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Un concertoe sei storie di fandiventano il film“Gli Immortali”

Un concerto e sei storie di fan diventano il film “Gli Immortali”

Il racconto di Jovanotti e del regista catanese Michele Truglio. Due protagonisti siciliani

Un concerto e sei storie di fan diventano il film “Gli Immortali”

MILANO - Se stavolta Pippo Baudo dicesse «Questo l’ho inventato io» non gli si potrebbe dare torto, anche se la creazione artistica in oggetto è “Gli immortali”, docu-film che racconta l’avvicinamento a uno dei tre live di San Siro dello scorso giugno di Lorenzo “Jovanotti” Cherubini e di sei dei suoi fan. A mettere la firma sul “filmino” (come lo chiamano i suoi artefici) che dal 4 dicembre andrà in onda su Sky Uno e Sky Arte sono, infatti, Jovanotti e il regista catanese Michele Truglio, ex autore di Baudo, conosciutisi proprio dietro le quinte di Fantastico 1990. Un’amicizia nata e cresciuta nel tempo. «Il progetto è nato durante un pranzo natalizio a Cortona con Michele - ha spiegato il cantautore al termine dell’anteprima per la stampa - per ringraziare il mio pubblico, raccontare l’emozione collettiva del concerto e riscattare quell’imbarazzo latente per avere scritto una canzone dal titolo importante come Gli immortali. Poi Red Bull ha dato il suo appoggio a SoleLuna, e Sky ha dato un senso a tutto decidendo di mandarlo in onda». Sono sei le storie che s’incrociano ne “Gli immortali”, scritto da Jovanotti e Truglio con Lorenzo Ciabatti, alle quali si aggiunge quella del cantante.  

 

«La mia è soltanto una delle storie del film, quella che rende possibile le altre», ha detto Lorenzo. Le altre sono quelle della diciottenne milanese Carolina De’ Castiglioni che va di pari passo con l’esame di maturità sostenuto la mattina stessa del concerto; del cantautore di San Sepolcro Edoardo Menichella ritrovatosi a eseguire a San Siro una cover di Sabato; di una famiglia pugliese con due figli di 9 e 13 anni; di Angelo Sonnino, fan e cantante della prima cover band di Jovanotti e di due siciliani molto speciali: il blogger tetraplegico Giovanni Cupidi che, per andare a San Siro, affronta a 37 anni il suo primo viaggio fuori dall’Isola, e l’otto volte campione del mondo di motocross, Tony Cairoli.  

 

«Il cast è stato fatto in maniera istintiva», hanno sottolineato all’unisono il cantante e il regista rispettosi ognuno del lavoro dell’altro. «Ho fatto lavorare Michele in autonomia. Mi sono limitato a mettere dei veti quando le cose non mi piacevano: ma sono stati molto pochi», ha confessato Jovanotti. «Non c’è una scena in cui sia stato chiesto a Lorenzo di fare qualcosa al servizio del film - ha sottolineato Truglio -. Mi sono limitato a seguire lui come ho fatto con tutti gli altri protagonisti». Il risultato è un “filmino” che ha emozionato lo stesso Lorenzo Cherubini, già partito con il tour nei palasport, che il 2 gennaio farà tappa ad Acireale, il giorno dopo gli attentati di Parigi. «Non ho mai pensato nemmeno un secondo di fermarmi, a maggior ragione perché uno degli attentati è avvenuto in una storica sala da concerti. Lo farei solo se me lo ordinassero le Questure, ma le condizioni per continuare a fare live ci sono: le prefetture sono attente, il pubblico è disposto a fare lunghe code per i controlli e nel mio camerino fanno le perquisizioni con i cani anti-esplosivo, e anche se arrivassero con cani esperti in altre sostanze non avrei problemi – ha osservato Jovanotti -. Oggi più che mai le canzoni sono diventate oasi di libertà da difendere».  

 

Così come da difendere «attraverso la multiculturalità, la libertà di culto e l’apertura è Parigi che, come Milano o Roma, è un’invenzione dell’intelligenza umana». Un’intelligenza che, almeno in Jovanotti, non cede il passo alla vanità. Anche perché a tenerlo coi piedi in terra c’è la moglie Francesca. «Il giorno dopo di un qualsiasi mio grande concerto sarebbe capace di chiedermi di portar giù l’immondizia e il gatto a fare il vaccino. Se non fosse così sarei morto», ha ammesso spiegando di non aver alcuna voglia di fare altro che il cantante. Almeno per ora. «Mi hanno anche proposto di fare l’attore, ma finirei per recitare me stesso – ha detto -. E non farei nemmeno il giudice in un talent, mi hanno già annoiato e poi non so dire di no: mi sentirei un criminale ad eliminare qualcuno. Anche i libri sono incidenti, mentre le canzoni sono la sintesi di ciò che mi gira intorno».  

 

Ma anche il peso di essere un’icona, è uno di quelli che Jovanotti non vuole sentirsi addosso. «La responsabilità per un artista è un terreno minato – ha aggiunto -, può sconfinare nell’autocensura. Quando scrivo io non mi interesso del significato, che è personale, ma solo del significante». Forse per questo non riesce nemmeno a spiegarsi la trasversalità del suo pubblico. «Per me è sempre stato un mistero e non ci sono strategie – ha concluso -. Una volta a seguirmi non c’erano tanti adulti, ma forse oggi quei ragazzini sono diventati grandi come me».

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