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Viaggio a San Conodal Gattopardoagli industrialidel ficodindia

Viaggio a San Cono dal Gattopardo agli industriali del ficodindia

I luoghi dell’immaginario siciliano FOTO

Viaggio a San Cono dal Gattopardo agli industriali del ficodindia

Dal 1958, anno della pubblicazione postuma del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il paese è entrato nella letteratura universale per un capitolo in cui lo scrittore racconta la visita di Padre Pirrone, confessore del principe di Salina, al paese natìo. La realtà però è ben diversa e s’impone per un travolgente dinamismo imprenditoriale che ha i suoi pionieri e ha generato la propria mitologia

 

Dal 1958, anno della pubblicazione postuma del Gattopardo, San Cono è entrato nell’immaginario della letteratura universale per un capitolo in cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa racconta la visita di padre Pirrone, confessore del principe di Salina, al paese natìo, occasione per verificare in periferia le attese deluse del Risorgimento. Collocato nel Calatino, all’estremo lembo della provincia di Catania, tra fertili valli e dolci colline, il paese sembra indifferente alla fama che il romanzo gli ha procurato; se ti guardi intorno non noti alcun segno di identificazione con le vicende del prete, né tentativi di sfruttamento turistico.

 

Neanche la scuola media gli è dedicata. Nella parete davanti alla scalinata interna del municipio c’è invece una riproduzione di Guernica di Picasso, ma di Gattopardi neanche l’ombra. Il viaggio letterario è deludente, resta relegato all’immaginario. Il rapporto con il romanzo si può sintetizzare in un veloce scambio di battute, ad un tavolino del caffè in piazza Gramsci, tra l’agronomo Cataldo Firrarello e l’ex direttore di banca Gaetano Balbo. “Siamo, com’è scritto nel Gattopardo, a due ore di carretto da Palermo”.

 

“Non è vero ma a noi fa comodo crederci”. Per restare ancorati al romanzo dobbiamo far finta di crederci, altrimenti ci finisce come Leonardo Sciascia che, per verificare quanto aveva scritto Lampedusa, venne qui nel 1962 alla ricerca di mafiosi e streghe senza trovare alcuna conferma. Il paese si è sviluppato intorno al palazzetto feudale dei Trigona della Floresta: fu il marchese Ottavio nel 1785 a ottenere dal viceré Caracciolo la licentia populandi. La memoria dell’agronomo ha più che dimezzato le ore di viaggio: Lampedusa scrive che il paese, “piccino piccino”, è “lontano quattro o cinque ore-carretto dal sole palermitano".

 

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E racconta che ogni tanto vi echeggia qualche botto di lupara, e che vi si praticano le magiche virtù delle erbe. Se San Cono si sente estraneo al romanzo la ragione è che il paese vi è descritto con tutte le caratteristiche, non solo di distanza, di un piccolo comune palermitano. Insomma si tratta di una dislocazione della fantasia e della libertà creativa. Rimane da capire il perché della scelta del nome. L’ipotesi più convincente è la familiarità dello scrittore, grazie alla frequentazione dei cugini Piccolo di Capo d’Orlando, con il paese di Naso il cui santo protettore è per l’appunto San Cono Abate. Una leggenda miracolosa lega i due comuni e spiega l’origine della devozione: un viandante aveva acquistato grano a credito dal marchese Trigona, quando questi andò a riscuotere a Naso s’accorse dalla figura di un quadro che aveva incontrato il santo morto da secoli. In ogni caso, grazie al Gattopardo, il nome del paese letterariamente è fortemente evocativo tanto che al premio Campiello del 2015 il romanzo vincitore, L’ultimo arrivato di Marco Balzano, racconta la storia di un bambino di San Cono emigrato a Milano.

 

Mafia? Il sindaco dice che qui non esiste. Maghe? L’unica che si avvicina alla definizione era una conciaossa. La sola figura ambigua è stato un prete, trasformatosi in santone, che convogliava folle di fedeli e durante le preghiere collettive si assisteva a scene di deliquio e svenimenti. Giunti a San Cono è però difficile restare ancorati all’immaginazione perché esiste una realtà dinamica che ti travolge costringendoti a fare i conti con il presente. Qui gli industriali del ficodindia, quelli che un romanzo di Massimo Simili irrideva e presentava come truffatori, sono una realtà tangibile, concreta, qui la fantasia imprenditoriale dei sanconesi ha trasformato in oro un frutto che non aveva valore.

 

La valle dell’Elsa, Cimìa, i campi intorni ai ruderi archeologici della Statio philosophiana sono ricoperti da filari ordinati di fichi d’India. Le piante, che in Sicilia crescono spontanee ai bordi delle strade, nelle scarpate, sulla lava, o sono usate per delimitare confini di proprietà o per la recinzione degli ovili, qui sono state domate, irregimentate, coltivate. Il frutto è esportato nel Nord Italia, in Germania, Francia, Belgio, persino nel Canada, per un giro d’affari tra i dodici e i quindici milioni di euro l’anno.

 

Anche questa storia ha i suoi pionieri e ha generato la sua mitologia. Totò Morreale e Ninu Passuluni, secondo la voce popolare, scoprirono la scozzolatura tra maggio e giugno in modo da far rifiorire la pianta e da produrre i frutti per tutto l’autunno fino a dicembre. Il terreno sabbioso e l’abbondanza d’acqua fanno il resto. In realtà la scozzolatura è pratica antica, semmai i nostri pionieri ebbero la geniale intuizione che potesse essere lo strumento per una coltivazione intensiva e redditizia.

