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Al via le tragedie al Teatro greco. Alcestiin una Sicilia anni '60

Al via le tragedie al Teatro greco. Alcesti in una Sicilia anni '60

Il registra Lievi firma un allestimento che suggerisce un confronto tra passato e presente
Il ministro Maria Elena Boschi forse alla prima di Elettra

Al via le tragedie al Teatro greco. Alcesti in una Sicilia anni '60

Siracusa -  Un lunghissimo corteo funebre avanza con i paramenti a lutto. Sembra quasi un funerale nella Sicilia degli anni ‘60, coppole, cappelli e lamentazioni femminili. Un colpo di scena, anticipa il regista, «e quel funerale cristiano viene inghiottito dal tempo», appare il Coro di Alcesti, il dramma di Euripide al debutto domani (alle ore 18.45) al Teatro greco di Siracusa con la regia di Cesare Lievi, protagonista Galatea Ranzi, con Danilo Nigrelli nei panni di Admeto, Stefano Santospago in quelli di Eracle, Paolo Graziosi nel ruolo del padre Ferete.

 

La casa di Admeto, re in Tessaglia, è a lutto. La moglie Alcesti, la donna più nobile, prediletta tra le donne, decide di immolarsi al posto del marito, ma il suo sacrificio travolge l’ordine costituito. Euripide scava nella doppiezza dell’animo umano, affonda nelle sue contraddizioni, ne sottolinea le sfumature, i contrasti, i confini ambigui. Mescola pianto e risata, pietà e sfoghi d’ubriaco, canti funebri e dionisiaci. Gioca a rovesciare i ruoli: l’eroe è una donna, moglie e madre, Ercole un ospite ingordo e disattento, il marito un piagnone. «Alcesti che morirà gloriosa: il mondo non ha mai visto una donna così straordinaria», scrive Euripide. Una donna che si sacrifica per il marito sembra figlia nei nostri giorni? «Non bisogna leggere troppo con l’occhio del presente - mette in guardia il regista Cesare Lievi - Era assodato che la donna non potesse avere una vita pubblica, ma i greci erano ben consapevoli del problema». Alcesti è un dramma satiresco con lieto fine sospeso. «La prima parte può essere letta come una tragedia ma con forti anomalie: l’eroe tragico è una donna, muore all’inizio della tragedia, muore in scena, nell’agorà, pubblicamente. E muore gloriosamente, sacrificandosi per un altro. Proprio come un guerriero», prosegue Lievi. Quanto basta per mandare in crisi il ruolo del marito Admeto. «Che re è? Che uomo è? si chiede. Più la moglie diventa un eroe più lui si “femminilizza”, si “infantilizza”.

 

Man mano che prende consapevolezza di quanto accade si avvicina ai limiti della follia». La scena è un palazzo reale stilizzato, nero e rosso, che mostra ciò che accade al suo interno come su uno schermo, circondato da un prato di papaveri rossi, «il fiore dell’oblio». Una lettura classica, con costumi senza tempo, che si sposta però tra presente e passato, tra il mondo greco e il nostro tempo. Nel lungo corteo funebre vintage tutti i giovani della scuola di teatro dell’Inda per dar voce al Coro maschile di Alcesti, ma anche ai canti e ai lamenti muliebri. «Alcesti - riprende il regista - sembra quasi la teatralizzazione 
di un rito funebre antico - la morte, il corteo, la sepoltura - che ci racconta molto su come i Greci vedessero l’oltretomba.

 

Scoprono il nulla, il vuoto e ne sono angosciati. Alcesti ci fa vedere una rinascita, un ritorno dal mondo dei morti, una “resurrezione”. Ma Eracle non è un “salvatore”, si racconta una fiaba». Il semidio dalle fatiche sovrumane riporta «la donna muta, che non parla», «o il suo fantasma», chiosa il regista «perché ci sia un lieto fine, ma aperto, che ci lascerà sorpresi e sospesi» in un confronto tra «il mondo greco e quello della Croce, due idee di salvezza completamente diverse». Lievi, regista, poeta, drammaturgo, direttore per 14 anni del Centro teatrale bresciano, regista di una memorabile edizione di Erano tutti miei figli con Umberto Orsini, Giulia Lazzarini e Luca Lazzareschi, lavora molto in Austria, Germania, Svizzera - «il teatro italiano è già morto, da un lato è un mezzo che in questo momento non corrisponde ai tempi, dall’altro c’è un sistema, anche politico, che non ha nessun interesse a tenerlo in piedi» - premiato per La badante,  in una trilogia sullo straniero completata da Il mio amico Baggio e Fotografia di una stanza, inaugurerà a Parma il Festival verdiano con Don Carlo.

 

Ad Alcesti, racconta, torna molto volentieri. «Negli anni 90 feci a Francoforte Alkestis un incontro, che univa scene dell’Alcesti e un contro coro contemporaneo. Poi Alcesti o la recita dell’esilio di Raboni. Penso sia una tragedia bellissima proprio per questo incontro di tragedia e comico - spiega - Mi piace ciò che mette in moto questa eroina, questa dinamica che apre con la figura maschile. Non è una moglie che si sacrifica per il marito, Alcesti s’immola per i figli, perché perdere il padre, il re, vuol dire mettere a repentaglio l’intera polis. Rompe un tabù in nome della conservazione del potere, una cosa che l’uomo non riesce a fare. Poi arriva Eracle, un reazionario che rimette a posto le cose, che riporta a casa, muta, la donna scappata di  mano. Ma è Alcesti il vero eroe, il salvatore».  

Ombretta Grasso
            

 

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