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Mineo è ancoral’ombelico del mondoUn solo paesema due universi

Mineo è ancora l’ombelico del mondo Un solo paese Ma due universi

Il luogo dove lingue, razze, religioni e costumi diversi si incrociano senza capirsi

Mineo è ancora l’ombelico del mondo Un solo paese Ma due universi

Nel cortile antistante lo scantinato con garage al Ràbbato, la contrada degli antichi vasai di Mineo, Giuseppe Greco, di 78 anni, ci mostra la sua casa a tre piani: «Qui ci sono vent’anni di Svizzera. A pianterreno abito con mia moglie, al secondo mia figlia, il terzo l’ho dovuto vendere». Dopo il servizio militare emigrò prima a Torino e poi in Svizzera a Burgdorf. La sua storia, anche per la contrada sul ciglio della collina in cui vive, sembra il seguito ideale del romanzo di Luigi Capuana Gli americani di Ràbbato del 1912. La variante è costituita dal luogo dell’esilio: per le generazioni di fine Ottocento e inizi Novecento le mete erano Stati Uniti e America Latina; per quelle del secondo dopoguerra Svizzera e Germania. A Boston c’è una chiesetta dedicata a Sant’Agrippina patrona di Mineo. Ciò che lo accomuna ai tre fratelli del romanzo di Capuana è il desiderio del ritorno, l’incapacità di staccarsi mentalmente dalle colline native. Ed è quello stato d’animo che lo scrittore Giuseppe Bonaviri, medico emigrato a Frosinone, esprimeva con l’espressione «Mineo ombelico del mondo».

 

L’operaio Giuseppe Greco in Svizzera si è scoperto una vocazione d’artista. Autodidatta, attraverso il pennello, colori vivaci e tecnica espressionista, nel corso degli anni ha espresso i suoi stati d’animo: un quadro raffigura l’emigrante gioioso perché ritorna; in un altro, figurine nere, simili a formiche, sono racchiuse in una sorta di campo di concentramento. Non ci vuole molto a capire il riferimento al Centro accoglienza per richiedenti asilo: «Ho voluto esprimere la mia contrarietà per questi esseri umani privati della libertà di muoversi». Fin qui arriva la solidarietà di chi ha sperimentato l’emigrazione, ma in Greco agisce anche un rifiuto per quello che definisce «manicomiu di niuri». È rimasto traumatizzato dall’assassinio dei due anziani coniugi a Palagonia. E, avendo fatto parte di un comitato di controllo sul Cara, racconta di essere rimasto disgustato da un profugo scalzo che pisciava davanti alla porta e che, rivestito e calzato, si era mostrato ingrato... In quest’uomo dal sensibile animo d’artista si coglie la difficoltà psicologica di fare i conti con un problema troppo grande per una piccola comunità. Su quegli edifici geometrici in pianura si concentrano la cattiva coscienza dell’Occidente, solidarietà, generosità, pietà, compassione e tolleranza; si è accesa la paura dell’estraneo, del diverso; si sono scatenate l’intolleranza, il razzismo e la demagogia dei politici; si sono avventati come falchi sulla preda gli speculatori della sofferenza e del dolore. Laggiù è racchiusa un’umanità nuda, un incrocio di razze e culture, di migranti che arrivano dall’Africa sub-sahariana o dall’Afghanistan e dal Pakistan, di anime belle e anime nere, di intrecci che collegano le province del mondo, di loschi affari tra Roma a Mineo, di abbrutimenti, di pratiche inconfessabili e scambi di voti e favori. Indagano tre Procure. 

 

Nelle cronache ricorrono i nomi di Luca Odevaine, protagonista di Mafia Capitale, di Paolo Ragusa, del sottosegretario Castiglione. La sindachessa, Anna Aloisi, non si dà pace per aver collezionato due avvisi di garanzia: «Che reato è nominare assessore un componente dell’opposizione? ». In effetti, nell’Italia dei trasformismi, dei voltafaccia, dell’offrirsi al miglior offerente, tutto sembra penalmente e moralmente irrilevante. La sindachessa vive la sindrome dell’assedio, è sospettosa e vede insidie in ogni domanda. Insegnante di sostegno e avvocatessa, si è trovata a fronteggiare una realtà che le sfugge di mano: parlamentari e giornalisti di tutta Europa, accuse da ogni dove, cronache spietate e a volte falsificate, giochi politici nazionali e regionali che passano sulla sua testa. Le si rivolta contro persino la sua biografia di rivincita femminile. Il padre, deluso, ne aveva annunciata la nascita con un «niente è femmina».

