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Paolo Mieli «Antimafia in Sicilia? Una ridicola retorica da straccioni»

Paolo Mieli: «Antimafia in Sicilia? Una ridicola retorica da straccioni»

L’ex direttore del “Corriere della Sera”: «L’antimafia della Sicilia è una ridicola retorica da straccioni Crocetta? Bizzarro, spesso fa ridere. Ma per la finta intercettazione gli dobbiamo tutti delle scuse» FOTO

Paolo Mieli: «Antimafia in Sicilia? Una ridicola retorica da straccioni»

Se nella storia il tradimento è «un’arte sopraffina, perché è una questione di tempi e di risultati», allora quello di Matteo Renzi subentrato a Enrico Letta a Palazzo Chigi fu «un capolavoro». La cronaca raccontata da un maestro del giornalismo, con i canoni del raffinato storico. Paolo Mieli, a Catania per presentare il suo L’arma della memoria nel ciclo “L’autore per cena” dello Sheraton, ci ha concesso una lunga intervista nel corso di una visita in redazione. Nella quale l’ex direttore del Corriere della Sera non parla soltanto di vincitori e vinti, di traditori e traditi. Ma anche di giornali e politica. E di Sicilia. A partire da quella «retorica dell’antimafia da straccioni».

 

Una della tesi del suo libro è: nella storia non ci sono mai vincitori per sempre.

«Le vittorie non sono mai definitive, ma sono tappe di conflitti che a un certo punto possono esaurirsi o trasferirsi in conflitti successivi».

 

Ci sono tanti esempi di storia scritta dai vincitori. Quelli più recenti?

«Dopo la stagione di Mani pulite, nel ‘92-’93, si applicò una storia dei vincitori per cui la Prima Repubblica era una schifezza. Poi ci fu una riproposizione politica di reduci. E i libri hanno continuato a raccontare una storia piuttosto fantastica: un regno del malaffare precedente sostituito da una nuova alba radiosa. Invece non è vera né la prima, né la seconda cosa».

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L’altra tesi del libro riguarda i traditori. Chi vince, nella storia, non verrà mai considerato tale. E poi è questione di date: bisogna saper tradire. Qualche esempio a noi vicino?

«Berlusconi al governo. Lo hanno tradito tutti i suoi alleati, in vari momenti. Ma nessuno ha riportato grandi frutti perché il tradimento fu fatto sempre in controtempo: Follini, Casini, Fini... ».

 

Anche Bossi?

«Quello fu un tradimento capace. Lo dico non apprezzando il traditore, ma da analista storico. Bossi andò fino in fondo, a costo di presentarsi contro Berlusconi e perdere. Quando diventò veramente prezioso, si fece riacquistare».

 

E quelli più contemporanei? Alfano e Verdini in che categoria rientrano?

«Se si fosse votato subito dopo, forse potevano essere tradimenti apprezzabili, storicamente. Ma bisogna aspettare come va a finire».

 

E poi ci sono gli aspiranti traditori: la sinistra Pd...

«Loro sono sempre incerti sui tempi. Cioè: se tradiscono adesso, e vanno fuori, e poi restano a galleggiare... Ma se alla fine dei due anni sono morti nel deserto? ».

 

Ma allora, da storico, il tradimento perfetto è quello di Renzi nei confronti di Enrico Letta?

«Sì, anche se fu sui generis. Perché il tradimento comporta che tu abbandoni il campo. Ma Renzi lo fece in maniera talmente efficace che l’intero gruppo dirigente del Pd lo votò. Quello fu un capolavoro, un tradimento che isola il tradito e gli porta via l’intero esercito. Come se nella Seconda guerra mondiale uno fosse riuscito a prendere tutto l’esercito e a portarlo in un tunnel sotterraneo, lasciando Hitler da solo. Senza fare paragoni tra Hitler e Letta, ovviamente... Con in più la beffa del #enricostaisereno».

 

Qual è il suo giudizio sul governo Renzi?

 «Parlando da storici bisogna aspettare che si chiuda il periodo. Ma due cose si possono già dire. Primo: l’entusiasmo iniziale è scemato. Secondo: Renzi ha fatto riforme, giuste o sbagliate che siano, che nessuno ha fatto nei vent’anni precedenti. E questo bisogna riconoscerlo. Cavolo.. In due anni quelli stavano lì, parlavano e non facevano niente. E ancora adesso non propongono alternative, ma dicono semplicemente “non va bene”. A far quello sono buoni tutti».

