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Tuccio Musumeci«Catania desolata che ha perso il suo umorismo»

Tuccio Musumeci «Catania desolata che ha perso il suo umorismo»

Il grande attore racconta il suo rapporto con la “sua” città

Tuccio Musumeci «Catania desolata  che ha perso  il suo umorismo»

«Ahi, serva Catania, di dolore ostello/nave senza nocchiere in gran tempesta/non donna di province ma bordello…». Oppure: «T’odio e t’amo. Perché lo faccio forse mi chiederai. Non lo so. Ma sento che accade e mi struggo». E’ un amore tra il dantesco e il catulliano quello che unisce Tuccio Musumeci a Catania: amore “strano” e fortissimo, inossidabile senso d’appartenenza che il più delle volte si camuffa in distacco, sarcasmo, intransigenza.

– Che Catania fa, Tuccio?

«Mmmah! Mi sembra una città desolata che ha perso il suo proverbiale umorismo».

 

– Ha memoria di un periodo nero come questo?

«Sinceramente no. E sì che del secondo dopoguerra mi ricordo tutto: si veniva fuori da fame e sofferenza ma si era pronti a ricominciare e ci si accontentava. Oggi il catanese si è adeguato perfettamente all’usa e getta ed è buono solo ad arrabbiarsi. Ma con chi prendersela se non con se stesso? ».

 

– Negli anni ’60, Pippo Fava, con cui ha condiviso amicizia e arte, a partire dall’indimenticata “Cronaca di un uomo”, tracciò un identikit dei catanesi che è ancora incredibilmente attuale. Abili mercanti come i fenici, cultori dell’ironia a tutti i costi…

«Concordo! Da ragazzino, io e il mio inseparabile amico Tuitto Giardina facevamo incetta di scenette surreali. Andavamo alla Fera ‘o luni quando era ancora fatta da catanesi e non da extracomunitari e cinesi, uno di questi giorni la polizia chiederà a me il permesso di soggiorno. C’era, tra le altre cose, una bancarella di scarpe usate, erano ammonticchiate l’una sull’altra e chi voleva acquistarle doveva prima trovare la sua misura e poi l’altra scarpa da abbinare. Un cliente ci riuscì e chiese il prezzo. “Ventimila lire”, gli fu risposto. ”‘Nenti ci po’ livari? ”, insistette. E il venditore: “Chi sacciu, ci pozzu livari i lazza! ”. Un altro luogo deputato era via Etnea: a un passo dall’ufficio postale c’era una fermata d’autobus frequentatissima. Un giorno, una signora, logorata dall’attesa, si lamentò con un autista: “Sono passati tutti i numeri tranne il 48! ”. E quello: “‘E chi voli, signora, ‘o depositu n’arriminunu boni”. Questa era Catania».

 

– Perché i catanesi non somigliano a nessuno?

«Hanno il fuoco dell’Etna, è l’energia vulcanica a fare la differenza».

 

– E’ per questo che, oltre a “soddi fausi”, sono chiamati “peri arsi”?

«Io sarei più per il primo soprannome, Ciulla fece arricchire molti, ci ni fussi n’autru! Ma “soddu fausu” descrive bene il catanese che tende a fare ‘u “tri oru tri oru”. Se mette su una società a Milano o Torino, il catanese diventa il più grande manager con pieni poteri. Se lo fa a casa sua fallisce perché l’intelligenza del catanese va talmente oltre da diventare autodistruzione».

 

– Come “sente” l’Etna, maschio o femmina?

«Nella composizione musicale di mio figlio Matteo “Aìtna” è donna, per me è un disastro se sputa sabbia. Ho un rapporto d’odio–amore perché il danno che porta prevale su tutto il resto. Le spese sostenute dai comuni pesano come la sabbia nera che brucia piante e campagne; e, se un tempo cadeva sulla terra vergine, con la speculazione edilizia di oggi, ricopre i palazzi che a loro volta ci “piovono” addosso».

 

– Il fuoco dell’Etna e quello dei fornelli. Gli spagnoli hanno la “sobremesa” ma i catanesi non sono da meno: per un pranzo domenicale si può stare seduti a tavola dall’una alle cinque del pomeriggio…

«Il catanese se ne fotte di qualunque cosa… basta ca mancia! E ci sono quelli che ancora oggi, con tutte le “case del pesce” che ne hanno di freschissimo, devono per forza comprarlo in pescheria. Come se il luogo facesse parte del piatto di portata, il catanese, in fondo, si “mangia” pure l’ambiente».

 

– E mai mezze porzioni. Servono solo “p’alluddari ‘u piattu”, no?

«Sì, ma penso che quella catanese non sia poi una cucina così ricca, trovo superiore quella di Palermo che importa molto della cultura araba. Noi, di nostro, abbiamo la pasta alla Norma e quella con il nero delle seppie, il resto è pura invenzione».

 

– Non ha dimenticato la carne di cavallo?

«Ah, quella è una fissazione del catanese! Ma spesso non si fanno i conti con l’età. Vedo troppe facce con i pomelli rossi: la carne equina è squisita ma va bene per i bambini, dopo i trent’anni dovrebbe essere ridotta se non abolita».

 

– C’è un manicaretto catanese di fronte a cui è disposto a mandare tutti al diavolo, alla “Montalbano sono”, per intenderci?

