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Il mondo sulfureodei carrapipaniAddio ai “carusi”e al sogno del tessile

Il mondo sulfureo dei carrapipani Addio ai “carusi” e al sogno del tessile

Valguarnera, dove chi non emigra torna nei campi / LA FOTOGALLERY

Il mondo sulfureo dei carrapipani Addio ai “carusi” e al sogno del tessile

Una croce alta tredici metri dalla cima di Monte Calvario domina Valguarnera Caropepe e le colline e valli circostanti. Fu donata nel 1971 da Pippo Loggia, uomo irrequieto che ha vissuto molte vite: stagnino, eremita su Monte Scalpello, folgorato poi sulla via del comunismo; infine, deluso, si trasferì a Roma dove all’Eur esercitò il mestiere di mago accompagnando l’attività con l’elaborazione teorica e scrivendo libri esoterici. Insomma leggendo la mano si arricchì senza dimenticare la sua origine e l’antica fede.

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Perciò ha donato la croce e una cappella. L’una dal basso si distingue ancora nonostante sia circondata dai ripetitori, i nuovi totem della modernità. L’altra è abbandonata, vandalizzata e allagata. Il mago questo non l’aveva previsto, ma sono gli infortuni del mestiere. Dall’alto di Monte Calvario si gode una vista magnifica, dal tracciato geometrico dell’abitato alle miniere di zolfo fino alla collina di Russomanno resa famosa da un romanzo di Savarese. Sulla soglia della porta laterale della Chiesa Madre in piazza della Repubblica, padre Rizzo ci accoglie sfiduciato: «Benvenuti in questo paese piccolo e dimenticato». Poiché l’affermazione gli sembra troppo pessimista, tenta di attenuarla: «Dimenticato da noi stessi... ».

 

La decadenza si coglie visivamente nel vecchio albergo “Raimondo”, collocato orgogliosamente davanti all’ingresso principale della chiesa. Le residue ricercatezze architettoniche richiamano i tempi fiorenti dell’industria dello zolfo, quando era affollato da ingegneri, funzionari e imprenditori che venivano da tutta l’Italia, o dalla Francia e dall’Inghilterra. La chiesa, dedicata a San Cristoforo, è ben curata. Una cappella è riservata a Santa Barbara, protettrice dei minatori. Tanti anni fa, quando arrivò la nuova statua, gli zolfatai vollero portarla a spalla dalla stazione alla chiesa. Allora la santa aveva da proteggere ciò che oggi appare un lontano ricordo. Chi guarda necessariamente al futuro, nonostante debba fare i conti con la crisi, è Francesca Draià, sindachessa del Pd di 32 anni, madre di tre gemelli.

 

Valguarnera ha ottomila abitanti, 78 impiegati al Comune di cui 42 precari; chi non emigra e ha un pezzo di terra torna all’agricoltura: grano, olive e fichidindia. Qui non solo sono finite le miniere, ma stanno esaurendosi le buone pensioni dei minatori che sono servite a mantenere le famiglie, e soprattutto si rimpiange la fine più recente del polo tessile, in cui l’azienda più grande aveva quattrocento dipendenti. Ora alcune giovani si arrangiano facendo le commesse nella grande distribuzione, ma per la maggior parte dei coetanei non esistono prospettive. Da un quindicennio è ripresa l’emigrazione verso l’Australia, gli Stati Uniti a Rochester, la Francia e la Germania. Nel Nord Italia esiste una forte comunità a Castelfranco Veneto. A Melbourne c’è un circolo di valguarneresi.

 

Chi può torna in estate per la festa di San Cristoforo, il santo protettore, il 25 agosto. Francesca Draià è alle prese con il problema contingente dell’acqua. Uno dei tanti. «Come se non bastasse la crisi, la Regione va sempre peggio e ciò si ripercuote sui paesi». Valguarnera fu fondata nel 1549 da Giovanni Valguarnera conte di Assoro, che ottenne dall’imperatore Carlo V la licentia populandi per il feudo di Caropepe. Nell’Ottocento ha avuto il suo periodo di splendore grazie alle miniere di zolfo. Oggi quei luoghi di operosità, sudore, ricchezza e sfruttamento disumano sono archeologia industriale, ma proprio per la forza simbolica di ciò che rievocano s’impongono all’immaginazione. Per cogliere la logica di alto e basso, di benessere e miseria, di capitale e sfruttamento basta una visita alla miniera di Floristella, a cinque chilometri dal paese: qui il superbo palazzo dei baroni Pennisi di Floristella, di Acireale, sovrasta le bocche delle discenderie che inghiottivano gli uomini nel sottosuolo.

