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Catania, il papà del bimbo con la coppola

Catania, il papà del bimbo con la coppola ”Quel manifesto è stato mal interpretato”

Francesco Rapisarda si difende / I neomelodici: "Un equivoco"

Catania, il papà del bimbo con la coppola ”Quel manifesto è stato mal interpretato”

Un pomeriggio trascorso rincorrendo voci su dove, come e quando si sarebbe svolto il battesimo del “bambino con la coppola”. Alla fine, tutti a bocca asciutta. Il battesimo era stato celebrato in fretta e furia, e soprattutto sobriamente, in mattinata e non a Giarre, ma in un paesino confinante della provincia di Messina. Francesco Rapisarda, detto “Ciccio Ninfa”, il padre del bambino e dei manifesti censurati dall’indignazione popolare prima e dalla Questura di Catania poi, ha cambiato idea (venendo anche a più miti consigli che gli saranno sicuramente arrivati).

I NEOMELODICI: E' STATO UN EQUIVOCO

Altra chiesa e festeggiamenti annullati «solo un piccolo rinfresco in casa con pochi amici», assicura. Jeans, maglietta, scarpe da tennis, occhiali Gucci bicolore, pizzetto appena accennato, sul braccio il tatuaggio «Non giudicare le mie scelte se non conosci il mio passato», Rapisarda è un fiume in piena: «Ho sicuramente fatto una cosa che è stata male interpretata, perché anche se la frase può essere equivoca, io intendevo dire “è cosa nostra” nel senso di mia moglie e mia. I mass media hanno gonfiato un po’ la situazione senza neanche rispettare un po’ di privacy».

Proprio lei non può invocare la privacy dopo che ha fatto stampare la foto di suo figlio su manifesti 6X3 in tutta la città... 

«Sì, ma io non intendevo lanciare messaggi di nessun genere a nessuno». 

 

Però lei lo sa cos’è Cosa Nostra.

«Nel gergo siciliano può voler dire anche “una cosa di mia pertinenza”, se noi dobbiamo strumentalizzare questa frase... ».

 

Non mi dica che non sa cosa vuol dire “Cosa Nostra”.

«Per me vuol dire “cose che mi appartengono”».

 

E basta? Non vuol dire mafia?

«Completamente».

 

Non ha mai sentito parlare di Cosa Nostra?

«Ne ho sentito parlare, però io non mi volevo sicuramente riferire a questo».

 

Ma le sembra giusto aver associato l’immagine di suo figlio alla mafia? Glielo racconterà quando sarà grande?

«Sicuramente lo scoprirà su internet, però gli spiegherò che è stato fatto tutto in buona fede, noi non volevamo offendere né le Istituzioni, né la Chiesa».

 

Quindi: manifesti oscurati, battesimo anticipato, festa saltata, ma quanto le è costato?

«Mah relativamente. I cantanti erano senza scopo di lucro, erano amici miei».

Tutti?

«La maggior parte si esibivano in amicizia, e poi non erano a livello nazionale».

 

Certo non potevano venire Baglioni e Morandi...

«Non lo pretendevamo (ride) ».

 

E i 400 invitati previsti? Li ha avvertiti tutti uno per uno?

«Veramente non so quanti fossero, forse anche di più, ma non ce n’è stato bisogno, lo hanno scoperto su internet».

 

Per gli altri suoi figli ha festeggiato sempre così, con mega manifesti e feste in pompa magna?

«Sì anche per loro».

 

Con frasi delle stesso tenore?

«Ma la frase è stata scelta tra tante già composte. Se lei fa una ricerca storica a Giarre, un paio d’anni fa, è comparsa una pubblicità di un negozio di abbigliamento per bambini con scritto: “Questi bambini sono cosa nostra” e nessuno ha avuto da ridire. Tutto questo polverone perché sono Francesco Rapisarda? ».

 

Ma l’accoppiata coppola–frase...

«E il berretto che cosa dovrebbe indicare scusi?».

 

Ma lei si sente di chiedere scusa?

«Lo potrei anche fare se avessi offeso qualcuno. Siccome non mi sento di aver offeso nessuno... Del resto, se questo slogan era stato già utilizzato in una precedente campagna pubblicitaria, non vedo perché ora questa polemica debba essere rivolta solo nei miei confronti. Noi abbiamo solo copiato un vecchio slogan».

 

Lo rifarebbe?

«No, perché non vorrei ricreare questo polverone che mi è sembrato molto, molto esagerato anche per rispetto di mia moglie e di mio figlio».

 

Sua moglie c’è rimasta male?

«Non è che faccio le cose senza il suo parere... La frase l’avevamo scelta insieme, ingenuamente, e in maniera ironica. Ma, comunque, la cosa che mi ha dato più fastidio è che nessuno ha parlato delle cose positive che mi riguardano».

Cioè?

«Che in carcere mi sono laureato, che il carcere mi ha cambiato, che ho pagato il mio debito e da cinque anni sono un uomo pulito e libero».

 

Che lavoro fa?

«L’impiegato».

 

Che lauree ha conseguito?

«Scienza dell’economia aziendale al carcere di Alessandria e Giurisprudenza a Messina, dove l’8 novembre del 2011 ho anche tenuto un convegno sul reinserimento sociale dei detenuti con un titolo scelto da me “Cambiare nella vita non è difficile, difficile è decidere di cambiare”»

 

 E lei è cambiato?

«Sì. Ci credo veramente, non è una frase di circostanza e lo sto dimostrando. Non ho assolutamente commesso più alcun tipo di reato».

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