«E’ difficile per me, ho girato parecchio mangiando sempre fuori casa e fuori dalla mia città. Dopo il liceo, me ne andai a Modena e lì conobbi il tartufo ed una cucina molto grassa che ben s’adattava al clima freddo. Ma, cu mmìa, non ci pòttiru mancu i grassi del Nord».

 

– Nemmeno la cucina di mamma?

«Le donne di allora sapevano cucinare (oggi si siddìunu, tutte) ma si preparava solo roba stagionale; oggi, tra surgelati e supermercati, c’è tutto, sempre! Nelle domeniche in famiglia, senza televisione e senza telefonini (tu inviti a unu a cena ma chiddu immeci di parrari cu ttia “mungi” sempri dda cosa!) ricordo ancora la famosa “grassata in bianco”! Chi la sa fare, oggi? Sono cambiati uomini, donne e picciriddi. E male».

 

– I dolci solo nelle feste comandate?

«Non ho mai fatto pazzie per i dolci catanesi, mi basta del buon cioccolato fondente e, da bambino, la merenda che mi preparava mia mamma: pane spolverizzato di zucchero».

 

– Un’ostia di cassata?

«All’epoca non circolava granché, era cosa di Palermo».

 

– Come dire Oriazi e Curiazi?

«Macché! Io non ho mai guardato ai palermitani come avversari, anzi! Ho passato 4 anni allo Stabile di Palermo e da ragazzino passavo le estati da mio zio, fratello di mia madre, medico come tutti i De Gaetani, anatomo–patologo e direttore di clinica. I palermitani amano i catanesi, li vedono più intraprendenti, ammirano l’indole “nottambula”. La rivalità è robaccia di squadre di calcio».

 

– Agata e Rosalia, donne “celesti”. I fìmmini sono un’altra cosa. Pare che i catanesi (e i trapanesi) risultino gli uomini più fedeli. Che siano diventati moralisti?

«Ma cui? I catanesi mo–ra–li–sti??? Ammucciàti, forse! Il catanese le fa, le corna, ma di nascosto. Ricordo un signore, nella hall del teatro, che parlava al telefono con la moglie: “Stasera non so quando mi sbrigo, devo ritornare in chirurgia”. Accanto a lui c’era una bella donna: la prese sottobraccio e se ne andò a teatro. Ci sono “i conna scassi” e le corna d’oro: se l’amante ha un sacco di soldi ne guadagna tutta la famiglia. Io ho sperato sempre in un’ereditiera».

 

– E…?

«Una contessa del nord, di cui non posso fare il nome, veniva a Catania per me, organizzava feste solo per me. Insomma, sono stato un cre–ti–no. Viri chi futtùna c’aveva p’i manu! ».

 

– E se fosse primo cittadino di Catania?

«Se fossi sindaco di Catania, non farei mai il sindaco di Catania. I catanesi accusano le istituzioni ma poi amano la città a modo loro. Si parla di eliminare i cassonetti, come in America: ditte private che prelevano la spazzatura davanti al portone di casa. U catanisi??? I pirati ca ci rassi ai putticati, fussimu chini di munnizza! Però, ci sono cosiddetti assessori alla cultura che hanno la memoria corta, attenti ai “grandi eventi” ma lontani dalla gente e dalla storia della città. Non è grottesco che i catanesi non sappiano chi era Giovanni Grasso mentre mio figlio l’ha studiato all’accademia Strasberg, in America?»

 

– Un sindaco e un uomo politico di Catania che si porta nel cuore?

«Il sindaco Papale fu una persona perbene, fece molto per la città negli anni ’60. L’on. Sapienza, democristiano d’onestà non comune, fece parte anche del Cda dello Stabile e non s’approfittò mai del suo ruolo».

 

– Che cosa le manca di Catania quando è fuori?

«Il centro storico. Bisogna scoprirlo di notte o quando la città si svuota, per le ferie. Quando giravamo “I racconti del maresciallo” per la tv, con Turi Ferro, poi, a cena, mi veniva una gran nostalgia di luoghi unici come via Plebiscito che molti snobbano senza capirne il fascino. Ma al mio ritorno, bastavano 4 mesi e mi scurava ‘o cori. Del resto Verga scrisse ‘I Malavoglia’ a Milano. L’amore vero per Catania lo consumi a distanza, da lontano vedi tutto con occhi benevoli e pieni di malinconia».

 

– Ha mai litigato per difendere Catania?

«Con Arnoldo Foà ci pizzicammo più volte, lui non sopportava il nero della pietra lavica che, diceva, rende Catania lugubre e triste. E invece quella pietra nera è un tesoro per noi: “termosifone” naturale e resistente ai terremoti».

 

– Tre “eroi” metropolitani?

«Il poeta Boley (Francesco Buccheri ndr), quasi un secondo Micio Tempio; Alfieddu, quello imitato da Pattavina, esisteva davvero, trasportava pellicole e sapeva a memoria i cast di tutti i film. Eppoi Pippo Pernacchia: 100 lire a testa perché assicutasse a pernacchie un nostro prof del Cutelli».

 

– Se dovesse rifare alla radio “Tutta la città ne parla” del Terzo Millennio?

«Ma quella era creatura di Turi Ferro! Beh, comincerei così: “Dalla nostra bella ex Catania che vuole imitare Venezia quannu chiove. Guardare foto. P. S. I galosce ca m’accattai, a Venezia mi misi du voti, ccà mi sono utilissime. Sempretuo, Tuccio».

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