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Etna, eruzioni storichemappe e disegnidal 1500fino ad oggi

Etna, eruzioni storiche mappe e disegni dal 1500 a oggi

Tiziana Abate, architetto, e Stefano Branca, ricercatore dell’Ingv, tracciano la storia della cartografia del vulcano

Etna, eruzioni storiche mappe e disegni dal 1500 a oggi

Una lunga sequenza di devastanti eruzioni vulcaniche contraddistingue la storia dell’Etna e della Sicilia orientale nel 1600, storia culminata, nel 1693, con il catastrofico terremoto che sconvolse la porzione sud-orientale dell’Isola, seminando morte e distruzione. E proprio l’alba del Diciassettesimo secolo vide l’irruzione della descrizione del territorio etneo nella rappresentazione grafica degli eventi eruttivi. Il primo a introdurre l’innovazione fu il tedesco Sebastian Munster, autore della più importate e celebre cosmografia del Rinascimento, la “Geographia Universalis”, che pose così fine alle approssimative raffigurazioni del vulcano che avevano fatto la loro comparsa nel 1500. Sono Tiziana Abate - architetto, ricercatrice della Sorbona e docente alla facoltà di Architettura di Siracusa – e Stefano Branca - primo ricercatore all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) di Catania - a ricostruire la traccia delle rappresentazioni grafiche che hanno fatto la storia della cartografia dell’Etna negli ultimi 500 anni, nel volume “Il disegno delle eruzioni storiche dell’Etna: percorsi iconografici dal XVI Secolo a oggi”, edito da Caracol, volume che sarà presentato domani alle 17,30 nell’Auditorium del Monastero dei Benedettini, a Piazza Dante a Catania.  

 

«Questo lavoro – spiegano i due autori – nasce dalla constatazione che lo stato delle conoscenze delle eruzioni storiche dell’Etna a partire dal 734 prima di Cristo, cioè al tempo della prima colonizzazione greca in Sicilia, è stato profondamente influenzato dalla presenza o meno di documenti grafici capaci di fornire informazioni attendibili sull’andamento delle colate e sui loro effetti nel territorio. In altre parole, in taluni casi l’assenza di fonti iconografiche o lo scarto tra la realtà fisica e il disegno ha generato numerose lacune e incertezze protrattesi nei secoli».  

 

«Solo alla fine dell’Ottocento, con l’avvento della moderna topografia e grazie all’intervento di alcuni personaggi “illuminati” si è arrivati a una descrizione più puntuale dei fenomeni vulcanici dell’Etna, tale da permettere di documentare il tipo di attività eruttiva, l’estensione delle colate laviche e di identificarne i centri eruttivi. E’ così che nel volume tracciamo la storia della rappresentazione delle eruzioni storiche dell’Etna, dai più antichi tentativi risalenti al 1500 (siano essi documenti cartografici o trasposizioni pittoriche), fino alle attuali cartografie geologiche». «Il comune denominatore che lega questo lungo racconto è la compresenza della dimensione del tempo insieme con quella dello spazio. Tempo come rappresentazione grafica dei percorsi seguiti dalle lave sia nel passato sia nel presente, e spazio in quanto ogni carta è espressione della trasformazione della morfologia del vulcano».  

 

Rituffiamoci, dunque, con la mente nel XVII secolo e andiamo al 1634 quando due gesuiti, uno italiano e uno francese, con l’aiuto di esperte guide si spingono tra foreste rigogliose e lave inaccessibili per osservare da vicino l’eruzione cominciata il 19 di dicembre con l’apertura di una fessura eruttiva tra quota 2090 e 1975 metri sul livello del mare, lungo il versante meridionale della Valle del Bove. Da quella fessura per due anni sgorgò una notevole quantità di lava che formò un vasto campo lavico caratterizzato dalla sovrapposizione di numerosi flussi proprio a ridosso del noto cono di Monte Salto del Cane. Qui il fiume di fuoco si divise in due bracci principali che procedettero verso sud e verso est, provocando gravi danni alle aree coltivate e boschive.  

 

Il fronte lavico più avanzato del braccio meridionale arrivò a minacciare da vicino gli abitati di Pedara e Trecastagni, arrestandosi a quota 970; il braccio orientale, invece, si sviluppò per una lunghezza di 9,3 chilometri, arrestandosi a quota 440, in territorio di Fleri, dove riuscì a inghiottire numerose abitazioni. Dalle loro osservazioni sul campo, i due gesuiti trassero ispirazione per tracciare le prime mappe mai disegnate su un’eruzione dell’Etna. La prima mappa, come ricostruiscono Abate e Branca, è allegata alla “Breve Relazione del nuovo incendio del Mongibello in Sicilia” e risalirebbe al gennaio del 1635, cioè un mese dopo l’inizio dell’attività eruttiva. La seconda mappa, invece, risale al 1636 ed è allegata a una lettera che il padre gesuita francese Antoine Leal spedisce da Malta.  

 

«La sfida che Tiziana Abate e Stefano Branca lanciano con il loro nuovo lavoro – scrive nella sua presentazione il prof. Edoardo Dotto, docente associato di Disegno dell’architettura all’Università di Catania - è quella di estendere i propri confini disciplinari, intrecciandoli con altre materie e proporre riflessioni, nel tentativo di compiere sintesi aggiornate e complesse che possano costituire motivo di interesse per ulteriori ambiti disciplinari». «Il risultato scientifico di quest’opera – aggiunge a sua volta il prof. Stefano Gresta, presidente dell’Ingv – è quello di aver promosso un nuovo indirizzo metodologico, che permette di ricostruire la complessa storia dell’evoluzione del disegno delle eruzioni dell’Etna fino alla moderna cartografia geologica. Ed è così che alla fine scopriamo come il disegno riesca a fondersi con la vulcanologia».

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