 

I filari di fichidindia, sotto il controllo dei sanconesi, si sono estesi ai territori di San Michele di Ganzaria, Piazza Armerina e Mazzarino. San Cono da terra d’emigrazione e di lotte contadine, guidate da Totò Rindone, è divenuta terra d’immigrazione. Ha circa tremila abitanti tra cui una comunità di trecento rumeni e un gruppetto di africani ospitati in due strutture per richiedenti asilo politico. In un’azienda di stoccaggio di fichidindia abbiamo colto in un colpo d’occhio la Sicilia multietnica di oggi: lungo il nastro trasportatore e intorno alle colonne di cassette da imballare e caricare su enormi autocarri bianchi, si affaccendavano una trentina di persone, uomini e donne, bianchi e neri, capelli scuri e biondi come il sole.

 

L’attitudine di San Cono all’accoglienza deriva dall’esperienza dell’emigrazione; nel dopoguerra le mete erano la Germania e la Lombardia, sopratutto Rho. “Anch’io - racconta il sindaco Salvatore Barbera, operaio Telecom, - sono figlio di emigrati. A mio padre, in quanto meridionale, si rifiutavano di dare una casa in affitto. ” Il benessere del ficodindia ha spinto le famiglie a mandare i figli all’università, sicché si verifica il paradosso che i lavori manuali li fanno i rumeni o operai che vengono da Biancavilla, Adrano o Paternò, mentre i giovani in genere risultano disoccupati e al comune ci sono una cinquantina di precari su settanta impiegati.

 

Se chiedete al sindaco qual è il problema principale del comune, vi risponde la disoccupazione. Anche qui si ripete il ritornello che i rumeni fanno il lavoro che i siciliani non vogliono più fare. “Meno male che ci sono” dice l’agronomo. San Cono è un paese in bilico tra modernità e tradizione. In piazza Gramsci ci capita di leggere le scritte di due insegne, Wine & Spirit e Tricche e ballacche. È nel linguaggio quotidiano che si manifesta una certa refrattarietà a quanto proviene dall’esterno. Significativo il caso della toponomastica: piazza Gramsci viene denominata “e scoli”, perché dove ora c’è il municipio c’erano prima le scuole medie; piazza Umberto I la chiamano “ammenzu u chianu”; e poi ci sono “a vanedda longa”, e “a furca” la piazzetta dove avvenivano le esecuzioni capitali che ha conservato la denominazione nonostante ora sia addolcita dalla presenza di un crocifisso. Attaccamento alla tradizione e senso identitario si riflettono nel culto di San Cono Abate.

 

Qui la memoria, l’affettuosa nostalgia del passato, ha una sua sacralità e i suoi fedeli sacerdoti, tra cui spicca il professore Pasquale Almirante. Il paese, lontano dalle arterie di grande comunicazione, vive appartato, rispecchia l’indipendenza del suo santo protettore a cui i fedeli hanno regalato una casa che ospita la statua, i cimeli, la vara, quadri devozionali e gli opuscoli con i programmi delle feste di maggio stampati ogni anno. C’è anche una piccola vara per i bambini. “Quand’ero piccola - ci confida Raffaella Rindone signora giovane e ospitale, - provavo invidia per il privilegio dei miei coetanei. ” Nella festa, espletate le funzioni religiose, le autorità ecclesiastiche restano in disparte e della statua di San Cono s’impadroniscono i devoti che la portano a spalla per una notte intera attraverso le vie del paese. È una sarabanda in cui si mescolano offerte, voti esauditi o da esaudire, esaltazione fisica e spirituale. I contrasti sulla direzione da prendere, la folla, il ripido pendìo delle strade, il ritmo frantumato della corsa fanno sobbalzare e traballare il santo che qualche volta ne ha pagato le conseguenze.

 

Il nome Cono resiste a mode ed americanismi. Certo qualche caso di ribellione capita, come quella mamma moderna che, costretta a battezzare il figlio col nome del santo, si è presa la rivincita chiamandolo Silvio. Prima di ripartire ci attardiamo ad assaporare gli ultimi sprazzi di sole del pomeriggio autunnale al tavolo di un caffè “e scoli” con Raffaella Rindone e Gaetano Balbo. Davanti a noi il monumento ai caduti che raffigura un soldato in ginocchio con un’arma e qualcosa in bocca. Identificarlo è facile, si chiamava Milazzo; perché sia raffigurato in quella posa nessuno sa dirlo, finché da un tavolo vicino un signore solitario, s’intromette e, con un tono risentito, scioglie l’enigma. “Aveva mani e piedi mutilati, sparava con la bocca, lo so perché era in Russia con mio padre".

 

L’uomo si chiama Carmelo Volpe, pensionato dell’Italsider di Genova, partito a 15 anni per la Germania, trascorre metà dell’anno a San Cono. Ricorda tutti i volti della sua infanzia, poi nella sua memoria c’è una cesura, così come nella via in cui abitava una volta ci sono dei vuoti riempiti da rumeni. Il piccolo pubblico, acquisito mediante la rievocazione di fatti, luoghi e persone del passato, lo stimola a liberare il proprio cruccio. “Di questo paese non mi piace nulla, Genova è mille volte meglio. ” Ma perché ci torna? “Sugnu babbu, babbu di San Conu. ” Come si dice babbu in genovese? “Gabibbo. è un pesce buono da mangiare. Sono un Gabibbo di San Cono. ” C’inchiniamo davanti ad un amore così tenace e disperato: né con te, né senza di te.

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