 

Eletta in una lista civica, favorevole al Cara per le vantaggiose prospettive economiche e per i posti di lavoro, si proponeva di diventare la mamma dei cittadini. Ha dovuto fronteggiare invece pacifisti e razzisti, le proteste dei proprietari terrieri che subivano furti, quelle dei braccianti disoccupati per la concorrenza sleale, la rivolta dei migranti, le dimissioni del consiglio comunale, i giudici. Al Cara, con stipendi di sussistenza, lavorano ottanta abitanti di Mineo. «Tra loro - si difende la sindachessa - non c’è nessun mio parente, tra cui qualcuno è disoccupato».

 

Il Comune, con soli cinquemila abitanti, ha ben 98 dipendenti di cui 32 precari. In paese risiedono ufficialmente anche trecento immigrati, in stragrande maggioranza rumeni, che fanno i lavori umili, mentre i giovani di Mineo tentano ancora l’avventura dell’emigrazione. E poi ci sono i fantasmi, non gli spiriti che era solito evocare Capuana, ma quelli in carne e ossa che si materializzano all’alba in certi crocicchi, vengono prelevati da caporali che li portano a lavorare nei campi per dieci euro al giorno, si rivedono al crepuscolo e scompaiono inghiottiti dalle tenebre. Simili a ombre vaganti sono anche gli ospiti del Cara che s’intravedono di sera alla luce dei fari sul ciglio della Catania-Gela, di ritorno da Caltagirone, o delle strade intorno a Mineo. «Miniu paisi ‘nsunnacchiatu... », dice il verso di una poesia che ci recita Vincenzo Valentino, ultimo e brillante erede di una grande tradizione orale e dialettale. Adagiato sulla collina, estrema propaggine degli Iblei, il paese sonnecchia pigramente ripiegato su sé stesso, sul suo passato glorioso. In basso, nel villaggio costruito dagli americani con criteri geometrici e funzionali, fermenta una vita giovane, affamata, protesa al futuro e all’avventura, di disperati che affrontano deserti, pirati, banditi, subiscono violenze, attraversano il Mediterraneo su fragili barchette, alla ricerca dell’Eldorado, attratti dall’Europa sfavillante di luci e di promesse. 

 

Due universi, come in una dissociazione fisica e mentale, si sfiorano senza capirsi, in una nuova Babele in cui gli abitanti di Mineo, e i siciliani in genere, incrociano lingue, razze, religioni, costumi diversi, e spesso rivali o incomunicabili tra loro. In basso fermenta la vita nelle sue forme più brutali ed elementari; in alto dominano la sazietà, la stasi e il rimpianto, tra attrazione e paura come in un sonno turbato da incubi e allucinazioni. Arrivi al mattino a Mineo, entri dalla storica porta Adinolfo, ti rechi a piazza Ludovico Buglio e vedi massaie intente far la spesa e molti vecchi. «Trenta o quarant’anni fa stavamo meglio; ora andiamo sempre indietro», dice uno di loro. Si chiama Angelo Catalano, e non è che fosse un ricco possidente di grano e ulivi, da bambino custodiva i buoi. Il circolo culturale “Luigi Capuana”, fondato nel 1841, è deserto, silenzioso.

 

Le vaste sale decorate in stile floreale, con molti quadri alle pareti e le foto giganti di re Umberto e della regina Margherita, i tavoli vuoti, il biliardo coperto dal panno verde, il forte sentore di fumo incrostato nei muri e nelle stoffe, rievocano altri momenti e altre epoche, quando qui i signorotti del paese si riunivano a leggere il giornale, a commentare le notizie, a concludere affari, a giocarsi fortune, a organizzare feste da ballo e a spettegolare. Piazza Buglio è asimmetrica, segue l’andamento del terreno nell’avvallamento tra due colline. Di fronte al circolo la chiesa e l’ex-collegio dei Gesuiti divenuto il municipio, qui una volta erano concentrati anche la pretura e diversi uffici: in un’ala c’era il carcere. A sovrastare la piazza il monumento a Capuana, padre del verismo, che del paese fu anche sindaco.

