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Luca Lanzanò, cervellocatanese in fuga,tornato in Italiagrazie a un bando

Luca Lanzanò, cervello catanese in fuga, tornato in Italia grazie a un bando

Dopo 5 anni in California, il giovane Fisico è adesso all'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova

Luca Lanzanò, cervello catanese in fuga, tornato in Italia grazie a un bando

Un esempio di come fare rientrare in patria - quella che, per intenderci, per formarli ha speso fior di quattrini - i cervelli italiani emigrati all’estero, che sono ben felici di farlo se sono offerte loro opportunità interessanti: Luca Lanzanò, 36enne catanese, laureato in Fisica a Catania nel 2004, dopo un periodo negli Stati Uniti nel settembre 2013 è rientrato a Genova dove lavora all’Istituto Italiano di Tecnologia. E, anche se lui non si ritiene un cervello in fuga, è stato felice di tornare nel proprio Paese vista l’opportunità offertagli in una struttura che non ha nulla da invidiare ai migliori istituti a livello internazionale: «Se non fosse stato per l’Iit e per il suo altissimo livello, sarei rimasto all’estero», ammette infatti.«Dopo la laurea - racconta - ho fatto il dottorato di ricerca sempre in Fisica a Catania. Quindi, sono andato negli Stati Uniti, alla University of California, per fare un post doc. E sono rimasto lì quasi 5 anni».

 

Un periodo che Luca Lanzanò ricorda con gioia, ma senza particolari nostalgie, visto che ha ricevuto da Alberto Diaspro, direttore del dipartimento di Nanofisica all’Istituto Italiano di Tecnologia, la proposta di lavorare in questo istituto. «Negli Usa avevo lavorato su spettroscopia di fluorescenza applicata a problemi biomedici. Abbiamo messo insieme l’esperienza mia con quella sviluppata a Genova per creare una nuova tecnica. Visto che ciò mi dava la possibilità di rientrare in Italia e che l’istituto era all’altezza dell’università Usa dove ero stato, ho deciso di provare. Mi sono trovato molto bene e l’anno scorso abbiamo pubblicato un lavoro importante che ha avuto risonanza anche sui giornali. Anche in seguito a ciò, ci siamo messi in contatto con un gruppo dell’Istituto di Oncologia di Milano e abbiamo iniziato a collaborare».

 

E ora Luca Lanzanò, vincendo il relativo bando, ha ottenuto un finanziamento Trideo (TRansforming IDeas in Oncological research awards) di Airc e Fondazione Cariplo per svelare i meccanismi alla base dei tumori utilizzando un particolare microscopio a super-risoluzione. «Un microscopio sviluppato proprio dal nostro gruppo di Nanotecnologia all’Iit: i fondi servono ad applicare questo nuovo strumento a uno studio che riguarda la comprensione dei meccanismi di base, quindi molecolari, dei tumori. In particolare, riguarda lo studio di come i processi normali di replicazione e trascrizione del Dna vengono alterati nelle cellule tumorali».In sostanza, un cervello etneo in fuga di ritorno. Una definizione che però a Luca Lanzanò non piace: «È vero che sono andato via dopo gli studi, ma non è stata una fuga causata dal fatto che qui non c’era lavoro. Anzi, sono contento di essere andato via: ho imparato tante cose, ho fatto una bella esperienza. Ma quando si è prospettata l’opportunità di tornare, mi sono detto: “Perché non provare? ”». E l’esperimento ha dato buoni frutti, tanto che ora è arrivato anche un finanziamento per la sua ricerca. Più difficile reperire fondi in Italia rispetto agli Usa? «La mia esperienza dimostra che provandoci forse qualcosa si può ottenere anche in Italia, anche se le percentuali di successo nell’ottenere finanziamenti oscillano intorno all’1%. Ma anche negli Usa non è facile».

 

 A fare la differenza, probabilmente, anche il luogo dove Luca Lanzanò lavora: «L’Istituto Italiano di Tecnologia è stato istituito con l’obiettivo di essere all’avanguardia rispetto agli istituti esteri. Non vi si fa solo ricerca di base, ma anche applicata, con sbocchi in eventuali tecnologie e, quindi, anche in posti di lavoro». Ma la vera differenza, probabilmente, è la mentalità, mutuata anch’essa dall’estero: «Sin dall’inizio, mi hanno sempre detto che bisogna cercare anche finanziamenti privati, che non bisogna aspettare solo l’istituzione».Ma quale può essere il percorso ottimale per un giovane cervello italiano? «Io consiglio di fare quello che piace, di seguire la passione. Anche quando non c’era l’opportunità in Italia, io sono andato all’estero e ho fatto una cosa che mi appassionava. Non bisogna avere paura di affrontare i sacrifici, occorre essere aperti, provare. A volte cambiare, spostarsi si può rivelare la scelta giusta. L’importante è operare con passione e serenità. E comunque un’esperienza all’estero è importante anche per avere una visione diversa, per vedere da fuori come è l’Italia: e a volte è proprio dall’estero che ci accorgiamo dei suoi lati positivi». Senza nascondersi, ovviamente, quelli negativi, in modo da poterli cambiare. Come la piaga della raccomandazione che in Italia fa “più titolo” rispetto al merito: «In realtà, la mia esperienza all’estero è limitata: negli Usa sono stato in una sola università. In generale, però, direi di sì, nel senso che all’estero esiste il principio della responsabilità: lì un prof mi assume, per esempio, perché mi conosce. Si potrebbe pensare che è raccomandazione. Invece no. E se io vado male, lui ne risponde. Invece in Italia se qualcuno è assunto, che sia poi bravo o meno, non ne risponde nessuno. Questo è il problema».

 

In sostanza, Luca Lanzanò più che cervello in fuga di ritorno è allora un cervello aperto a tutte le opportunità di alto livello, ovunque si presentino: e in Sicilia? «Sicuramente la mia formazione in Sicilia è stata ad altissimo livello: nell’Isola ci sono eccellenze formative e di ricerca, ma meno opportunità perché c’è uno sviluppo tecnologico e industriale inferiore».Come dire, un’università un po’ monca: «Forse potrebbe potrebbe essere d’aiuto integrare i fondi dell’università con altri privati che possano finanziare le ricerche. D’altra parte, fondi esterni potrebbero anche minacciare, se vogliamo, l’indipendenza storica degli atenei. E poi ci vorrebbero aziende o comunque imprenditori che abbiano interesse a investire una piccola parte dei loro profitti in conoscenza: cosa che può essere rischiosa nel breve termine, ma che può fare la differenza negli anni. In Sicilia si potrebbe investire nel settore alimentare, dell’energia, della tecnologia». Si tratterebbe, tra l’altro, d’investimenti a basso impatto ambientale, quindi nel caso della Sicilia non in contrasto con la sua vocazione turistica. «Certamente: possono essere opportunità di sviluppo locale. Bisognerebbe fare in ogni regione ricerche orientate in base alle caratteristiche del territorio».Ma questo, purtroppo, attualmente fa parte del mondo dei sogni. Quali, invece, i progetti concreti di Luca Lanzanò? «Applicare la ricerca agli studi biomedici, scoprire qualcosa di utile per le persone: sarebbe una bella soddisfazione».         

 

Maria Ausilia Boemi                                         

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