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Partite o restare? la soluzione al dilemma non è fuggire ma il personal branding

Partite o restare? la soluzione al dilemma non è fuggire ma il personal branding

Parla ai ragazzi di “Spazio giovani” il prof. Rosario Faraci, ordinario di Economia
Partite o restare? la soluzione al dilemma non è fuggire ma il personal branding
«Partire o restare a Catania? In realtà è un falso problema, perché questa è una scelta che non può essere separata dal vissuto personale e non è sempre risolutiva. Per scrivere il proprio futuro è invece necessario comprendere che sono cambiate le regole per entrare nel mondo del lavoro e bisogna essere preparati a questo». Per il professore Rosario Faraci, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese del nostro ateneo, fuggire dalla Sicilia per trovare la propria strada in un altro Paese non sembra essere la soluzione al problema del futuro lavorativo. Lo ha spiegato chiaramente durante l’incontro intitolato “Per scrivere il tuo futuro. Partire o restare a Catania? ”, voluto dai ragazzi di “Spazio ai giovani”, il gruppo di studenti universitari che si riunisce nell’aula studio della Parrocchia “SS. Crocifisso dei Miracoli”, uno spazio aperto dalle 8 alle 24 a tutti gli universitari per studiare, vivere l’incontro interdisciplinare e organizzare seminari tematici. «Fare un’esperienza all’estero – ha continuato Faraci – è sicuramente importante, ma si può partire e ritornare, cercando di trasmettere quello che si è appreso fuori. E’ invece fondamentale fare “personal branding” e lavorare sulle proprie competenze››. Il mondo del lavoro insomma richiede preparazione, ma anche e soprattutto esperienza, ‹‹bisogna saper creare un curriculum – ha aggiunto il professore - avere umiltà e spirito di intraprendenza, non impigrirsi sul percorso di studi, aspettando che le cose cadano dal cielo». Ai consigli di Faraci fanno eco le parole di Padre Gianni Notari, moderatore della serata e docente di Antropologia Culturale alla Facoltà Teologica di Sicilia. «Un mercato globale richiede un lavoratore globale. E’ necessario quindi essere innovatori, ma questo non esclude la possibilità di rimanere nella propria terra, anzi bisogna restare per cambiare le cose, per combattere lo status quo, per poter avere una nuova vita in Sicilia». Dopo gli spunti di riflessione si è aperto subito il dibattito, che ha visto gli studenti in accordo sul discorso di essere recettivi alle possibilità offerte dal mercato del lavoro, ma anche molto critici sul fatto che la maggior parte di questi stimoli dovrebbe arrivare dall’università. Nei loro interventi hanno quindi messo in evidenza i problemi dell’ateneo catanese, riscontrati anche dalla prof. Marcella Renis, che ha parlato chiaramente «di programmi obsoleti e di poca preparazione al mondo del lavoro. Chi dei nostri laureati ha il “diploma supplement”? Una certificazione integrativa che invece dovrebbero avere tutti per presentarsi bene a un colloquio». Si è parlato dunque di un’università non solo nozionistica, ma che offra contatti con il mercato del lavoro. In cui non ci si deve domandare se è meglio proseguire gli studi in un altro ateneo, perché spesso il corso di laurea che si sta seguendo non è riconosciuto al pari degli altri. Un’università, infine, in cui vi sia una sinergia di intenti tra i dipartimenti, che offra percorsi interdisciplinari, dove è richiesta una maggiore collaborazione tra docenti e studenti, con il dibattito e lo scambio di idee come elementi fondamentali e costruttivi.

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