 

 

Alle sue spalle, su una casa bassa, campeggia una grande scritta a caratteri rossi su fondo bianco: Partito comunista italiano. Nessuno ha osato cancellarla forse per nostalgia o per malinconica testimonianza di antiche lotte contadine. Dalla piazza si diparte una rete di viuzze che segnano un tracciato mitico, storico, letterario, religioso e scientifico, basato su personaggi locali che ben pochi paesi possono vantare. La piazza è dedicata al gesuita Luigi Buglio che nel Seicento fu evangelizzatore in Cina sulle orme di padre Ricci. Via Capuana conduce al palazzo dello scrittore divenuto museo in cui, oltre alle sue carte, alle testimonianze della sua vita operosa, sempre assillata dai debiti, ci sono tanti quadri importanti alle pareti, tra cui un piccolo, ma prezioso paesaggio campestre di Telemaco Signorini. C’è anche una stanzetta triangolare in cui si suppone facesse le sedute spiritiche; singolare è anche il suo studio, tappezzato, come la camera di un adolescente, di ritagli di giornale in cui prevalgono le figure femminili. Poi c’è via Ducezio, detta in dialetto stratalonga, intitolata al mitico capo della rivolta contro la grande Siracusa greca, e resa famosa dal romanzo del 1954 di Giuseppe Bonaviri Il sarto della Stradalunga.

 

Sul lato opposto della piazza si diparte la via Paolo Maura, grande poeta satirico del Seicento che fu incarcerato per essersi innamorato di una aristocratica costretta dalla famiglia a farsi monaca nel monastero di Santa Maria degli Angioli. Questa disavventura raccontò nel poemetto A pigghiata. La storia di Mineo è ricca di personaggi, da Corrado Guzzanti Muratori, che fu direttore delle Poste e valente sismologo, a don Luigi Ricceri sesto successore di don Bosco. Non manca l’eroe garibaldino, Salvatore Greco, che, divenuto maestro di scherma, si guadagnò un elogio in versi di d’Annunzio. Sull’altopiano di Camuti c’è la pietra della poesia intorno a cui ogni anno si riunivano i poeti siciliani. La tradizione di poesia orale testimonia una cultura popolare sensibile e raffinata. Non a caso, qui il mito e l’immaginazione, fin dai fratelli Palici, hanno avuto una sede prediletta. E ora? «Miniu di masculina addivintasti anciova»... Questo detto esprime il diffuso sentimento della decadenza.

 

 

Deluse perfino le aspettative del Cara, osteggiato e desiderato, di cui si teme la chiusura. Come i nobili decaduti si vive coltivando ricordi senza tempo. Il pittore Giuseppe Greco è indignato con Capuana perché aveva abbandonato i figli avuti con la serva; la gentile bibliotecaria, Maria Giovanna Cafiso, rimprovera allo scrittore di essere stato sempre un teorico: «Da giovane fu garibaldino, ma un dito all’acqua fredda non l’ha messo». Anche il concetto di giovinezza qui è relativo. Nel centenario della morte di Capuana, che per insipienza della cultura accademica e della politica trascorre senza alcun rilievo nazionale, Mario Luca Testa, fotografo e cine-operatore uscito dall’Accademia delle Belle Arti, si è dedicato allo scrittore con recite di testi teatrali e filmati. «Guadagno quanto basta a coprire le spese. Ho deciso di restare a Mineo; non so se è un bene o un male. Quando sarò grande, forse lo saprò». A 36 anni, ancora aspetta di crescere. Per via Paolo Maura si sale alla chiesa di Sant’Agrippina. Alcuni merli, in alto sul muro dell’abside, sono i residui dell’antico edificio distrutto dal terremoto del 1693. I resti della santa sono scomparsi sotto le macerie e, confusi con l’argilla, si ritiene le abbiano conferito poteri miracolosi. Secondo una credenza popolare saranno ritrovati il giorno prima della distruzione totale di Mineo. Ogni decadenza coltiva l’incubo di un’Apocalisse incombente.

 

 

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