 

E la storia cosa racconterà di Grillo?

«Che ha trovato una formula magica, demagogica e populista, sfruttando bene il web, entrando come una lama nel burro della crisi dei partiti e mischiando tutte le ideologie, comprese la pazzia e la follia. E che, alla prova del governo, tutte le sue idee assieme sono inapplicabili. Sarà decisiva la partita di Roma. Non solo la vittoria, ma il dopo».

 

Oggi c’è la guerra contro l’Isis. Chi sono i terroristi oggi? È corretto il modello di accoglienza dell’Europa?

 «Secondo me l’Europa ha fatto bene, è l’analisi che è sbagliata. Chi sono quelli dell’Isis? Sono figli di integrati che protestano contro i genitori. Noi li descriviamo come dei fanatici islamisti; in genere sono dei puttanieri, non hanno mai pregato, fumano spinelli, trafficano droghe. Sono iper-laici che trovano una giustificazione a una vita da marginali con l’adesione a questi gruppi».

 

Quindi l’integrazione come risposta al terrore è sbagliata?

«Non che non bisogna integrarli, per carità. Ma l’idea che più li integri e meno vanno a fare attentati non è la soluzione. Perché questi sono come i giovani rivoluzionari degli anni 70: non diseredati, ma figli della buona borghesia che trovavano una legittimazione ideologica a comportamenti ribellistici».

 

Parliamo di giornali. De Bortoli, sulla fusione fra “LaStampa” e “Repubblica”, ha detto: «Se l’avesse fatta Berlusconi ci sarebbero state le rivolte in piazza».

«Ha totalmente ragione. Ci sarebbero state le sommosse di piazza. E avrebbero sbagliato a farle».

 

Perché?

«Un processo di concentrazione delle testate ci consente di affrontare meglio la crisi. L’importante è che siano garantiti la molteplicità delle testate e il pluralismo».

 

Anche se identità diverse rischiano di uniformarsi?

«Tutti hanno identità diverse, basta che siano garantite. Quando Berlusconi prese Einaudi o quando Monti prese “Il Giorno”, “La Nazione” e “Resto del Carlino”, li hanno modificati? Penso che siano preoccupazioni antistoriche. Piuttosto si dovrebbe pensare ai problemi veri».

 

Ovvero?

«I giornali sono in difficoltà, ma producono ancora la gerarchia delle informazioni. Dal “Fatto” al “Giornale”, se non trovi cittadinanza in una delle prime pagine vuol dire che la tua notizia non esiste».

 

Ma c’è il web...

«Il prodotto cartaceo pagato è in sofferenza a vantaggio di un prodotto gratuito, che vive rapinando il prodotto pagato».

 

E il “paywall” del “Corriere” cos’è, un passo avanti?

«Un tentativo generoso di vedere se riesci a farti pagare contenuti di qualità. Ancora su internet non si è trovato un modo certo per guadagnare con l’informazione. Perché c’è l’abitudine alla fruizione gratuita».

 

E la “Repubblica” di Calabresi? Ha cambiato l’anima del giornale?

«Sì. Ha eliminato alcune asperità di “Repubblica”, più adatte al ventennio passato. Ha eliminato del tutto gli editoriali, tranne quelli di Scalfari. Si concentra sui commenti ai fatti del giorno. È diverso da Mauro, così come Mauro era diverso da Scalfari».

 

Ma è l’addio al giornale-partito?

«Sì, non esiste più. Calabresi non ci crede. Davvero. Perché farlo nell’epoca di Renzi non ha senso, non ha futuro».

 

Perché è più accomodante nei confronti di Renzi?

«Nei giornali, checché se ne dica, l’umore non è simpatizzante nei confronti di Renzi. “Repubblica” adesso è più compiacente nei suoi confronti, ma non in ginocchio. Perché hanno capito che non possono fare come il “Fatto”, che fa la guerra a Renzi con gli stessi stilemi con la quale si faceva a Berlusconi. “Repubblica” non ci crede e ritiene che se lo facesse svaluterebbe le sue battaglie precedenti: vent’anni contro Craxi, vent’anni contro Berlusconi... Se pensi a farne altri venti contro Renzi sei un malato di mente».

 

E il “Corriere” post De Bortoli? L’ex direttore ha ripreso a scrivere dopo l’uscita di Fiat dalla proprietà. È una coincidenza?

