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Francesca Pacide La Stampa«Dietro l’Isis c’è caos e il nulla»

Francesca Paci, giornalista de La Stampa: «Dietro l’Isis c’è caos e nulla»

«Non è una guerra di religione, anche i musulmani sono vittime»

Francesca Paci, giornalista de La Stampa: «Dietro l’Isis c’è caos e nulla»

Il crollo delle ideologie in Occidente, la percezione - corretta o meno che sia - dell’Occidente come unica squadra ammessa nella serie A del mondo, i tanti errori commessi in Iraq, Libia e Siria da parte delle grandi potenze. C’è questo dietro il fenomeno Isis, secondo Francesca Paci, giornalista del settore Esteri de La Stampa, a lungo corrispondente da Londra e da Gerusalemme e grande conoscitrice della realtà mediorientale. Anzitutto, occorre comprendere che l’Isis è «definitivamente terrorismo, però acquista anche una componente di Stato, nel senso che, se parliamo di terrorismo di matrice religiosa e islamista, dall’11 settembre 2001 noi abbiamo conosciuto il terrorismo di Al Qaida, che è l’antitesi dello Stato islamico. Le due organizzazioni hanno la stessa metodologia di azione, ma modalità diverse: Al Qaida ha una rete diffusa in diverse parti del mondo, il califfato, invece, ha occupato un territorio, grande quanto la Lombardia. L’Isis è quindi una organizzazione terroristica a tutti gli effetti, che però occupa un territorio all’interno del quale legifera, controlla alcune risorse (petrolio), impone tasse che in realtà sono pizzi, sequestra, chiede riscatti, commercia sul mercato nero. All’interno di questo “Stato”, gli uomini del califfo hanno creato scuole, impongono leggi secondo la sharia più oltranzista e rigorosa, “governano” controllando centinaia di migliaia di persone che non sono loro simpatizzanti, ma ostaggi, schiavi».  

 

È convinta, Francesca Paci, che questa non sia una guerra di religione «perché anche i musulmani ne sono vittime. Una guerra di religione, quindi, tra chi? Tra una parte dell’Islam contro l’Occidente o tra una parte dell’Islam contro gli altri musulmani? Dopo l’11 settembre, le vittime occidentali di questo tipo di terrorismo sono il 3,5%. Io credo quindi che ci siano più fronti aperti, di cui uno fondamentale è una guerra all’interno dell’Islam per chi controlla il messaggio religioso. Al Bataclan a Parigi c’erano tanti musulmani e la strage li ha avvisati di non mescolarsi con gli occidentali». E questo forse racchiude in sé la chiave di volta per vincere questa guerra: «La risposta a questa guerra - sottolinea Francesca Paci - è proprio quella di unirsi, noi e i musulmani, contro l’Isis. Abbandonino quindi l’omertà che finora sottotraccia ha accompagnato la reazione della comunità musulmana agli attentati: nel caso di Charlie Hebdo, il fatto che fosse stato insultato Allah; nel caso dell’assassinio di poliziotti, il fatto di essere stati marginalizzati nelle banlieue; nel caso degli attentati nel mucchio, il fatto di essere tutti obiettivi, ma che la reazione occidentale dopo l’11 settembre è stata quella di mettere all’indice l’Islam in quanto religione. Sembra che adesso finalmente i musulmani abbiano capito».  

 

Almeno quelli moderati. Ma per Francesca Paci, non esiste l’Islam moderato, perché «questa religione, come tutte quelle monoteiste, non è tollerante (nel momento in cui decidi che c’è un Dio solo, gli altri non ci sono). Non esistono i musulmani moderati o estremisti, ma tra i 30 milioni di musulmani che vivono in Europa, qualcuno è integrato al 100%, qualcuno meno, senza per questo essere terrorista; poi ci sono quelli che vogliono dare fuoco a tutto, che ci odiano e odiano anche i loro confratelli. Questi ultimi cercano di dividerci, aumentando il gap tra Occidente e comunità musulmana che vive qua: cercano di mettere paura a noi, con la conseguenza di emarginarli, e di inculcare in loro la diffidenza verso di noi, ripetendo in continuazione che li odiamo». Ma come mai a essere colpita è soprattutto la Francia? Ha a che fare con l’intervento in Mali, come sostenuto dal presidente Hollande? «Io credo che sia una questione di numeri. In Francia e Belgio vivono molti islamici. L’Italia, inoltre, rispetto alla Francia, ha un atteggiamento più soft verso la religione. Da noi il crocifisso non è ovunque e anche il velo non è un problema, mentre in Francia i simboli religiosi sono tutti banditi: un musulmano si sente più a suo agio in Italia che in Francia. Penso che gli interventi militari c’entrino poco». Anche se la gestione dei focolai di crisi è stata disastrosa: «L’intervento in Mali della Francia? Dimentichiamo che i maliani hanno accolto con gioia le truppe francesi. I bombardamenti in Siria? La Francia li ha effettuati soltanto dopo Charlie Hebdo. Certamente c’è stata, da parte dell’Occidente, una catastrofica gestione dell’Iraq, che non ha cominciato questa storia, ma l’ha aggravata.

 

La seconda guerra in Iraq è stata un grandissimo errore per la gestione del dopoguerra, con lo smantellamento dell’esercito, il ricacciare nelle tribù chi aveva avuto ruoli nell’intelligence e nelle forze armate, il potere totale dato agli sciiti senza avere fatto pace con l’Iran, che è il più grande potere sciita della regione. In Libia, invece, è stato sacrosanto intervenire perché i libici, che cercavano di mandare via un dittatore sanguinario, lo chiedevano. Però, se intervieni resti, li aiuti, non li lasci in mano a uno Stato che era un non Stato perché Gheddafi lo aveva smantellato da 40 anni».  

