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Beni confiscati: Csm avvia il trasferimento

Beni confiscati: Csm avvia il trasferimento dei giudici coinvolti nell’inchiesta nissena

La procedura è stata aperta per incompatibilità ambientale

Beni confiscati: Csm avvia il trasferimento dei giudici coinvolti nell’inchiesta nissena

Non sembra arrestarsi il ciclone innescato dall’inchiesta della procura di Caltanissetta sulla gestione dei beni sequestrati alla mafia. Dopo l’azzeramento della Sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, deciso dal nuovo presidente dell’ufficio giudiziario Salvatore Di Vitale, i magistrati finiti sotto inchiesta a vario titolo rischiano di dover lasciare il capoluogo siciliano.

 

La Prima Commissione del Csm ha infatti deciso di avviare nei loro confronti la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. Una scelta drastica che ha visto d’accordo tutti i componenti, laici e togati, e su cui potrebbero aver pesato anche le informazioni raccolte nella trasferta compiuta a Palermo qualche giorno fa da una delegazione del Csm guidata dal vice presidente Giovanni Legnini.

 

Al centro dell’inchiesta nissena c’è Silvana Saguto, che dal 2010 sino a metà settembre ha guidato il pool sulle misure di prevenzione.È indagata per corruzione ,induzione alla concussione e abuso d’ufficio ed è accusata di essere stata il perno di un sistema, basato sullo scambio di favori, che avrebbe inquinato le nomine degli amministratori giudiziari dei beni sequestrati ai boss. Indagati anche altri due giudici della sezione di Saguto, che come lei hanno lasciato l’incarico, Lorenzo Chiaramonte e Fabio Licata,  il pm della Dda di Palermo Dario Scaletta e l’ex componente del Csm Tommaso Virga, attualmente presidente di sezione al tribunale: sotto inchiesta è pure suo figlio Walter, giovane avvocato a cui era stata affidata la gestione dell’impero economico dei costruttori Rappa.

 

Al di là delle loro eventuali responsabilità penali, che dovranno essere accertate dalla procura di Caltanissetta, la Prima Commissione teme che la loro permanenza a Palermo, per il clamore che ha avuto l’indagine, possa ledere la credibilità dell’ordine giudiziario. “Abbiamo assunto questa decisione tempestivamente  perché siamo convinti della necessità di tutelare l’immagine ed il prestigio della magistratura palermitana, cui il nostro Paese tanto deve nella lotta alla mafia”, spiegano infatti la presidente della Prima Commissione Paola Balducci (Sel) e il relatore del fascicolo Pierantonio Zanettin.

 

Ora a Palazzo dei marescialli partirà una vera e propria istruttoria: se è già certo che saranno sentiti i diretti interessati, che se vorranno potranno anche farsi assistere da un “difensore”, sono altrettanto sicure le audizioni di Di Vitale e del presidente della Corte d’appello di Palermo Gioacchino Natoli, che nei giorni scorsi sono stati sentiti informalmente a Palermo.
Solo all’esito di questa indagine la Commissione valuterà se proporre al plenum il trasferimento d’ufficio per incompatibilità o l’archiviazione del fascicolo.Il crinale su cui si muove il Csm è  comunque molto stretto: se in passato si poteva disporre l’allontanamento di un magistrato in tutti i casi di lesione del prestigio dell’ordine giudiziario, ora si può decidere soltanto per comportamenti incolpevoli che impediscono a un giudice di svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.

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