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"Sono uscita dall'inferno, ma ora è difficile ricominciare"

"Sono uscita dall'inferno, ma ora è difficile ricominciare"

SIRACUSA. Siracusana è. Ayse adora le merendine Kinder e sa fare la torta con i “Pan di Stelle” del Mulino Bianco; Ayse gioca a pallavolo e si scatta i selfie; Ayse mangia pizza e patatine, sorseggiando un calice di rosso; Ayse sogna di farsi un tatuaggio - magari non gigantesco come quelli del suo ragazzo - e per ora si accontenta di un cuoricino dipinto sul polso con l’henné, identico a quello dell’amica. Ayse ha il dna turco, ma la carta d’identità siracusana.

   

Ed è soltanto qui, adesso, che si sente a casa. Nella città che l’ha vista crescere, dove ci sono i suoi veri affetti. Come l’amica Chiara: «Ce l’abbiamo fatta! Che bello riabbracciarti.... Sono felice, dopo aver passato l’inferno. Ora sono di nuovo qui, ma è quant’è difficile ricominciare... », le sussurra Aysegul Durtuc, appena il film horror, con l’arresto dei genitori, è ai titoli di coda. Un abbraccio, lunghissimo. Tante lacrime. E ora una barriera protettiva verso l’esterno, alzata proprio dalla battagliera amica siracusana. 

  

È stata proprio Chiara, raccontano alla Mobile di Siracusa, quella che ha pressato di più: «Guardate che le è successo qualcosa, doveva tornare presto dalla Turchia. La tengono lì con la forza, è prigioniera». Un presentimento, ingrandito dall’assenza di Ayse dai social network. E, dopo l’iniziale denuncia, gli appelli della ragazza agli investigatori, già sulle tracce della ragazza scomparsa: «Fate presto, fate presto. È in pericolo». Decollano così quelle indagini coordinate dal procuratore di Siracusa, Francesco Paolo Giordano, che le definisce «delicatissime», oltre che «ancora aperte ad altri scenari».

 

Ayse è una diciannovenne come tutte le altre. Un’infanzia tranquilla, poi i primi scontri adolescenziali con i genitori (il padre operaio in un vivaio di Fontane Bianche, la madre con lavori saltuari) di religione musulmana. In quella casa di Cassibile, comincia a starci stretta. «I genitori, e il papà in particolare, non pressavano tanto sull’aspetto religioso - racconta Tito Cicero, capo della Mobile aretusea - quanto sul modo di vivere “troppo occidentale” negli usi e nei costumi». L’abbigliamento, le amicizie, i primi flirt.

 

«Non sopportavano che fosse lei, e non la famiglia, a decidere con chi fidanzarsi». Il livello dello scontro si alza. E c’è il sospetto, molto fondato, che il padre l’abbia (come minimo) picchiata. Il caso finisce sul tavolo del Tribunale dei minori di Catania e la ragazza viene ospitata in una comunità alloggio di Siracusa. Frequenta i primi anni all’istituto tecnico “Rizza”. Dove qualcuno ricorda ancora le scenate del padre che l’aspettava all’uscita di scuola e la minacciava. «Era un incubo per lei», rivela Michele Tarantello, docente di Religione che l’accoglierà allo “Juvara”. «Il Tribunale le fece cambiare scuola, anche per sfuggire al papà. Nel frattempo viveva in casa famiglia. Poi ebbe dei problemi e scappò da lì. Lavorò per un periodo in una pasticceria, ma poi la licenziarono».

 

Il prof continua il suo profilo: «Aysegul è sempre stata forte, indipendente e battagliera: dopo i diciott’anni le dissero che poteva anche restare in comunità fino alla Maturità. Ma non ci stava bene, così come non stava bene a casa: pur di non sottomettersi alle imposizioni, e forse anche alle violenze, del padre, ha accettato di vivere una vita precaria, chiedendo ospitalità agli amici. Io la implorai di farsi aiutare da un gruppo d’ascolto, ma lei non ne volle sapere». La preside, Giovannella Strano, la ricorda come «ben inserita». E la vicaria, Dedi D’Anna, conferma: «Stava bene qui da noi scuola».

 

La docente di Lettere dell’ultimo anno, Maria Paola Monello, aggiunge: «Era una ragazza sveglia, ma si capiva che aveva un disagio. Era inquieta. C’erano giorni in cui era tristissima e poi diventava improvvisamente euforica». Il posto nel suo banco - nell’aula della 5ª B - resta vuoto. «Ad aprile scorso - ricorda Tarantello - è come scomparsa nel nulla. Pensai subito che c’entrasse qualcosa il padre, ma poi mi dissero che era tornata in Turchia perché c’era un familiare malato. Ci siamo rimasti tutti male, compreso qualche compagno di classe che aveva una cotta per lei... ».

