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"Cani senza padrone", il racconto della guerra tra la mafia e la stidda

Torna in libreria il giornalista Carmelo Sardo dopo il successo di Malerba. E nel libro c'è anche una ricostruzione diversa sui mandanti dell'omicidio del giudice Livatino

"Cani senza padrone", il racconto della guerra tra la mafia e la stidda

C’è stato un tempo, nelle province del sud della Sicilia in cui non passava settimana senza che ci fosse un cadavere per terra, il più delle volte crivellato a colpi di kalashnikov. Erano il periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta quando ci fu l’attacco della Stidda, una specie di mafia parallela alla mafia tradizione, quella di Cosa nostra. Una storia raccontata da Carmelo Sardo, giornalista e vice caporedattore cronache del Tg5, che è tornato in libreria con “Cani senza padrone. La Stidda, storia vera di una guerra di mafia”, edito da Melampo.

Sardo è già l’autore di Malerba, la storia dell’ergastolano Giuseppe Grassonelli, tradotto in una decina di Paesi. Stavolta Sardo racconta l’organizzazione criminale che in Sicilia sferrò un violento attacco a Cosa nostra: gruppi di picciotti senza regole e senza padroni si misero in testa di arricchirsi con le rapine e con le estorsioni, ma che presto vennero coinvolti nelle faide tra vecchi e nuovi boss di Cosa nostra e si trasformarono in spietati e infallibili killer, in una furiosa guerra di mafia. Li chiamavo stiddari e seminarono il terrore nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa e Trapani con decine e decine di omicidi e di stragi.

L’autore, pur conoscendo i fatti per averli raccontati per anni da cronista, per questa sua accurata inchiesta ha letto migliaia di pagine di verbali, di interrogatori, di sentenze, ha raccolto le testimonianze di esperti, magistrati e politici: da Vittorio Teresi a Calogero Mannino. E soprattutto ha incontrato e intervistato i protagonisti di questa organizzazione criminale, stiddari condannati all’ergastolo ed ex picciotti ora “pentiti”. Tutti oggi sono giunti a una conclusione comune: “Non siamo mai stati un’organizzazione ramificata; non controllavamo serbatoi di voti elettorali; non gestivamo appalti, concessioni edilizie; siamo stati usati”.

Il racconto ricostruisce le alleanze criminali, le verità processuali, i retroscena, e giunge ad alcune, inedite rivelazioni, dall’etimologia della parola stessa, Stidda, fino alla scoperta più eclatante: la vera storia sui mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino. La prefazione, dal titolo “Quella mafia senza potere” è di Attilio Bolzoni, l’inviato di Repubblica: “Alla fine del libro ho avuto la conferma di ciò che ho sempre pensato sugli Stiddari. Utilizzati alla bisogna. E poi abbandonati al loro infame destino”.

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