impegnati - assieme a guardia costiera, vigili del fuoco, polizia, carabinieri e vigili urbani - in quasi 24 ore di ricerche. «Tutta la comunità - dice, affranto, il sindaco Filippo Drago - piange un ragazzo splendido, cresciuto in una famiglia apprezzata da tutti. Abbiamo sospeso gli spettacoli di mercoledì perché preoccupati per la sorte di Emmanuel, adesso tutti noi cercheremo di stare vicini alla sua famiglia in ogni modo possibile».   Ma i pescatori lo sapevano già. L’odore di morte si distingue bene, anche se lo scirocco prova a soffiarlo via. Il mare ha le sue regole, fa quello che vuole. Raccontano di Orazio, un pescatore: cadde dalla barca, ma i suoi compagni lanciarono l’allarme in tempo e la guardia costiera lo trovò. Vivo. Poi, un giorno, disse a sua moglie: esco, faccio la spesa e poi vado a mare a sciacquarimi i peri, ma torno per pranzo. Morì, per un banale malore. Ma sempre e comunque in quell’acqua che bagna l’Isola Lachea, la stessa che l’aveva graziato. Lo diceva anche il “campagnolo” Giovanni Verga: il mare, in mezzo ai Faraglioni, ha un modo tutto suo di brontolare. Non ha paese, è di tutti quelli che sanno ascoltarlo. twitter: @MarioBarresi

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