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La difesa esulta: «La ragazza mente, ecco perché»

La difesa esulta: «La ragazza mente, ecco perché»

La difesa esulta: «La ragazza mente, ecco perché»

SIRACUSA - La difesa esulta. Per due motivi. Primo: «Non esistono i pressuposti per il fermo, né per custodia in carcere o ai domiciliari », sottolinea l’avvocato Sofia Amoddio, in aula assieme alla collega Giovanna Cicero. Secondo: «L’interrogatorio dei nostri assistiti e le indagini difensive - sostiene il legale - hanno di fatto smontato il racconto della ragazza, che non è nuova a fantasiose invenzioni».  

Il riferimento è una precedente denuncia di Aysegul al padre Birol Durtuc per maltrattamenti in famiglia. Era il 2012 e la figlia aveva 16 anni: procedimento archiviato «in quanto all’epoca dei fatti l’attendibilità della giovane - rammenta il gip Andrea Migneco - venne ritenuta inidonea a sostenere l’accusa in giudizio». In quell’occasione fu la stessa Ammodio a «produrre numerose prove fotografiche - ricorda - che smentirono la tesi della minore, che sosteneva addirittura di uscire di casa con abiti musulmani per poi cambiarsi prima di andare a scuola... ». Tutto falso, per la difesa, «così come le ultime accuse a genitori che hanno addirittura assecondato le passioni della figlia, pagando corsi di inglese, spagnolo e computer». Ma per gli «accesi dissidi familiari» il Tribunale dei minori di Catania mandò Aysegul in comunità e tolse la patria potestà ai genitori.  

Birol e la moglie Yasemin «hanno sostanzialmente negato gli addebiti, offrendo una spiegazione alternativa dei comportamenti della figlia», scrive il gip. Secondo i genitori la ragazza sarebbe rimasta in Turchia di sua volontà, «anche perché - ricorda Amoddio - lì ha rivisto una cugina che studia Medicina e vuole affermarsi, pensando di seguire il suo esempio». Sulla cibo drogato nella cena dopo la quale sarebbero spariti telefonino e passaporto, i genitori hanno negato: «Era stanca perché aveva lavorato in pasticceria fino alle 2 della notte prima della partenza, in cui è rimasta sveglia fino alle 5 per fare le valigie. Per questo è crollata». E pure sulla segregazione la versione è diversa: «Poteva entare e uscire quando e come voleva. È pure andata a lavorare in una fabbrica di magliette, dalla quale è stata licenziata dopo un litigio con due colleghe che l’hanno querelata e per questo è stata sentita dalla polizia turca. Se davvero era prigioniera - si chiede l’avvocato - quale migliore occasione per raccontare tutto agli agenti?».

Meno convincenti le versioni degli indagati sul telefonino inutilizzato e sul black out della ragazza dai social network. «Qui c’è un vulnus», ammette il legale. «Le ho detto che serviva alla famiglia e che gliene avrei comprato uno migliore», s’è giustificato il padre.
L’avvocato Ammodio ricorda che «nelle vicinanza di casa dei nonni c’è un internet point ogni cento metri da cui poteva liberamente connettersi», e denuncia «un vuoto investigativo, poiché dal 21 aprile al 5 agosto non c’è alcun atto concreto». In effetti, scrive il gip, «alcuni elementi investigativi (...) si pongono in apprezzabile contraddizione con la tesi accusatoria circa un efferato delitto di sequestro di persona e di odiosa segregazione». Elementi che «consentono di pervenire ad un sicuro ridimensionamento della gravità e dell’estensione cronologica delle condotte denunciate, ma di per sé non sono idonee ad espungere di rilievo penale le azioni commesse dai correi, quanto meno nella prima fase della permanenza di Aysegul in Turchia». Il riferimento è alle «intercettazioni intercorse nel mese d’agosto fra il padre e la figlia», fra le quali «significativi sono ad esempio i dialoghi nei quali si allude al conseguimento della patente di guida e alla correlata libertà di movimento della ragazza». La difesa punta molto soprattutto su due intercettazioni, non citate nell’ordinanza, ma comunque agli atti. Una è del 5 agosto: il padre e la madre, da Siracusa, chiamano la figlia in Turchia: «Figlia mia che fai, hai gli occhi rossi (...) cerca di lavorare sempre, non essere pigra», dice Birol Durtuc. In un’altra telefonata, il 9 agosto, Aysegul scherza col padre Birol: A: «Lui (un parente, ndr) mi prende in giro, mi dice che ho il sedere grosso».
B: «Lascialo stare. Non toccate mia figlia, non toccate il mio cuore! ».
B: «Quando fai l’iscrizione per la patente? ».
A: «Non lo so, non dipende da me. Io vorrei uscire subito la macchina dal garage».
B: «Mi fai morire... Come fai senza scuola guida? Bastano 20 giorni! ».
A: «Lo so, lo so».
B: «Brava».
(...) B: «Che avete fatto? ».
A: «Siamo andati al bosco (un parco con annesso centro commerciale, ndr) a fare sport».
B: «Che bello! Se c’ero venivo anch’io... Non avete comprato niente? ».
A: «No».
B: «Prima sistemiamo il tuo occhio e poi ti compriamo il tapis roulant».
L’altro elemento citato dal gip sono i documenti prodotti dalla difesa e in particolare le «fotografie ritraenti Aysegul in condizioni di apparente serenità familiare». Una la proponiamo in esclusiva: la ragazza, assieme a delle cugine, a bordo di una piscina. «Non mi sembra proprio una ragazza prigioniera», chiosa ironicamente l’avvocato Ammodio.
 
 
 
 
 
 
 
 

    

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commenti 1
  • PinguinoBasito

    02 Novembre 2016 - 01:01

    «che non è nuova a fantasiose invenzioni» «Non mi sembra proprio una ragazza prigioniera» L'avvocato Ammodio dovrebbe pensarci due volte prima di fare affermazioni diffamanti e infangare l'onore della vittima di un reato. Si potrebbe limitare a svolgere il suo lavoro in modo professionale invece di fare battutacce. Ma non si vergogna nemmeno un po'?

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