WHATSAPP: 349 88 18 870

A Modica la città dove si vende la lentezza

A Modica, la città dove si vende la lentezza

L'isola felice del Barocco in cui lo sviluppo passa attraverso le sfruttamento delle tradizioni e delle peculiarità siciliane / VIDEO 1 / VIDEO 2

A Modica, la città dove si vende la lentezza

"Allegria, allegria, mi hanno rubato la cassa da morto."

Nel piccolo caffè dinanzi alla basilica di San Pietro a Modica, l'esclamazione interrompe i ricordi del barista Carmelo Giannone sulle benemerenze di monsignor Corrado Lorefice, il prete dei poveri, divenuto con un salto acrobatico di carriera vescovo di Palermo. Il nuovo venuto ha l'aria dell'errante che rifiuta le convenzioni e guarda sé stesso e il mondo con ironia. Stringe in mano una bottiglia di birra, indossa una casacca sbiadita, sulla testa ha un cappelluccio da cui sfuggono ciocche di capelli, la barba non rasata, sul naso una montatura d'occhiali spessa e d'altri tempi. L'aspetto contraddice il nome altisonante: Aristide Poidomani Dolcetti Moncada barone di Val Marchese e, precisa, per parte di madre conte dei Ceresa di Venezia. L'anacronistica solennità dei titoli s'addice all'aristocrazia dell'antica Contea di Modica, scomparsa come classe sociale ma che ha lasciato, con la collaborazione di una superba tradizione artigiana, con le chiese e i suoi palazzi barocchi, edificati dopo il disastroso terremoto del 1693, un mirabile patrimonio architettonico.

Aristide trasmette un'effervescenza alcolica, improvvisa rime, balla e canta imitando di seguito una lunga serie di cantanti famosi, si muove con armonia e ritmo. Sul braccio mostra un tatuaggio che inneggia alla birra, l'unica bionda che non tradisce. Dice che non resterà mai senza rifornimento, si gira di scatto, solleva la casacca e da un'ampia tasca dei pantaloni spunta il collo di un'altra bottiglia.

GUARDA LA GALLERY FOTOGRAFICA

A Modica lo conoscono tutti e tutti gli vogliono bene. Staziona davanti al municipio sotto la statua del milite ignoto. Sta attraversando un momento di gloria per una foto che lo ritrae con Romina Power. Visto che fa da figurante negli sceneggiati televisivi del Montalbano di Camilleri, hanno pensato che nessuno meglio di lui avrebbe potuto dire la fatidica frase complimenti per la trasmissione.

 

Dice di parlare sette lingue, e se gli chiedi che lavoro fa, risponde nada de nada. Vive di una pensioncina sociale. Estrae poi dal portafoglio una foto del padre del 1963. Si somigliano come due gocce d'acqua.

Nel bene e nel male

e sempre con il miele

sono figlio di Rafiele.

Aristide sembra uscito dalle pagine del padre, somiglia a uno di quegli aristocratici spiantati travolti dalla fine di un mondo, raffigurati con ironia feroce e dissacrante. Il figlio rievoca la frustrazione di Raffaele Poidomani, scrittore di talento ma dispersivo, caustico, irriverente, irregolare, rimasto intrappolato dalle spire della provincia e perciò marginale e di poca notorietà,

Avevano una complicità assoluta, persino alcolica se è vero che a sette anni il bambino veniva condotto nell'osteria di Turi u mulinaru per il battesimo del vino.

Di stranezze di Raffaele se ne raccontano un'infinità. Aristide ce ne regala una.

Federica, disse una volta alla moglie, vado a comprare le sigarette. Sparì. Dopo tre giorni telefonò a casa.

Dove sei?

A Roma.

Cosa è accaduto?

Il tabaccaio era chiuso.

La madre di Aristide era una brava pianista, nel 1990 suonò nella casa natale di Chopin a Zelaszowa Gora in Polonia.

"Lei alla fine ottenne dei riconoscimenti, mio padre in vita mai."

Per un capriccio dell'umanità vagante, a Modica è nato Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959. Il futuro poeta vi rimase per quattordici mesi, essendosi la famiglia trasferita a Roccalumera; perciò nei suoi versi cercheresti invano l'anima barocca della città, trovi soltanto qualche accenno ai vicoli. Il tentativo di identificazione è forzato, artificiale. Più forte per il geniale traduttore dei lirici greci il richiamo di Siracusa.

La casa natale è alle spalle di San Pietro. Con l'aiuto di Maria Cumani, sua ultima compagna di vita, e del figlio Alessandro vi è stato allestito un piccolo museo. Tra i cimeli, che la custode Mariella Ruffino ci mostra, c'è la prima lapide marmorea che, per malizia o sciatteria, definiva, in termini riduttivi, Quasimodo Nobel per la poesia.

Fu cambiata nel 1996. Dell'impossibile filiazione è segno anche il destino della medaglia del Nobel messa in vendita dal figlio e acquistata per centomila euro da un  numismatico fiorentino.

