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Giuseppe Fava il ricordo di un sognatore d'altri tempi

Giuseppe Fava il ricordo di un sognatore d'altri tempi

Il 5 gennaio di 32 anni fa l'omicidio del giornalista 

Giuseppe Fava il ricordo di un sognatore d'altri tempi

Abitavo allora a Palazzolo Acreide, il paese di Giuseppe Fava. Pur essendo la mia casa vicina a quella sua, nello stesso quartiere, e pur conoscendo i suoi genitori, non l’avevo mai visto perché da parecchi anni abitava ormai a Catania. Tuttavia era come se lo conoscessi, seguivo i suoi servizi su “La Sicilia” e, soprattutto, avevo letto tutti i suoi romanzi. Mi piaceva molto come scriveva ed ero curioso d’incontrarlo. Per carattere, se ho un desiderio, cerco, nei limiti del possibile, di soddisfarlo e quando un pomeriggio mi trovai a Catania nei pressi della sede del “Giornale del Sud”, dove lui lavorava, mi feci annunciare e fui subito ricevuto.

 

Aveva superato da qualche anno la cinquantina, era giovanile, magro, scattante, ma a dispetto di questa mia prima impressione, mi sembrò poi come se avesse i nervi a fior di pelle. Pensai che avrei potuto chiedergli prima un appuntamento e mi scusai. «Non si preoccupi! », mi disse, intuendo il mio imbarazzo; «vado sempre di fretta, la notte scorsa non ho dormito quasi niente e ora mi aspetta un lavoro gravoso! Si accomodi e mi dica in che cosa posso esserle utile! ».

 

Era molto gentile, aveva uno sguardo intenso, penetrante, ma nello stesso tempo dolce, quasi familiare. Gli risposi che non ero venuto per chiedergli qualcosa, ma lo disturbavo solo perché volevo conoscerlo, un desiderio questo che accarezzavo da quando avevo letto i suoi libri. Il suo viso fu illuminato da un ampio sorriso che per un momento cancellò tutte le tracce di stanchezza e mi chiese con grande cordialità del suo paese, di me, del mio lavoro; mi parlò anche delle grandi difficoltà che comportava la direzione del suo giornale, senza scendere però in particolari. Diventammo amici. Di tanto in tanto andavo a trovarlo al giornale o lo sentivo per telefono.

 

Poi, improvvisamente, lasciò la carica di direttore, si dimise, e quando ci incontrammo mi disse che aveva mollato tutto perché non ce la faceva più, aveva il timore che continuando con quel ritmo correva il rischio di incappare in un infarto. All’inizio, alcune persone gli avevano affidato il giornale perché erano certe che avrebbero potuto manovrarlo a loro piacere, fargli scrivere ciò che a loro faceva comodo, e quando lui invece era andato per la sua strada, senza tenere conto di consigli, ordini o pressioni, era iniziata la battaglia, un braccio di ferro ai limiti dell’assurdo. Fava aveva resistito per mesi e mesi, pubblicando servizi su soprusi e malaffare, fino a quando aveva gettato la spugna.

 

Ma non era il tipo da arrendersi e da lì a poco fondò un giornale tutto suo: “I Siciliani”. Allora ebbe inizio veramente il suo grande impegno civile contro la mafia, un impegno che in quel periodo, visto dal di fuori, rasentava la follia per quanto era pericoloso e scottante. Una domenica pomeriggio venne a casa mia, insieme alla figlia Elena. Che felicità vederlo! Trascorremmo delle ore insieme, a parlare; soprattutto volle che suonassi. Fu così contento da propormi una collaborazione per una commedia musicale che stava preparando: “America America”, con colonne sonore di Ennio Morricone e di Pino Daniele. Mi diede quindi una sua poesia, “Il sogno”, perché la musicassi.

 

E il sogno era, anche per lui, il segreto per vivere. Quando una sera in un albergo di Siracusa, durante un incontro con le socie di un’associazione, una signora gli chiese in quale delle sue attività - giornalista, scrittore, drammaturgo - si riconoscesse, rispose che innanzitutto si sentiva un sognatore. Una mattina mi telefonò per dirmi che aspettava la musicassetta con le mie musiche per portarle a Roma e avviare così l’impostazione della sua commedia. Ci dovevamo incontrare dopo due giorni. L’indomani mi recai a Catania per completare un lavoro in una sala d’incisione.

 

Prima di incominciare, feci colazione in un bar e quindi, come al solito, passai dall’edicola per prendere il giornale. In prima pagina, su “La Sicilia”, a caratteri cubitali lessi: “Assassinato Giuseppe Fava”. Fu come una mazzata che mi lasciò stordito per mesi. Dopo qualche tempo Elena mi affidò un’altra poesia del padre, “Il tempo mio è finito”, una specie di testamento spirituale, che io musicai e cantai nella sede del comune di Palazzolo, ad un mese dalla scomparsa. Non potei eseguire “Il sogno” perché si era appropriato della poesia un collaboratore di Fava che l’aveva fatta musicare da un altro musicista prima che io la depositassi alla Siae insieme alla mia musica. Allora scrissi un altro testo sulla melodia che già avevo composto per “Il sogno”, dal titolo “Una voce nella notte”.

 

Giuseppe Fava in quegli anni era proprio una voce quasi solitaria che sembrava rischiarasse il buio che avvolgeva non soltanto la Sicilia ma tutto il meridione. Morendo, scompariva un uomo libero, generoso, nobile, una speranza per tutti noi siciliani.

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