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L'omaggio al genio dell'Italia imperfetta: in arte Freak Antoni

In un libro la storia di uno degli ultimi spiriti liberi: cantante, autore, «inventore» degli Skiantos, personaggio tanto ironico quanto scomodo

L'omaggio al genio dell'Italia imperfetta: in arte Freak Antoni

Eppure, lo ricordiamo nel corso dell'unico nostro incontro, seduti a quel tavolo del “Nievski” in pieno centro storico dove, solo pochi mesi prima, avevamo cenato con il suo concittadino Claudio Lolli. Lì, compostamente seduto e serioso alquanto, ci accolse per raccontare del suo “Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti”. E' lo stesso Freak Antoni, genuino, cordiale, diretto, che viene fuori da questo “sentito omaggio alle molteplici personalità di Roberto Antoni. Un uomo frullatore che ha attraversato ogni forma di comunicazione macinando rock e punk, pensieri dadaisti, cavalcando il '77, il futurismo, e le avanguardie contemporanee fino a distillarne l'essenza più folle, imprevista, demenziale. Ribelle e trasgressivo, estremo e gentile...”.

I testi di Daniela Amenta, che cuciono chirurgicamente le varie “età” della carriera artistica ma anche umana di Freak Antoni, sono attraversati dalle scorribande di amici e colleghi che lo hanno conosciuto e frequentato. Da Gianni Celati a Stefano Disegni, da Elisa Minari a Luca Pastore, da Andrea Setti a Vincenzo Sparagna. Ma quel che più spiazza, del personaggio Freak Antoni, è l'estremo legame con la vita. Quell'apparente distacco che racconta, invece, di un amore viscerale per tutto ciò che lo circonda. E' l'ultima intervista, per chi la ricorda ma anche per chi la legge per la prima volta, che Freak Antoni rilascia a Luca Pakarov per “Rolling Stone”. Racconta un Freak Antoni che, di lì a poco, ci lascerà: “...I chirurghi hanno tagliato il mio bassoventre tranciando il nervo dell'erezione, per me è una situazione terribile, che fatico a superare. I chirurghi si credono dei benefattori, io credo che siano dei macellai. Forse mi hanno salvato la vita ma non la qualità della vita che è importante quanto la vita, se mi salvi la vita e mi lasci handicappato per il resto dei miei giorni non posso essere contento, anzi sono sempre più incazzato...”.

Ma Freak Antoni è ancora altro, oltre a quello delle canzoni degli Skiantos, è anche quello dell'irriverente intervista (riportata nel libro) allo scrittore, traduttore e critico letterario Gianni Celati, che di Roberto fu insegnante al Dams di Bologna. Attacca Freak: “A me interessa il rock come vertigine, la vertigine del rock. Quanti tipi di vertigine esistono? E la vertigine dei Beatles?...”. Risponde Celati: “Mah, io non so cosa dire… non potrei parlare della filosofia di Heidegger? Che lì sono preparato e ti dico delle cose intelligenti...”. Freak: “E' un cantante?”… In quell'intervista riusciranno a parlare, per insistenza di Freak, anche dei Beatles, mettendo per un attimo da parte “quel High Digger”.

La carriera di Freak Antoni, per dirla con la postfazione di Giulio Pasquali, è anche il suo viaggio nella vita. Una carriera che si è svolta su vari binari: “quello degli Skiantos e quello solista, o quello musicale e quello legato agli altri media… Binari che hanno attraversato molte strade e paesaggi nuovi, ma sempre nella stessa direzione: la ricerca di qualcosa oltre il triste muro delle convenienze, delle banalità, di una tranquillità che è rinuncia alla vitalità e a se stessi. Con la demenza come arma, specchio distorto del conformismo e rifiuto del buon senso vigliacco, demenza d'assalto in un primo momento per sgomberare il campo e poi usata come voce, come ricerca, come scarto dal quotidiano e dal prevedibile”.

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