"Costava troppo", dice Domenico Pisana presidente del Caffè Letterario Quasimodo e autore del libro Quel Nobel venuto dal Sud tra gloria ed oblìo. Ed aggiunge: "Alessandro avrebbe voluto maggiore attenzione."

Anche se il premio Nobel resta estraneo a Modica ed è caduto in bassa fortuna nelle patrie lettere, sulla città aleggia lo stesso uno spirito poetico. La casa di Quasimodo è quasi di fronte a quella di Tommaso Campailla, filosofo cartesiano, membro dell'Accademia degli Infuocati e autore di un poema filosofico in ottave del 1737, L'Adamo ovvero il Mondo Creato.  Ha dato il nome a un famoso liceo ma nessuno lo legge né pubblica i suoi libri, anche se fu noto nei circoli culturali europei tanto che il filosofo irlandese George Berkeley lo onorò di due epistole in latino e fece il viaggio fin qui per conoscerlo.

Nella strada che conduce alle case dei due poeti i muri sono pieni di graffiti. Ne trascriviamo uno sulla potenza dell'amore più efficace dei paradisi artificiali.

Niente erba

nessuna cartina

il suo sorriso

sballa più

della cocaina.

A Modica, dice Francesco Trombadore detto La Talpa, ci sono più poeti che nel Parnaso. La sua libreria accanto a San Pietro più che bottega è un salotto letterario. Si discute di libri, si assaporano, e, qualche volta, si vendono. "O ti piace stare tra i libri, oppure..."  Appena varchi la soglia respiri un'aria rilassata, il tempo lungo della meditazione, della vaghezza temporale. Ni viremu a Modica significa tutto e niente, l'ora di un appuntamento oscilla tra un'ora, una e mezza di ritardo e il mai. Ni viremu sottintende le mille peripezie del destino, l'odissea tra i meandri dell'esistenza, le incognite di un attraversamento di strada. E c'è chi, come Vincenzo Buscemi infermiere a Ferrara ma innamorato della sua città natale, vuole trasformare quest'atmosfera pigramente provinciale in un affare: "Dobbiamo vendere ai nordici la lentezza, fargli pagare a caro prezzo la possibilità di sfuggire alla frenesia contemporanea. Cibi preziosi, stile di vita, sole, mare e cultura sono i veri presupposti dello sviluppo siciliano."

All'interno della libreria, davanti alla vetrata sono schierate tre sedie, in una il libraio, nelle altre due amici. Alla parete due foto dello scrittore Ciccio Belgiorno, colto a passeggio per Corso Umberto, che su Modica e sull'essere modicani ha lasciato pagine di rara arguzia. Guardando dalla libreria coniò l'espressione il quadrato della Palma dove si concentrano la Società operaia, caffè, filosofi, poeti, perditempo e passanti indaffarati. La Talpa, mostrando l'albero, spiega che è un concetto immaginario su una realtà che può esistere e non esistere, che si crea e si disfa per coincidenze fortuite.

Egli, reduce da un intervento chirurgico alle gambe, ha difficoltà a camminare e per quattro mesi la libreria è rimasta chiusa. Gli amici in crisi di astinenza si sono impegnati a prelevarlo da casa al mattino e a riportarlo la sera, purché riaprisse la tana.

In disparte, silenzioso, elegante e discreto, un uomo sembra confondersi con i libri, non si capisce se come personaggio, immagine di copertina o autore.

"È  un maestro, spiega La Talpa, con la m maiuscola."

A questo punto la sfinge è costretta  a parlare. Si chiama Enzo Gianni, a Roma si è occupato di drammaturgia e ha scritto per il teatro. Ha conosciuto Dacia Maraini, Giuseppe Manfridi, Mario Prosperi, ha avuto una segnalazione dall'Università di Heidelberg. Il suo testo Ulisse è tornato, un dramma borghese tra sogno e realtà, ha avuto l'apprezzamento di Franco Quadri. Ma il suo ritorno di Ulisse a Modica, "una sacca stagnante", sembra averne spento le ambizioni. Qui il suo teatro è impraticabile. Parla di sé con i verbi al passato: fui, ero, sono stato. "Qui non ci resta che meditare sulla metafisica degli Iblei."

Il vecchio spirito battagliero della cultura popolare e progressista di Modica è incarnato dalla piccola casa editrice di Carlo Ruta e Giovanna Corradini, che pubblica saggi di storia e di sociologia, ripescando vecchi testi come gli scritti sulla mafia di Gaetano Mosca o del catanese Giuseppe De Felice Giuffrida, o Le lettere meridionali di Pasquale Villari.

"Non c'è crisi del libro, i nostri si vendono - dice Giovanna Corradini, - stampiamo mille copie a volume e riusciamo a sopravvivere. Qui si lavora bene, abbiamo tempo per pensare."

Stranamente nessuno accenna al comisano Gesualdo Bufalino che a Modica ambientò il suo secondo romanzo Argo il cieco ovvero i sogni della memoria (1984), e della città, amata e ammirata, scrisse che somiglia a una melagrana spaccata. È come se una vecchia signora aristocratica avesse accolto con noncuranza l'omaggio dovuto.