«Le cose hanno coinciso come tempi. Io, da storico, osservo le coincidenze cronologiche».

 

La Sicilia raccontata dai giornali è passata dal luogo comune di “coppola&lupara” a quello dell’isola macchietta. C’entra qualcosa Crocetta?

«Crocetta è una persona che ha delle manifestazioni di sé che spesso fanno ridere. Uno un po’ bizzarro, diciamo. Però ci sono almeno due cose che mi sento di dire in sua difesa. Primo: le condizioni di una Regione come la vostra sono fallimentari, è un compito difficilissimo. Secondo: contro Crocetta è stata fatta una cosa giornalisticamente impropria e la nostra categoria non ha fatto abbastanza ammenda. I giornalisti non possono andar via fischiettando dopo aver scritto che le intercettazioni sulla Borsellino erano vere. La cosa riguarda l’Espresso, ma anche tutti noi».

 

Quali sono gli errori di Crocetta?

«Il fatto di aver cambiato una quarantina di assessori, ad esempio. Uno deve sapere uscire di scena dignitosamente. La parte peggiore è la designazione di Battiato e Zichichi. È come se il sindaco di Roma designasse Totti e Antonello Venditti. Se si vuole imparare, la lezione di Crocetta è: non promettere ciò che non puoi mantenere, agisci in sordina e prendi accanto a te delle persone competenti».

 

Gli ultimi mesi sono stati quelli della caduta dei simboli dell’antimafia, travolti dagli scandali.

«Io me li sono studiati bene, questi casi: saranno una ventina. Hanno in comune che tutti facevano parte di associazioni antimafia, antiracket, paladini di legalità. E già questo dona un che di ridicolo: oggi in Sicilia ammantarsi nella bandiera antimafia è diventata una cosa gratuita. I capi mafiosi stessi consigliano agli affiliati di farne parte! C’è una retorica dell’antimafia nei riguardi della quale c’è stata una deresponsabilizzazione assoluta. Si è passati dai grandi proclami di Ivan Lo Bello, che nel 2007 ci emozionarono, a casi come quello di Montante, che nel silenzio e nell’indifferenza nazionale, si sono consumati. È una superficialità, un’omertà continentale: colpa dei grandi dirigenti di Confindustria, ma anche della stampa. Il terzo elemento è che questi episodi sono ridicoli. C’è un’immagine di collusioni da straccioni, di piccoli inghippi. Non c’è più la strage di viale Lazio, che ti dava l’impressione di una partita importante, di una mafia forte e di interessi miliardari. Oggi c’è una mafia ridotta a una dimensione di accattonaggio dei soggetti corrotti».

 

Ma, da storico, secondo lei a che punto è la guerra vera alla mafia?

«Contro la mafia i risultati ci sono stati. Ma nessuna guerra, come insegna la storia, ha vittorie o sconfitte definitive. Tutto si rimette in movimento».

 

Così come il giudizio sulle bandiere dell’antimafia...

«Quelle bandiere non hanno significato. Perché s’è scoperto che dentro quelle bandiere c’è chiunque. Se io oggi volessi fare del malaffare in Sicilia, mi iscriverei a un circolo AddioPizzo, all’associazione Libera. Non hanno valore, sono chiacchiere. Quando Lo Bello lanciò la stagione antimafia di Confindustria non fece un codice che espelleva chi pagava il pizzo? Che fine ha fatto quel codice? Nessuno ha vigilato. A Siracusa c’è un viavai di presidenti indagati o costretti alle dimissioni. Sono cose de minimis. Nessuno è Lima o Liggio... ».

 

E non è meglio che non ci siano più?

«No, questo è più grave. È la distrazione di un Paese che considera queste cose folklore. È il razzismo di un che ride della Sicilia. Che paga un prezzo altissimo: nessuno viene a fare impresa da voi. La cosa pubblica non funziona e per di più è pure ridicola. Un mix esiziale, grave quanto nell’era della mafia stragista. Poi c’è stato un uso disinvolto dei reati a sfondo mafioso. Dopo l’appello di Lo Bello si sono fatti tutti gli errori possibili: non si è vigilato e si sono fatti passi indietro, ma poi si è esteso il reato a sfondo mafioso anche a chi passava col rosso al semaforo... Non si può amministrare in allegria, ci vuole rigore. Perché altrimenti il punto d’arrivo è peggio del punto di partenza».

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