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Le baracche di Alfredo: da Messinaai lager di schiavitùdei nazisti

Le baracche di Alfredo: da Messina ai lager di schiavitù dei nazisti

E’ la storia raccontata nel romanzo di Cesare Giorgianni

Le baracche di Alfredo: da Messina ai lager di schiavitù dei nazisti

“Baracche e schiavitù nell’Europa del XX secolo” (Armando Siciliano Editore, euro 14) è un romanzo diaristico della gioventù di Alfredo, padre dell’autore, il messinese Cesare Giorgianni, 58 anni, redattore del settore Cronaca de La Sicilia. Una storia vera, quella descritta, divisa in tre parti: i primi anni vissuti nella città ancora in fase di ricostruzione dopo il terremoto del 28 dicembre 1908 e l’“esilio” della famiglia a Pantelleria perché anti-fascista; la dura e drammatica prigionia in un campo di concentramento nazista durante la Seconda Guerra Mondiale; l’inizio della cosiddetta “nuova vita” (dopo l’esperienza nei lager) al servizio del Genio civile. Il tutto corredato da suggestive e rare immagini fotografiche.  

 

Le baracche a cui si fa riferimento nel titolo sono diverse tra loro: la prima è quella in cui il protagonista trascorse la sua adolescenza a Messina con i genitori e i sette fratelli; la seconda, di certo più tetra, quella nella quale, a seguito dell’Armistizio dell’8 settembre del 1943, Alfredo si trovò rinchiuso dopo la deportazione, prima a Neubrandenburg (Stalag II A), quindi a Crivitz (sito “distaccato” dello Stalag II E di Schwerin), nel Nord della Germania, tra Pomerania e Mecklenburg. La prefazione del romanzo è della giornalista Adele Fortino e la post-fazione del prof. Giuseppe Restifo. Un volumetto, quindi, grazie al quale si intende “salvare” momenti di memoria storica.   Accurata la descrizione personalizzata di scorci di vita vissuta in riva allo Stretto e poi per quattro anni a Pantelleria dalla famiglia “comunista” di Alfredo a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta. Particolareggiata e ricca di spunti critici e storici è anche la parte del romanzo attraverso il quale si “entra” nel konzentrationslager: il campo per prigionieri di guerra. E qui si “scopre” la seconda parte del titolo del libro: la schiavitù nell’Europa del XX secolo. Al campo, infatti, erano frequenti le “visite” di alcuni personaggi in cerca di manodopera: incaricati soprattutto dalle industrie, accompagnati da impiegati dell’Ufficio di collocamento dei prigionieri (Arbeitseinsatz).  

 

Richiedevano il lavoro degli “Imi” (Italienische Militar Internierten - Internati militari italiani), in vari settori, in cambio di una migliore condizione o qualità di... vita. Ovviamente, le ditte private o statali che facevano ricorso all’utilizzo della forza lavoro coatta costituita dai detenuti pagavano cifre differenti agli uffici amministrativi del lager, che costituivano così fonti di reddito per l’erario, visto che i campi di concentramento erano, in pratica, istituzioni statali gestite dalle SS. In campi e sottocampi del Terzo Reich, durante la Seconda Guerra Mondiale, notevole fu l’“affitto”, il “noleggio” di reclusi per l’industria mineraria, chimica, metallurgica, tessile, elettrica e... bellica. Una particolare forma di schiavitù. Forza-lavoro a buon mercato, insomma, per sostenere l’economia tedesca. La riflessione finale non poteva non “toccare” il campo di sterminio di Auschwitz, anche attraverso fotografie scattate recentemente dallo stesso autore.

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