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Borse dal carceredi piazza Lanzaalle boutique di lussoEcco la storia

Borse dal carcere di piazza Lanza alle boutique di lusso: ecco la storia

I modelli realizzati dalle detenute sono stati creati grazie al progetto “FiloDritto”

Borse dal carcere di piazza Lanza alle boutique di lusso: ecco la storia

CATANIA - Le borse delle detenute di piazza Lanza sono in vendita nelle boutique d’alta moda, in Italia e all’estero, artigianato di qualità inserito nella catena dei prodotti di lusso per il marchio di Ilaria Venturini Fendi. La cooperativa «FiloDritto » ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta Ninni Fussone, la donna che l’ha ideata e che la guida con appassionata dedizione. Ha creduto in questo progetto su cui nessuno avrebbe scommesso nulla e gli esiti le hanno dato ragione.  

 

Una storia che parte da lontano, dalla sua scelta di lavorare con i detenuti e i malati di mente coinvolgendoli nella creazione di oggetti in feltro. La prima “opera” nasce da un dono: le vecchie coperte usate dai carcerati che l’amministrazione penitenziaria di Vercelli deve dismettere. Con una di queste, insieme alle detenute di Enna, la «sociologa-artigiana » realizza un grande plaid con una fioritura di primavera siciliana. Un prato grigio che esplode di papaveri, calendule, fiori di zafferano, coccinelle, sassi. Diviene il “manifesto” di un progetto volto a creare lavoro nelle carceri. Non lavoretti passatempo, pretesto per una mortificante beneficenza, ma strumento per imparare un mestiere da mettere a frutto per fare impresa, per crearsi un’occupazione dietro le sbarre e soprattutto dopo, all’uscita.  

 

Un progetto che nel 2013 si sposa perfettamente con quello promosso dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero di Grazia e Giustizia, il progetto “Sigillo” che prevede l’erogazione di borse lavoro, per un anno, per la formazione professionale di detenute che, poi, dovranno camminare da sole, essere in grado di produrre e di commercializzare i propri oggetti all’esterno del carcere. La casa circondariale di piazza Lanza partecipa a questa prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditoria delle detenute attraverso la cooperativa sociale «FiloDritto». La direttrice del carcere Elisabetta Zito individua uno spazio, trova le risorse per risistemarlo e lo mette a disposizione di questo progetto.  

 

 

 Adesso i risultati, lusinghieri. Le borse - create da pannelli di coperte lavorati con il feltro e la lana e trasformati in quadri artistici - sono vendute, a prezzi  salati, in alcune delle boutique più esclusive d’Italia (a Catania da Helmè) e in Giappone. Sono prodotte per «Carmina Campus», il marchio di Ilaria Venturini Fendi che si caratterizza per l’uso di materiale riciclato, e dunque per il rispetto dell’ambiente, e per i processi di produzione socialmente etici qual è il coinvolgimento di lavoratrici detenute cui viene chiesto di garantire l’alta qualità del prodotto. «FiloDritto» lavora così e, in quanto tale, è parte di “socially made in Italy”, la rete delle cooperative che lavorano nell’artigianato per il mercato di lusso, rete di cui fanno parte anche la Cooperativa Alice di Milano, dove le detenute cuciono le toghe di magistrati e avvocati, e la cooperativa di Brescia che si è specializzata in maglieria in cashemere.  

 

Le procedure sono complesse. I “pannelli” lavorati a piazza Lanza vengono spediti nella casa romana della maison dove vengono controllati - e se non sono perfetti sono rispediti indietro e vanno rifatti - e da qui inviati a Venezia per le rifiniture in pelle o altro. Poi l’arrivo nelle boutique del lusso collegate a questa rete. Il ministero di Grazia e Giustizia ha dato il proprio patrocinio a “Socially made in Italy”, ma finora non ha erogato gli attesi finanziamenti. Intanto «FiloDritto» ha assunto una persona a tempo determinato, con paga sindacale. «Sembra poco - commenta Ninni Fussone - ma è tanto ed è importante. E’ forse la prima volta, in Sicilia, che una ditta esterna assume una donna in carcere. Ed è importante perché fa dire a chi sta dentro “possiamo farcela” e perché mostra all’ambiente da cui le detenute provengono che si può cambiare vita». E’ quello che le hanno detto le detenute quando sollecitava le loro parole per definire questa esperienza. «Questo progetto mi ha cambiato la vita. Quando esco voglio continuare». Ma come? Con quale sostegno?  

 

 Per questo Ninni Fussone chiede che si trovi e venga messo a disposizione uno spazio dove creare un laboratorio, magari in uno dei beni confiscari alla mafia. Per questo, a nome di «FiloDritto», esprime il desiderio di «poter dialogare con il territorio, con gli imprenditori locali per cui la cooperativa potrebbe produrre gadget etici e di qualità. I designer potrebbero sbizzarrirsi». E ricorda che un progetto - per insegnare alle detenute a ideare le etichette e a saper affrontare le tematiche della comunicazione e del packaging relativo ai nuovi prodotti - è già stato finanziato dai Valdesi con i fondi dell’8 per mille. Propone e attende. Con pazienza e determinazione, come sempre.

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