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Tutela per il pozzo di Gammazita l’associazione ne chiede l’affido

Tutela per il pozzo di Gammazita l’associazione ne chiede l’affido

Il pozzo non è stato ancora riconosciuto come bene di valore storico-artistico
Tutela per il pozzo di Gammazita l’associazione ne chiede l’affido
CATANIA - Nel gennaio scorso, quando hanno deciso di prendersi cura del «Pozzo di Gammazita» - da cui la loro associazione ha preso il nome - i componenti del gruppo hanno fatto una scoperta che li ha lasciati senza parole: questo luogo ricco di fascino e di storia, questo scorcio della città antica di cui parlano i viaggiatori del Grand Tour e di cui, nel museo di San Pietroburgo, sono esposti dei magnifici disegni di Houel, non è vincolato, cioè non è riconosciuto come bene di valore storico-artistico. «Nelle carte della sovrintendenza - racconta Daniele Cavallaro, che il Pozzo di Gammazita lo scoprì da studente, grazie alla prof. Maria Teresa di Blasi - di questo sito non c’è traccia. Si parla soltanto del cortile e della cortina muraria di Carlo V. Non solo. Nelle nostre ricerche, complicate dai criteri della burocrazia, abbiamo scoperto che nel 1949, l’allora sindaco di Catania, chiese alla sovrintendenza se ritenesse questo bene meritevole di tutela. La risposta fu positiva, ma non ne seguì alcuna azione concreta».   Non se ne parlò più per quasi ben 43 anni, fino al 1992 quando il prof. Giuseppe Pagnano, con il suo testo «Il disegno delle difese», raccontò lo stato in cui versava questo sito riproponendolo all’attenzione dell’opinione pubblica. Allora molti cittadini e Legambiente chiesero che fosse restituito al doveroso decoro e il sovrintendente Antonio Pavone avviò, in somma urgenza, i lavori per liberarlo dai 9 metri di spazzatura che lo aveva colmato, per ripulirlo e aprirlo al pubblico. Un’esperienza che durò pochi mesi, poi lo spazio, di fatto, fu richiuso. Il «pozzo» è quanto resta di una sorgente d’acqua che scorre ai piedi di un tratto delle imponenti mura di Carlo V su cui si stende, pietrificata, l’onda terribile e maestosa della colata lavica che nel 1669 sommerse il fossato di Castello Ursino e il quartiere dell’Indirizzo. Colata su cui, ai tempi del boom edilizio, è stato costruito un palazzone che si apre su un cortile pubblico che, chiuso quarant’anni fa con un cancello, è stato privatizzato di fatto dai residenti. E se il cancello è chiuso il «pozzo» non si può visitare, eppure è il luogo di una delle più amate leggende «storico-politiche» di città che racconta come, al tempo della dominazione angioina, una fanciulla catanese, Gammazita, vi si gettò per sfuggire alla violenza di un soldato francese. La nostra versione dei Vespri siciliani.   A gennaio scorso, dunque, l’associazione Gammazita chiese al Comune che si intessasse la richiesta di tutela. «L’assessore alla Cultura Orazio Licandro ci disse di stare fermi. Poi, domenica 3 maggio, nell’ambito dell’iniziativa “Castello Ursino liberato”, ha annunciato di avere presentato richiesta di vincolo alla sovrintendenza».   Ma la sovrintendente Fulvia Caffo smorza i toni e rassicura tutti. «Il pozzo è di proprietà del Comune ha una tutela indiretta, come tutti i beni di proprietà degli enti pubblici che abbiano più di 70 anni e il cui autore non è più in vita. Adesso avvieremo la procedura per il riconoscimento dell’interesse storico artistico di questo bene etnoantropologico. Dobbiamo ricostruire la situazione, vedere la situazione proprietaria del cortile e dei palazzi adiacenti in modo da arrivare, presumibilmente a fine anno, alla tutela specifica. Ottenuta questa chiunque gestirà questo bene dovrà seguire le indicazioni della sovrintendenza in merito al suo uso, al tipo di interventi possibili, al decoro. Se non si è fatto prima è perché, comunque, il sito è tutelato e perché diamo la precedenza al vincolo per i beni di proprietà privata che, altrimenti, sfuggirebbero alla tutela».   Ma i problemi non finiscono qui. L’«Associazione Gammazita» ha chiesto l’affido del bene per potere aprire il cancello e rendere il sito visitabile. L’amministrazione comunale dovrebbe fare un bando di gara, ma questo presuppone che il bene da affidare sia inserito nel patrimonio comunale. E, invece, non lo è. C’è il cortile, ci sono le cinquecentesche mura di Carlo V, ma il «Pozzo» no. Ed è da qui che bisogna partire. Così l’assessore al Patrimonio Giuseppe Girlando ha dato la sua disponibilità a trovare rapida soluzione anche a questo aspetto della vicenda.

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