 

Era tutto un mondo di zolfo e vapori sulfurei, che oggi costituiscono lo scenario ideale per storie di degradazione umana, tanto che la miniera è stata scelta per tre film, nel primo del 1975 la bella Zeudi Araya fa perdere la testa al padrone della miniera, nei più recenti i registi Grimaldi e Scimeca raccontano lo sfruttamento e la vita infernale dei carusi. Il palazzo imponente, architettonicamente ricercato e ora parzialmente restaurato, con una cappella a pianta ortogonale, serviva più come simbolo di ricchezza e potere che come residenza, in quanto i baroni ci venivano raramente, mentre l’amministrazione era affidata alla famiglia Lomeo. Dalla terrazza si vedono i forni Gill, i calcheroni, ma il paesaggio arido e lunare di una volta resta affidato all’immaginazione perché le colline intorno ora sono tutte verdi di pini. A poca distanza c’è la miniera di Grottacalda che apparteneva alla Montecatini, qui nel 1937 venne in visita Mussolini. Di lui si tramanda solo l’avvertimento dato al manovratore che lo faceva scendere con la gabbia nelle viscere della terra: «Pierino Scicli, le sorti dell’Italia sono nelle tue mani».

 

A Valguarnera esiste una lunga tradizione di lotte sociali, zolfatai e braccianti furono tra i protagonisti dei Fasci Siciliani nel 1893, duramente repressi. Nel secondo dopoguerra ci furono l’occupazione delle terre e la lunga agonia delle miniere a causa dei nuovi metodi, più economici, di estrazione dello zolfo e alla concorrenza americana, con l’intermezzo di una breve ripresa dovuta alla guerra di Corea dal 1950 al 1953. Nel linguaggio quotidiano dei siciliani Valguarnera è entrato per il suo nome antico: Carrapipi. È di Carrapipi o carrapipani si dice di persone rustiche o che vivono in un mondo immaginario. Da un lato l’espressione coglie l’aspetto del contadino, dall’altro quello sulfureo delle miniere. Per sfortuna dei carrapipani il genio inventivo del catanese Nino Martoglio ha creato, nella commedia L’aria del continente (1910), un personaggio che ha fatto ridere generazioni di spettatori: la canzonettista Milla Milord.

 

«Signuri mei, carrapipana! … ‘A cuntinintali, ‘a rumagnola, era di Carrapipi! » Quest’aura negativa infastidiva un fine scrittore come Francesco Lanza, autore di un piccolo gioiello letterario, I mimi siciliani (1928). Nei suoi bozzetti ironici, beffardi e disincantati, in un mondo in cui la morale è suddita di astuzia e libertinaggio, i furbi, le canaglie, le donne astute, libere e sensuali, gli allocchi sono indicati con l’aggettivo del paese o città d’origine. Di caropipana se ne incontra una sola ed è prosperosa come una divinità ctonia, con «un petto quanto l’altar maggiore». Alla madre che la rimprovera perché, allattando il figlioletto in ogni dove, lo mette in mostra senza pudore, risponde sfrontata: «O che fa, me lo rubano? Sempre mio resta». Da un mimo di Lanza sembra uscito Filippo Piscitello, che ci ferma in via Matteotti e si presenta come «schiavo dei notai». Come ci si sente con gli ammiccamenti sui carrapipani? «A me, - dice - non fa né caldo né freddo. C’è però chi si arrabbia. Per me i veri scimuniti sono quelli che pensano male di noi». A Valguarnera non ci sono più notai, ed è altro indizio della crisi.

