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L'umile crocifisso rifiutato deve tornare al suo posto nella chiesa di Sant'Euplio

L'umile crocifisso rifiutato deve tornare al suo posto nella chiesa di Sant'Euplio

L'opera fu realizzata dall'architetto catanese, recentemente scomparso, Giacomo Leone

L'umile crocifisso rifiutato deve tornare al suo posto nella chiesa di Sant'Euplio

Catania - Questo è il Crocifisso che l’architetto Giacomo Leone  ha progettato per la chiesa di Sant’Euplio, edificata nel 1964, la sua  prima opera pubblica e anche la prima chiesa realizzata a Catania secondo 
i nuovi, rivoluzionari, criteri del Concilio Vaticano II che peraltro,  al tempo della costruzione, non era ancora concluso. Il progetto sviluppava la sua tesi di laurea conseguita, nel 1957, allo Iuav, la famosa scuola di architettura di Venezia, relatore il prof. Giuseppe Samonà.

 

Un’opera innovativa e dai profondi significati teologici. All’esterno la chiesa ha un aspetto domestico dato dal tetto a due falde che riprende l’immagine della capanna, archetipo della casa. La facciata evoca un libro aperto, simbolo di Sant’Euplio, copatrono di Catania, martirizzato sotto Diocleziano per avere portato al cospetto del procuratore romano Calvisiano i libri dei Vangeli, dichiarando così la propria fede cristiana.

 

Sul prospetto svettano tre croci che rappresentano Cristo tra i due ladroni, motivo per cui i catanesi la chiamano «la chiesa delle tre croci».All’interno l’architettura è di grande modernità con «il nuovo impianto con altare isolato, l’assenza di absidi e la continuità dello spazio, l’accostamento di materiali ricchi e poveri», come spiega in un suo scritto l’arch. Giovanni Leone che di Giacomo è figlio. Una modernità - commenta - «che richiedeva un “digestivo”, ma ciò che restò sullo stomaco fu il crocifisso collocato sulla parete di fondo che provocò sorpresa e sconcerto nell’arcivescovo dell’epoca, monsignor Luigi Bentivoglio, che reagì immediatamente esternando il suo disappunto al momento della consacrazione della nuova chiesa».Un’opera che spiazzò e divise anche i fedeli che del loro turbamento e della loro fascinazione di fronte all’insolito crocifisso lasciarono traccia in un quaderno che l’architetto Giacomo Leone volle porre in chiesa perché vi scrivessero le proprie impressioni. Quaderno che la parrocchia dovrebbe conservare ancora perché è parte della sua storia e di un modo comunitario di affrontare scelte e problemi. E sarebbe interessante poterlo rileggere.Tant’è.

 

Quel crocifisso era, per quel tempo, troppo lontano dai canoni tradizionali e, dopo qualche anno, fu rimosso, nonostante il suo profondo significato teologico.Il maestro Antonio Brancato lo realizzò con lamiere contorte e tondini da cantiere, il corpo cavo, svuotato, fatto di materia corrosa, consunta. Un Crocifisso senza croce, le braccia alzare ad implorare Dio Padre di sollevarlo dalla sofferenza e dalla morte e, insieme, segno di resurrezione, di ascesa al cielo, di libertà. Così doveva apparire ai fedeli che hanno avuto modo di vederlo librarsi sopra l’altare.Un’opera forte e drammatica che, con differente qualità artistica, richiama il crocifisso di Lampedusa fatto con il legno dei barconi con cui i migranti affrontano il mare in cerca di salvezza.

 

Lo stesso Giacomo Leone spiegava il significato teologico di questa scelta di svuotamento, di rinuncia alla forma e di riduzione alla materia rifacendosi alla lettera di San Paolo ai Filippesi lì dove scriveva: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». Eppure, il crocifisso fu rimosso e nascosto in un ripostiglio dove Giacomo Leone, che ritornava spesso nella «sua» prima chiesa, ebbe a scoprirlo tra due scale. Quell’immagine lo colpì e, con l’amara ironia che lo caratterizzava, «disse che non era male, nuovamente tra i due ladroni... ». E pregò che, almeno, non spostassero le scale.Il suo Cristo sta ancora nel ripostiglio, sottratto ai catanesi. Sarebbe ora, infine, che tornasse nel posto per cui era stato pensato, ora occupato da un Crocifisso in stile medievale e da due leziosi angioletti anni Sessanta. «Alla luce degli epocali cambiamenti in atto nella chiesa con papa Francesco - conclude l’arch. Giovanni Leone - l’opera appare di grande attualità e i tempi potrebbero esser finalmente maturi per una revisione della condanna all’oblio del Cristo crocifisso, potente esposizione di povertà e umile matericità».  

Pinella Leocata                 

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