 

 

E ora con la Siria, forti delle lezioni precedenti, occorrerebbe intervenire sul terreno? «È altamente impopolare quello che dico, ma avrei voluto che il mondo intervenisse prima e pesantemente. In Siria si dovevano aiutare subito quelli che volevano cacciare Assad. Io ero là quando è iniziata la protesta: alcuni erano superliberali, altri conservatori, ma erano tutti disarmati. Sono stati massacrati per tutto il 2011 e il 2012. Il califfato comincia a comparire alla fine del 2012 e poi si proclama Stato islamico nell’estate 2013. Quando, nell’estate del 2013, Obama voleva bombardare Assad, pensavo che fosse tardi, ma che fossimo arrivati al punto. Il mondo però si mobilitò contro la guerra, dimenticando che eravamo già a quota 170mila morti in Siria: forse quella fino a quel momento non era una guerra perché non c’erano gli americani? A quel punto l’America non è intervenuta, e da lì è andata sempre peggio.  

 

Adesso, qualunque cosa si decida di fare, è una pezza: chi bombardi? Lo Stato islamico? I ribelli di Assad? Lavori con Assad e lo rimetti in sella? È un disastro. Nella radicalizzazione in Siria il punto di svolta è l’estate del 2013, quando i ribelli siriani aspettano un intervento di soccorso dal mondo che non arriva. E allora avviene il “reclutamento umanitario dei jihadisti” che cominciano a dire: “Siete stati abbandonati, l’unico che combatte Assad è lo Stato islamico”. Così, anche chi era religioso ma non voleva nessuna jihad, a quel punto va col califfo». Quindi, per Paci i bombardamenti non bastano: la guerra all’Isis potrebbe portare al disgelo tra Usa e Russia, cambiando gli scenari geopolitici, anche se «sulla Siria la Francia e gli Usa tengono il punto - e personalmente credo che abbiano ragione - sostenendo che non ci può essere alcuna mediazione con Assad, perché lui non è parte della soluzione, ma del problema. Putin ha invece scommesso il suo rilancio geopolitico su Assad. Certamente, però, questa nuova minaccia sta ridisegnando le possibilità di alleanze.

 

Nel mondo della geopolitica l’etica non esiste, tutto è possibile: si prospettano quindi aperture e alleanze fino a poco tempo fa impensabili». Ma cosa ha reso l’Isis così temibile da una parte e così attrattivo dall’altra? «I jihadisti lavorano su due aspetti. Anzitutto, la grande disparità e diseguaglianza che c’è nel mondo, non soltanto economica: che sia vero o no, c’è la percezione che l’Occidente si senta categoria di serie A e il resto del mondo sia categoria di serie B. La serie A cerca ragioni per dire che la serie B sta così non perché noi li opprimiamo, ma perché se lo merita, è poco preparata, è rimasta indietro culturalmente, si fida del terrorismo. La serie B, dal canto suo, vivendo ormai nel mondo globale, vorrebbe diventare serie A, quindi ha un rapporto di amore-odio viscerale con l’altra parte. Questo non avviene soltanto con l’economia, ma anche con la cultura e i modelli sociali. Il tutto in un mondo in cui, paradossalmente, l’Occidente non è mai stato tanto debole come oggi, anche se continua a essere percepito come forte e prepotente. Dall’altra parte, la serie B vorrebbe passare in serie A, ma dittature, corruzione, cappa religiosa non agevolano il cambio. Questo è il primo nodo, che è un brodo meraviglioso per questi terroristi. Il secondo aspetto è che c’è un grandissimo vuoto di ideologie forti. L’Occidente non è mai stato così buono come adesso, eppure non abbiamo più come nel secolo scorso una causa forte per cui batterci.  

 

Le ideologie non ci sono più e l’Islam colma il vuoto: i foreign fighters si vedono come Che Guevara, hanno l’abnegazione di uno che andava in Nicaragua negli Anni 70, si sentono come la Brigata internazionale che combatteva contro Franco in Spagna. E non serve a nulla dire loro che oggi il fascismo è quello della bandiera nera dello Stato islamico: loro ti rispondono che sono andati perché Assad ha massacrato - ed è vero - per 4 anni il suo popolo e, finché non è comparso lo Stato islamico, non è fregato niente a nessuno». L’uomo ha sempre bisogno di qualcosa per cui battersi, in cui credere: «Io vorrei che noi ci battessimo per la democrazia. Invece è data per scontata, è un valore debole, noioso. Al di là della rabbia islamica, stiamo quindi parlando dell’Europa, di noi». E poco importa - di fronte a questo bisogno dei potenziali jihadisti di trovare un’identità, che «l’Islam offre fortissima, facile, a due lire» - se l’Isis abbia o meno una strategia o un obiettivo: «Credo che dietro i jihadisti ci sia semplicemente una strategia di caos: tanti hanno citato il nichilismo e i demoni di Dostoevskij. Ho l’impressione che l’Isis abbia solo una strategia del presente, non può veramente pensare di islamizzare il mondo. Tutto questo, quindi, per ottenere cosa? La risposta è probabilmente il nulla dei demoni di Dostoevskij, il caos, vite vuote. L’abbiamo prodotta noi questa letteratura, anche se oggi sembra difficile credere che il punto possa essere questo. E allora preferiamo chiederci: chi deve esserci dietro? Israele che sta cercando di mettere in cattiva luce l’Islam? Gli Usa che hanno eroso potere e quindi stanno destabilizzando il mondo? Ma l’animo umano è molto più complesso di così».

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