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Le nuove rivelazioni sul delitto Alfano

Le nuove rivelazioni sul delitto Alfano «A ucciderlo non fu “Stefanino” Genovese»

Il pentito D’Amico e l’omicidio del giornalista di Barcellona P. G. corrispondente de "La Sicilia"

Il pentito D’Amico e l’omicidio del giornalista di Barcellona P. G.

Le nuove rivelazioni sul delitto Alfano «A ucciderlo non fu “Stefanino” Genovese»

MESSINA - L’autore materiale dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano non fu il camionista Merlino, condannato per il delitto in via definitiva, ma Stefano “Stefanino” Genovese, 41 anni, pregiudicato della zona già in carcere per un’altra esecuzione. E’ questa la clamorosa rivelazione, nell’aria già da diversi mesi, che il pentito Carmelo D’Amico ha consegnato agli inquirenti messinesi. L’ex capo dell’ala militare del clan del Lognano, in un verbale rilasciato l’estate dello scorso anno, spiega ai magistrati della Dda che curano la sua collaborazione, cioè i sostituti  Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, perché secondo lui a sparare al corrispondente del nostro quotidiano fu Genovese e non Merlino. E fa il nome di un complice, ancora a piede libero, la cui identità è perciò ancora top secret.

 

Cambia l’autore materiale ma non il mandante, secondo D’Amico: ad ordinare il delitto fu l’allora boss Giuseppe Gullotti, per tutti l’Avvocaticchio, condannato a 30 anni per l’esecuzione del giornalista. Alfano dava fastidio perché “parlava troppo”, ha spiegato in sostanza il collaboratore di giustizia. A preoccupare i boss, forse, l’assidua frequentazione del cronista con gli inquirenti barcellonesi, in particolare con quell’Olindo Canali che poi ha istruito il processo contro Merlino e Gullotti, chiedendo ed ottenendo la condanna di entrambi.

 

In sostanza D’Amico avrebbe incontrato “Stefanino” la sera del delitto, quella fredda sera dell’8 gennaio 1993, poco prima del delitto. Genovese, solo e con un cappellino calato sul capo, lo avrebbe allontanato scocciato spiegandogli che “stava lavorando”. D’Amico, all’epoca poco più che ventenne ma già saldamente inserito nell’organizzazione criminale di Barcellona, conosceva bene Genovese, suo coetaneo, e la sua “fama” di killer. Ha perciò capito a che tipo di lavoro si riferisse il sodale. E ne ha avuto la conferma poco dopo, quando tornando in zona ha visto il parapiglia di gente, auto dei carabinieri e della Polizia, e si è dileguato dal posto dove evidentemente era successo qualcosa.

 

Genovese oggi sta scontando una condanna a 26 anni per l’omicidio, avvenuto sei anni dopo la morte di Alfano , di Carmelo Martino Rizzo, assassinato il 4 maggio 1999 sulla Salerno- Reggio Calabria.  Secondo D’Amico, poi, Genovese possedeva due pistole, tra le quali una calibro 22, cioè quella utilizzata per freddare il giornalista sotto la propria abitazione, in auto. Pistola mai ritrovata.

 

D’Amico aveva già anticipato in aula la rivelazione relativa all’assenza di Merlino sulla scena del crimine, e il particolare era stato confermato dal fratello Francesco, anche lui nel frattempo pentitosi. Mentre i verbali col nome di Genovese erano ancora top secret. Oggi viene fuori l’anticipazione relativa al pregiudicato già in carcere. Mentre gli altri verbali con i nomi del complice e col resto della vicenda, le altre sue conoscenze sull’assassinio, sul quale è tornato almeno due volte, prima della fine del 2014, sono ancora rigorosamente riservati. 

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