 

«Qui non si muove niente, - dice - il grano è dei nuovi feudatari che vengono da fuori e non lasciano alcun beneficio». Se occorre un notaio, Piscitello fa da tramite. Li conosce tutti da Palermo a Catania e Acireale. Ci fornisce un lungo elenco che si esaurisce sol perché gli preme raccontare la leggenda della fondazione del paese. «In origine c’erano i fratelli Carra e Pipi, da qui nacque il nome di Carrapipi». A dare la spiegazione filologica interviene Salvatore Di Vita, memoria storica del paese e autore di un interessante libro sulle miniere. «Il nome deriva dall’arabo, significa grande villaggio, o secondo altra interpretazione villaggio del mio amato».

 

La seconda versione è più romantica e capovolge l’accezione negativa di carrapipano. Qui lo zolfo, museificato nel parco di Floristella e Grottacalda, vive nel linguaggio quotidiano. Fai surfur è intimazione a stare zitto. La spiegazione, legata al senso di soffocamento, l’otteniamo indirettamente davanti al Circolo degli zolfatai intestato a Pippo America, l’ultima vittima delle miniere. «Il fumo m’impediva di parlare», racconta il settantunenne Giovanni Villareale, che dal 1958 al ‘61, dai 14 ai 17 anni, ha fatto l’esperienza del carusu. «A causa delle esalazioni sono svenuto tre volte. Ero caricato come le bestie. Ho preferito emigrare in Svizzera a fare il muratore, un lavoro più leggero e meglio pagato. Alla miniera guadagnavo settecento lire al giorno, lì li guadagnavo in un’ora». Carrapipi abbonda di personaggi sulfurei. Per anni nella redazione della Sicilia, il capo del notiziario regionale Rino D’Alessandro, prima compiacente poi sempre più infastidito, ci annunciava l’ennesimo articolo su Armando Piano Del Balzo. Quel nome altisonante apparteneva a un impiegato comunale dalla fertile immaginazione.

 

Suonatore di fisarmonica, pilota di formula 3, aveva fatto domanda alla Nasa per un viaggio sulla luna ed era in lista d’attesa; fondò il partito Sos che si prestava a una duplice lettura: Seguitemi onesti siciliani, oppure Siciliani occorre soccorso. Si candidava a tutte le elezioni e divenne talmente noto che a una elezione per il presidente della Repubblica ottenne, per scherno delle istituzioni, tre voti. Il figlio Francesco, operaio avventizio di 47 anni, è il fedele custode delle sue memorie e vorrebbe che se ne facesse un libro. A suo avviso le imprese più memorabili del padre furono due. La prima quando, abbandonati casa e lavoro, per due anni vagò per l’Etiopia alla ricerca dei resti del padre morto in guerra. «Non parlava le lingue, si faceva capire con i gesti, si manteneva suonando la fisarmonica e riportò lo spoglie paterne».

 

L’altro episodio riguarda lo scorno del capo socialista Bettino Craxi che, in un comizio a Enna, trovò la piazza vuota perché la folla aveva preferito recarsi a piazza San Francesco ad ascoltare Armando Piano Del Balzo. «La Digos gli aveva chiesto di cambiare orario, ma mio padre fu irremovibile». Il fondatore di Sos ebbe sette figli, Francesco è l’unico maschio. Le sorelle sono sparse per l’Europa, tutte emigrate. Il Circolo Unione è il più elegante di Valguarnera, dalla ricercatezza dei mobili residui si capisce che era il luogo di ritrovo dei civili. Il presidente è il professore di francese Vittorio Speranza, vice preside dell’Istituto tecnico e per diletto storico locale. Ha ricostruito le fasi dell’invasione anglo americana del 1943. Valguarnera fu bombardata tre volte, la terza quando era già stata occupata e il fronte era avanzato verso Troina. «Qui le vittime civili furono 116 mentre furono 500 le case distrutte, eppure nessuno ne parla, invece si parla molto della battaglia di Troina con 114 morti».

 

Il terzo bombardamento probabilmente fu un tragico errore su cui si ritenne fosse meglio tacere per le ipocrisie strumentali della Guerra fredda e forse per quel nome di Carrapipi che mal s’accordava a una tragedia.

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