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Nebrodi, in vendita il “castello della campana” del duca Avarna

Nebrodi, in vendita il “castello della campana” del duca Avarna

Il maniero si trova a Gualtieri Sicaminò, sui Nebrodi. La richiesta è di 450mila euro ma ha bisogno di restauri
Nebrodi, in vendita il “castello della campana” del duca Avarna
È in vendita il castello del duca Giuseppe Avarna di Gualtieri Sicaminò. Il paese si trova sulla costa tirrenica messinese, sopra la baia di Milazzo. Si chiude così una storia straordinaria di cui si sono occupati televisioni e rotocalchi e che abbiamo scoperto per primi più di venti anni addietro. In fondo è una grande storia d’amore. Il castello in sé non è un vero e proprio maniero, ma una austera costruzione antica con 17 stanze, in vendita soltanto per 450 mila euro, anche perché ovviamente ha bisogno di lavori di ristrutturazione. Si trova in un Comune spopolato e diviso in due, una parte si chiama Gualtieri (dove c’è il castello) e l’altro insediamento più in basso si chiama Sicaminò. Il tutto nella solitudine agreste dei Nebrodi con un panorama mozzafiato affacciato sul mare delle Eolie.   Il duca, morto 16 anni fa, quando l’abbiamo conosciuto era un uomo ancora affascinante nonostante avesse superato la sessantina: alto e magro, chioma d’argento, eccellente cultura, sempre elegantissimo, insomma era un personaggio affascinante che veniva ricevuto volentieri nei migliori salotti della capitale, cosa che gli dava anche modo di mangiare bene senza pagare nulla.   In uno di questi ricevimenti aveva incontrato una splendida hostess americana della Panam, Tava Daetz. Si erano innamorati e lui, non avendo risorse perché la legge che aboliva il latifondo gli aveva sottratto migliaia di ettari di bosco, per poterla seguire, e anche per guadagnare qualcosa, viaggiava sullo stesso aereo della Panam facendo il cuoco di bordo. Così per anni questa insolita coppia ha fatto la spola tra l’Italia e gli Stati Uniti.   Nei giorni di vacanza il duca e la hostess si rifugiavano a Gualtieri, nella «casa del parroco», l’abitazione destinata al curato della famiglia ducale e che era separata dal castello dei duchi Avarna da un arco. Sotto quest’arco pendeva una campana che serviva per segnalare l’inizio delle funzioni religiose. Ma negli ultimi tempi in quella casetta annessa al castello non c’era nessun parroco e veniva usata soltanto dal duca che preferiva non abitare con la famiglia.   Nel castello abitavano la moglie separata, figlia di un ricco costruttore romano, e i due figli, un maschio e una femmina in rotta con il duca padre di cui non condividevano lo stile di vita. E del resto l’astio contro l’augusto genitore era ampiamente giustificato. Accadeva infatti che, dopo aver fatto l’amore con la bella Tava, il duca usciva e si metteva suonare la campana a tutto spiano per manifestare la sua felicità e fare dispetto alla moglie separata. Pensate a quei rintocchi che propagavano il suono per le deserte montagne dei Nebrodi.   La moglie separata con il pieno consenso dei due figli aveva fatto causa al duca per disturbo della quiete notturna sostenendo di non riuscire a dormire ogni qualvolta lui si metteva a suonare la campana. E il pretore di Milazzo le aveva dato ragione condannando il duca ad una ammenda. La sentenza venne riportata con poche righe su «La Gazzetta del Sud» e questo mi aveva incuriosito. Un duca che viene denunciato dalla moglie per schiamazzi notturni era un fatto molto insolito.   Così con il fotografo Mario Torrisi salimmo lungo i tornanti sopra Milazzo fino ad arrivare al castello di Gualtieri e alla «casa del parroco». Sia il duca che Tava furono gentilissimi. Mi accolsero con grande simpatia e mi raccontarono della loro vita errabonda che trovava sosta soltanto su quelle montagne verdi con vista sulle Eolie, lei cantava e suonava la chitarra vecchio stile, lui scriveva poesie d’amore e le declamava in quell’ambiente bucolico.   Ma il duca era anche un fervente italianista, esponente della destra siciliana, aveva persino organizzato una spedizione per rivendicare l’italianità dell’Istria acquistando centinaia di bandiere tricolori. Durante le varie campagne elettorali teneva infuocati comizi nelle piazze della vicina Messina. Non veniva eletto perché il partito non aveva mai puntato su di lui. Aveva avuto delle beghe con la moglie per via di un incendio scoppiato improvvisamente al castello. Nel trambusto erano anche spariti degli oggetti preziosi: e moglie e figli se l’erano presa con lui che si dichiarava comunque innocente.   Quando scrissi la storia del «duca della campana» su «La Sicilia» i rotocalchi tedeschi e francesi mandarono i loro inviati e arrivarono anche degli elicotteri per fotografare il paesino dall’alto. La coppia non negava interviste a nessuno, ma sospettiamo che lo facesse in cambio di denaro, esattamente come avviene oggi per i personaggi di rilievo.   Poi il tempo dell’amore smemorato passò, Tava aveva smesso di fare la hostess e lui di seguirla facendo il cuoco di bordo. E così il duca più avanti negli anni era andato a vivere sempre più spesso nella «casa del parroco», ma stavolta senza più suonare la campana. Aveva fatto pace con la moglie e con i figli, ma preferiva vivere in solitudine in mezzo ai suoi libri. Ogni tanto parlava con un pastore che passava dalle sue parti per pascolare il gregge. Una notte la «casa del parroco» prese fuoco a causa delle braci di un camino lasciato acceso. Il pastore vide il fumo da lontano e chiamò i pompieri di Milazzo con il telefonino. Ma ormai era troppo tardi, il duca era già morto. Non aveva avuto nemmeno il tempo di dare l’allarme suonando la campana e non aveva nemmeno il telefonino. Ormai non gli era rimasto più niente, nemmeno l’amore. Era una gelida notte del febbraio 1999.

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