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L'antropologia tragicomica dell'Itali(ett)a

Il libro “È normale... lo fanno tutti” di Corradino: l’illegalità diventa regola. Dalle intercettazioni un Romanzo Criminale ma c'è anche una soluzione: più dati per tutti

L'antropologia tragicomica dell'Itali(ett)a

raffaele cantone, presidente dell’anticorruzione, e michele corradino, consigliere dell’authority e autore del libro

Ma chi si aspetta di trovare qualcosa del genere nel libro di Michele Corradino, resterà per fortuna - sua, cioè del lettore, ma anche di tutti noi - deluso. Perché È normale... Lo fanno tutti (Chiarelettere, 163 pagine) non è né la cronaca, seppur con vista privilegiata, del logorio dei tempi moderni, né - vivaddio - un Manifesto politico-giuridico del Cantonismo. Ciononostante il presidente dell’Authority Anticorruzione - al quale oggi in Italia ci si rivolge per risolvere qualsiasi problema, dalla lite condominiale a Mafia Capitale - abbia firmato la prefazione delle «storie dal vivo di affaristi, corrotti e corruttori» scritte da uno dei suoi più fidati consiglieri. «Vivendo la nuova ed esaltante esperienza dell’impegno quotidiano nell’Autorità – che sta muovendo i suoi primi passi fra grandi aspettative e (perché no, anche) qualche scetticismo-, Corradino non si limita a fare la diagnosi del male - scrive Raffaele Cantone - ma prova a individuare quali possano essere i rimedi veri, quelli cioè che non rappresentino dei meri placebo per soddisfare una opinione pubblica desiderosa di ricette salvifiche, ma capaci di inserire nel sistema i famosi “anticorpi” che consentono al sistema stesso di reagire e di marginalizzare corruzione e malaffare».

«Niente di ciò che è pubblico può essere sottratto alla conoscenza dei cittadini», afferma Corradino. Che ci mostra una variopinta rassegna di personaggi in cerca d’autore, tratti dalle tonnellate di faldoni di indagini. Lezione per noi giornalisti affamati di intercettazioni: nel libro ci sono. E sono gustosissime. Dal classico «metti meno cemento e più sabbia» al freudiano «A me me frega solo dei soldi… non mi sento sporco» fino ad «alza il culo e vieni subito qui» detto da una segretaria a un politico. Fino ad arrivare all’inarrivabile madre che consola il pargolo aspirante pagnottista: «Tu non devi pensare “io non sono come papà”, non ti devi paragonare con i soldi che fa papà, è questo che sbagli perché oltretutto se papà guadagna bene è anche perché ci sono tante coincidenze fortunate.  È bravo, è potuto entrare nel mondo della politica grazie a suo padre, grazie a un certo giro della politica, lavori pubblici eccetera. Non è detto che sarà sempre così».

Eppure le “carte” - prelibato cibo quotidiano di noi cronisti bulimici - sono tutte anonime. Nel libro non ci sono nomi (anche se più di uno è intuibile...), un espediente stilistico-deontologico per scansare un genere giudiziario di successo, la saggistica sugli atti giudiziari, aprendo la porta a quella che è stata definita una «dimensione di “mala-quotidianità” di cui tutti i cittadini sono vittime». Un Romanzo Criminale, semmai. Anche se manca il Buono che lotta contro i cattivi. Del resto, la storia personale di Corradino (che è stato capo di gabinetto di numerosi ministeri, ma anche funzionario di BankItalia) tradisce una certa voglia-necessità d’ordine logico: da qui la suddivisione dei settori di malaffare in capitoli: “Lo fanno tutti. La normalizzazione della corruzione”, “La corruzione in famiglia”, “Malaffare e burocrazia. La corruzione 2.0”, “Corruzione e sport”.

Non è un compendio di atti, non è un drammone. Né, fors’anche, un’antologia. Un’antropologia dell’Italietta dei nostri giorni, inchiodata dai pensieri, dalle opere e dalle omissioni dei suoi micragnosi protagonisti.

C’è la tragicomica pars destruens, ma c’è anche una pars construens. Che, forse, meriterebbe un maggiore approfondimento, magari rimandato a un auspicabile sequel. Il capitolo finale racchiude delle soluzioni. Talune già messe in campo, altre proposte.

Un «controllo sociale diffuso», alimentato da cittadini partecipi informati e da giornalisti veri “cani da guardia” del potere, non con veline da tribunale ma con dati forniti dalla Pubblica amministrazione. Una «sfida della trasparenza», attraverso un «un controllo diretto, globale e semplice da realizzare». Insomma niente palle, né fiori, nei cannoni dell’Anticorruzione. Ma dati. Pubblici. Disponibili, senza il filtro burocratico degli azzeccagarbugli specializzati nel complicare le cose semplici.

Un altro antidoto ci colpisce, pur essendo consequenziale rispetto all’anonimo who’s who dei malfattori di casa nostra, perché rappresenta l’anti-metadone da iniettare a chi ormai s’è abituato a questo sistema, come si evince platealmente anche dai dialoghi dei protagonisti. «Li ho scelti appositamente perché il fenomeno di assuefazione e banalizzazione del malaffare lo si coglie a pieno dalla viva voce di chi lo conosce meglio e cioè corrotti e corruttori», spiega Corradino a ogni presentazione del libro. Che ha una genesi e una destinazione legatissime ai giovani. Non perché debbano imparare la lezione dei maestri della tangente (nelle pagine non sono mitizzati come i padrini nelle fiction di mafia), ma semmai per la ragione opposta. Il libro «non provoca frustrazione - scrive Cantone nella prefazione - perché indica una direzione alternativa e invita i più giovani a reagire». Contro chi, oltre al denaro pubblico, ruba anche il loro futuro.

Post scriptum: Corradino è catanese. E in una città popolata da nani malati di gigantismo, il magistrato, consigliere di Stato e componente dell’Anticorruzione, giganteggia per l’autentica sobrietà con la quale interpreta il suo ruolo, senza però rinunciare al continuo contatto con il territorio catanese e siciliano, a partire dai giovani di scuole e università. Doppio bonus. Due motivi in più, fra i tanti altri, per avventurarsi, con curioso disincanto, nella sua foresta - tutt’altro che incantata, seppur incantevole da leggere - di corrotti e di corruttori.

Twitter: @MarioBarresi

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