 

Ayse parte, deve partire. Sul profilo Facebook, il 20 aprile, posta la foto della carta d’imbarco dl volo Catania-Istanbul: «Ci rivediamo Siracusa... sentirete la mia mancanza». E qui il filo del racconto prosegue con le parole della ragazza agli agenti della Mobile: «Mi avevano detto che mio fratello aveva avuto un incidente, in Turchia, che era grave e aveva bisogno di una trasfusione del mio sangue. Io sono partita tranquilla, mi avevano fatto pure il biglietto di ritorno. Dovevo rientrare tre giorni dopo». Ma appena arrivata a casa dei nonni, si accorge che le cose sono ben diverse. «Mi hanno drogata, hanno messo qualcosa nella cena - racconta agli agenti - perché sono caduta in un sonno profondissimo. L’indomani mi sono svegliata con un mal di testa fortissimo. E senza il passaporto, né la sim del telefonino. Era un inganno». I genitori a Siracusa e lei prigioniera in Turchia, dai nonni. Con facoltà di uscire, «ma sempre accompagnata da un familiare».

 

Le trovano pure un lavoro, a Serinhisar. Operaia in un’industria tessile. Ma lei, un peperino pure nel Paese d’origine, «litiga con le colleghe - ricostruiscono dalla Mobile - e viene licenziata». Intanto a Siracusa le sua amiche sono preoccupatissime. Chiara, soprattutto. Ma anche Alessandra, Patrizia, Francy, Manuela, Mary, Deborah; le ex college banconiste della pasticceria, Arianna e Kate. E naturalmente Antonio, il giovane tatuatore, tatuatissimo, entrato nel cuore di Ayse. Arriva il giorno del tema d’Italiano alla Maturità: «Ciao cucciola, in questi esami manchi solo tu», le scrivono le compagne di classe su Facebook.

Ma lei niente: nessuna risposta. Tutto fermo alla foto in aeroporto, quell’«arrivederci Siracusa» che sa di mistero. «La cosa che insospettisce di più - racconta Chiara alla polizia - è che non usa i social, non si connette su Facebook e su Whatsapp da mesi. Non è normale... ». Non è normale, per una diciannovenne che sui social racconta tutto. Dalle partite di pallavolo al campo-scuola “Di Natale”, alla gioia per il primo dolce fatto con le sue mani. E poi le foto che, a vederle, non sembrano turbate dal dolore. Le feste, le gite, le bevute, il bowling, le escursioni nella movida catanese, i selfie nella stanzetta. E le riflessioni, amare: «È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa», scriveva il 5 aprile.

 

Le indagini accelerano. In campo anche l’Interpol e il consolato italiano di Izmir. Vengono messi sotto controllo i telefoni dei genitori a Siracusa e dei nonni in Turchia, ma «tutto sembrava normale - ricorda Cicero - perché anche quando parlava la ragazza era sempre guardata a vista e non si lasciava mai andare a frasi sopra le righe». La polizia turca ottiene un mandato: entra nella casetta di Serinhisar. E la trova in lacrime: «Grazie per avermi liberato, mi tenevano prigioniera e se provavo a scappare mi picchiavano», racconta Ayse agli agenti che la portano via. E a quel punto, dopo tanta prudenza nelle conversazioni, l’intercettazione che inchioda i familiari. La nonna, dalla Turchia, chiama il padre a Siracusa: «L’hanno portata via, hanno scoperto tutto». E lui, dopo un’imprecazione in turco: «Ora noi dobbiamo scappare. Dobbiamo lasciare l’Italia».

 

Ma né lui, né sua moglie riusciranno a farlo. Siracusana è. Ayse torna a casa, l’eroica Chiara va a prenderla all’aeroporto a Roma e la porta a casa sua. «Mi sono battuta io per lei, per me è come se fosse una sorella. Ho fatto di tutto perché tornasse, ma ancora non è finita. Sta bene, ma desso viene il difficile - ammette prima di congedarci con educata bruschezza - e quindi vi prego di lasciarci in pace. A lei penseremo noi, tutte quelli che le vogliono bene». Sul profilo social, come un “trofeo” di ritorno dalla guerra, una bella foto: loro due che sorridono, abbracciate. E Antonio rompe gli indugi: «Fidanzato ufficialmente con Ayse», scrive sul suo profilo. Una storia a lieto fine? Un tempo avremmo detto: e vissero tutti felici e contenti... Ma oggi c’è Facebook. E forse non ci sono più le favole.

twitter: @MarioBarresi

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