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Zerocalcare:«Vi racconto il granderaggiro dei mediaoccidentali»

Zerocalcare: «Vi racconto il grande raggiro dei media occidentali»

Il fumettista, incontrato a Catania, racconta della rivoluzione curda, il Rojava, l'Isis

«Credo che la forza del fumetto stia nella sua fedeltà alle emozioni. Pur aderendo molto meno alla realtà esterna di un reportage fotografico, infatti, ha la capacità di evocare qualcosa di non visibile all’occhio, che crea un’empatia molto forte con il lettore». Michele Rech, in arte Zerocalcare, è oggi considerato uno dei più importanti esponenti del fumetto italiano. Le sue opere, nel complesso, hanno venduto oltre 500mila copie e sono molto apprezzate anche dalla critica (il volume “Dimentica il mio nome” è stato finalista al premio Strega 2015). Lo abbiamo incontrato a Catania, dove è stato ospite di Etna Comics, una delle più importanti fiere di settore del Sud Italia che, proprio quest’anno, è stata cornice per la presentazione di molti fumetti “impegnati”: da “Exodus” di Don Alemanno (che affronta il tema dei migranti) a “Kobane Calling” (Bao Publishing, 2016), un diario di viaggio in cui Zerocalcare narra la rivoluzione curda, il Rojava e l’Isis.

 

Com’è nato Kobane Calling?
«Inizialmente, l’idea di scrivere un diario non era esattamente nei miei piani. Entrambi i viaggi si sono svolti nell’ambito di campagne di solidarietà a supporto della resistenza curda, che sta particolarmente a cuore a me e al mondo dei centri sociali.  Il senso non era quello di fare del voyerismo bellico, ma aiutare quelle realtà e imparare, al contempo, qualcosa dalla rivoluzione che stavano attuando. Tuttavia, mi spaventava molto l’idea di partire senza un foglio che, nel caso venissimo fermati dall’esercito turco, ci presentasse come giornalisti recatisi lì per un reportage. Così, prima di partire, andai a bussare alla redazione del settimanale “Internazionale” – con cui avevo già lavorato in passato – e gli proposi il fumetto in cambio di una lettera di presentazione. Il libro, in questo senso, è la versione più completa e organica di quel lavoro».

Il volume racconta un’esperienza fatta in gruppo. In che modo questa cosa ti ha influenzato durante la stesura?
«Direi che è stata determinante, non solo perché non avrei mai affrontato un viaggio del genere da solo, ma anche perché mi ha aiutato a comprendere ciò che ci avveniva attorno. Kobane Calling è il frutto di un confronto continuo durante e dopo il viaggio. Ho molto discusso con la gente che mi ha accompagnato, ma anche con la comunità curda di Roma. Il risultato è davvero un lavoro collettivo, anche se poi dal grande imbuto mediatico esce soltanto il mio nome».

A proposito dei media, all’interno del volume parli del “Grande raggiro mesopotamico a opera dei media occidentali”. Ritieni ci sia una lettura distorta di ciò che è successo e sta succedendo da quelle parti?
«Assolutamente. Sulle principali testate giornalistiche, sebbene si parli spesso delle combattenti di Kobane, continuo a non leggere quasi mai la parola Rojava. Una cosa assurda se consideriamo che stiamo parlando di donne che si battono per quella regione. Poi c’è un’altra questione, quella degli accordi che in qualche modo teniamo con la Turchia, che determinano una lettura degli eventi storici secondo la quale i curdi che combattono in territorio turco, quelli del Pkk, sono terroristi cattivi, mentre quelli che si trovano in Siria sono buoni perché combattono contro l’Isis. In realtà questa distinzione non si può fare in virtù di una continuità culturale, ideologica e politica che li rende tutti parte del movimento di liberazione curda».

All’interno del libro, a un certo punto, scrivi: «E mo’ chi è il fumettista disimpegnato? Sono stato a Kobane…». Recentemente Paolo Di Paolo su “L’Espresso” ti ha chiamato in causa come esempio d’intellettuale impegnato. Come ti poni in confronto a questa cosa?
«Diciamo che rifuggo dalla categoria, non per retorica populista ma perché spesso quando qualcosa mi crea disagio non riesco a metterla bene a fuoco. Gli intellettuali, invece, dovrebbero offrire spunti su cui riflettere, e sono il primo ad averne bisogno. Per quanto riguarda l’impegno politico, sono cresciuto tra centri sociali e spazi occupati: diciamo che certe cose in quei contesti sono praticamente fisiologiche. Il mio primo lavoro è stato un racconto a fumetti delle giornate del G8 di Genova».

Nei tuoi lavori racconti spesso Rebibbia, il quartiere dove vivi. Qual è la tua idea di periferia? E perché continui a sceglierla?
«Intanto è un posto dove si parcheggia e la notte si dorme. E poi credo che le periferie, quelle non ancora trasformate in vetrine, offrano la possibilità di vivere rapporti molto più veri con le persone. Insomma, anche se mancano un sacco di servizi, come gli spazi d’aggregazione, continuo a pensarle come le zone più vivibili delle città».

L’inizio del tuo successo è stato molto legato al tuo blog. Quanto è importante per te questo canale?
«In realtà il blog l’ha aperto Makkox, un fumettista che ai tempi era molto più famoso di me e ha stampato il mio primo libro (oggi edito in una versione a colori da “Bao Publishing” ndr). Io inizialmente ero molto contrario perché mi metteva ansia l’idea che potesse diventare una pagina semideserta. Poi però, complice l’interazione con i lettori, ha iniziato a ingranare ed è stata per molto tempo la mia attività principale».

Parlando proprio del tuo primo libro, a che punto è il film de “La profezia dell’armadillo”?
«Non ne ho proprio idea. Certe dinamiche del cinema mi sfuggono. La sceneggiatura è stata scritta, ma poi le scadenze sono slittate e in assenza di una data precisa alle porte preferisco non pensarci. Anche perché le mie aspettative solitamente si traducono in ansie e preferirei non averne».

A proposito di aspettative, in molti si chiedono quale sarà il tuo prossimo lavoro.
«In realtà non ho mai cambiato l’approccio ai miei fumetti: semplicemente vivo e racconto la mia vita. Recentemente sono stato a Kobane e ho raccontato quello. Tendenzialmente vorrei continuare a fare così, a patto di ricominciare a vivere appena finirà questo orribile tour di presentazione del libro, la cosa più lontana da quello che vorrei fare nella vita in generale».

Oggi sei considerato uno dei simboli della rinascita del fumetto in Italia. Chi è il tuo lettore tipo?
«In realtà non ho una fotografia chiarissima dei miei lettori. La maggior parte dei ragazzi che incontro alle fiere sono venticinquenni con un livello d’istruzione abbastanza alto, però chiaramente ci sono anche persone che leggono i miei fumetti ma che non farebbero dieci ore di fila per un disegnetto».

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