Anche il cinema ha reso omaggio a Modica luogo scenografico per eccellenza con le case abbarbicate sui colli a fare da sfondo. Qui Luigi Zampa girò il film Anni difficili (1948) tratto dal racconto di Brancati Il vecchio con gli stivali.  Nel 1984 i fratelli Taviani la scelsero per Kaos. Per la verità vi è stato girato anche un più prosaico Giovannona Coscialunga disonorata con onore.

Un'arrampicata per le scale e i vicoli che dal Corso portano al quartiere Cartellone sarà premiata dallo spettacolo che offre la città, distesa al sole, abbagliante di pietra bianca. Questo era l'antico quartiere ebraico e prende il nome dall'affissione del bando che nel 1492 decretava l'espulsione degli ebrei dal Regno di Spagna. Qui è tutto un fervore edilizio di case in ristrutturazione che ridà fiato alle vecchie maestranze artigianali. I prezzi di ruderi che una volta non valevano nulla ora sono saliti alle stelle.

Da qui lo sguardo, scavalcato il Corso e la basilica di San Pietro, si delizia alla vista di San Giorgio, miracolo dell'arte barocca, ricamo di pietra che trafora il cielo. A destra il castello e la torre dell'orologio. Modica bassa e Modica alta, la prima consegnata alla modernità turistica, l'altra che si sente non meno bella e tuttavia negletta  e in via di spopolamento. Sono rari i turisti che oltrepassano il limite di San Giorgio.

È come se perdurasse come blocco mentale la separazione tracciata dalle lapidi sui muri, con cui si delimitavano i confini  tra le parrocchie dei due patroni, San Giorgio e San Pietro, tra sangiorgiari e sampietrisi, tra popolino della città alta e artigiani e professionisti della città bassa, divisi da una rivalità secolare. Se l'abate palermitano Paolo Balsamo nel 1808 scriveva che per fortuna la contesa si era placata, ancora nel 1954 Raffaele Poidomani raccontava in Carrube e Cavalieri di scontri epici. Ora più che la spada ferisce la lingua.

Al di là del distacco e della malinconia metafisica di molti dei suoi intellettuali, Modica ha un'anima imprenditoriale e produttiva, capace di muoversi nella modernità facendo leva sulle sue tradizioni e peculiarità.

"Questa - dice il sindaco Ignazio Abbate - è un'isola felice. Chi vuole trova o s'inventa un lavoro." 

Vi è uno dei tre poli principali dell'allevamento di polli in Italia; il turismo è in pieno sviluppo, in dieci anni si è passati da 3 a 120 attività ricettive. Fino al 2008 il comune aveva 1080 dipendenti ora ne ha 454. La popolazione è stabile a 54 mila abitanti, l'emigrazione limitata alla fuga dei cervelli come in tutta Italia. A Natale solo cinquecento famiglie, di cui un centinaio extracomunitari, hanno fatto richiesta di un sussidio. 

Il capolavoro infine è stata l'invenzione della tradizione del cioccolato che ora comporta un giro d'affari tra i dodici e i tredici milioni di euro l'anno, con esportazione perfino negli Emirati Arabi e l'ingresso del prodotto nella grande distribuzione.

A creare l'identità tra Modica e il cioccolato, partendo da una consolidata tradizione artigianale, è stata Grazia Dormiente, poetessa raffinata, storica ed etnologa per passione e vocazione. Ha rintracciato vecchie carte dell'aristocratica famiglia Grimaldi, ha ricostruito intrecci, itinerari, in un viaggio sapienziale in cui commercio, tecnica, abilità manuale e cultura costituiscono un tutt'uno inscindibile.

Il vecchio maestro cioccolatiere Ignazio Jacona nel chiuso del suo dammusu, un antro magico inebriante di odori, ci dà una dimostrazione dell'antico metodo di lavorazione, mescola gli ingredienti, stende la pasta nella balata, la versa nelle forme. In attesa che indurisca racconta che ha cominciato a lavorare a sei anni nel Caffè Orientale, spiega che il richiamo all'antica ricetta azteca è fasullo perché gli aztechi la bevevano liquida e senza zucchero, e smentisce la leggenda che Montezuma ne consumasse cinquanta tazze al giorno. La cioccolata si è indurita, con un gesto di magnanima clemenza il maestro ce la fa assaggiare e ci sentiamo veramente trasportati per magia tra gli dei dell'Olimpo. Crediamo di sapere tutto della cioccolata modicana... Ma attenti a dirlo davanti a Nino Scivoletto, vi impartirà una benevola lezione di filologia: "È femmina quando si scioglie, quando è dura è maschile."

COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA IL TUO COMMENTO

Condividi le tue opinioni su La Sicilia

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

Il giornale di oggi

Sfoglia

Abbonati

I VIDEO

nome_sezione

EVENTI

Sicilians

GOSSIP

Qua la zampa