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Il report fotografico sulla vita dei migranti romeni nelle serre ragusane

Il report fotografico sulla vita dei migranti romeni nelle serre ragusane

Francesca Commissari, da Caracas a Vittoria, per documentare i volti e le parole degli invisibili
Il report fotografico sulla vita dei migranti romeni nelle serre ragusane
Francesca Commissari, fotoreporter emiliana, da ottobre vive a Vittoria per documentare la vita dei migranti romeni. Come è arrivata in provincia e perché ha scelto proprio questo tema? «Mi interessava molto il tema dei migranti, così ho fatto delle ricerche e queste mi hanno portato qui». Laureata in filosofia a Bologna, una lunga esperienza in Spagna come fotografa di moda e poi un lungo periodo in Sudamerica inseguendo inchieste per il primo giornale del paese, El Nacional. A soli 35 anni. Come si diventa fotoreporter? «Ho sempre avuto la passione per la fotografia, me l’hanno trasmessa mio nonno e mio padre. Dopo la laurea avevo deciso di andare a Siviglia a studiare antropologia ma, in attesa di iniziare i corsi, mi sono presa un anno sabatico a Madrid per studiare fotografia. Lì ho vinto una borsa di studio per seguire un master in reportage e a Siviglia non sono mai arrivata». E quindi ha lavorato nei settori di moda e pubblicità. «È stato un periodo molto divertente ma il campo della moda è vuoto. Io volevo scoprire e raccontare storie, dare voce a chi non ne aveva. Il Sudamerica mi aveva sempre attratto, così sono partita per 4 mesi per seguire un progetto sugli indigeni della foresta amazzonica. Quando mi hanno clonato la carta di credito e ho perso il passaporto stavo ormai così bene lì che ho deciso di prenderlo come un segno per rimanere. E sono rimasta per tre anni». Come è stata accolta dalla comunità indigena? «Benissimo. È stata un’esperienza fondamentale perché mi ha permesso di mettere in pratica quello che avevo studiato a Madrid. Ho capito che quello che stavo facendo non era solo fotografia, ma un lavoro antropologico vero e proprio». Poi si è trasferita a Caracas. «Ho scelto di spostarmi a Caracas perché volevo che la fotografia diventasse il mio lavoro. All’inizio ho lavorato con una grossa agenzia fotografica che mi ha fatto girare il paese in lungo e in largo seguendo la Caritas. Poi è arrivato El Nacional: in realtà loro stavano cercando un giornalista, uomo ed esperto di sport. Quando sono arrivata però mi hanno presa subito perché avevo qualcosa che nessun altro aveva: non volevo mettere radici da nessuna parte, volevo viaggiare, girare tutto il paese, andando anche in posti dove nessun altro voleva andare. Mi sono trovata a Caracas in un momento storico e politico molto particolare: c’era Chavez, la rivoluzione bolivariana, il paese passava dall’assoggettamento agli Usa al socialismo. Ho visto emergere nuove classi sociali, aumentare la diffusione delle armi e quindi della violenza, prima e soprattutto dopo la morte di Chavez. Povertà, delinquenza, bambini che crescono in strada per poi entrare nelle bande che gestiscono lo spaccio di droga e che spesso si scontrano, violentemente, con quelle rivali». Tutto questo a Caracas. Nel resto del paese? «Continuavo a girare ovunque, inviata da El Nacional ho seguito reportage sulla malaria nelle miniere, sugli appalti cinesi per la costruzione delle ferrovie, lo sfruttamento dei minori nel mondo transessuale» Con la morte di Chavez cosa è cambiato? «È stato impressionante: tutto il paese, circa il 70% della popolazione, è sceso in piazza. È stato un evento storico di portata internazionale. La situazione poi però è degenerata: rivolte popolari, molotov, barricate, carri armati e un accanimento molto ostile verso i giornalisti». A marzo dell’anno scorso è stata arrestata. «Stavo seguendo una manifestazione, ero troppo vicina alla linea di fuoco tra militari e oppositori e sono finita tra le persone che hanno arrestato. Sospetto che sia stato fatto anche un po’ per attirare l’attenzione su quanto accadeva in Venezuela. Una ragazza arrestata poco dopo di me era riuscita a nascondere il cellulare e me l’ha prestato. Ho mandato un tweet a un’amica giornalista e da lì i miei colleghi hanno provocato un caos mediatico tale che, grazie anche alla Farnesina, sono stata rilasciata». Per questo è tornata in Europa? «No, l’avevo già deciso prima. Sono tornata per motivi economici: se vuoi girare il mondo lo stipendio venezuelano non ti basta, hai bisogno di euro o dollari». Non ha mai paura? «Paura no. Ammetto di avere una dipendenza da adrenalina ma ho anche imparato la prudenza. Ho paura solo di una cosa: non riuscire a vivere di fotografia». IL REPORTAGE Non ci sono sbarchi, né stragi, né le immagini crude di un naufragio, né persone sotto choc che hanno sfiorato la morte. Anche se Francesca Commissari viene in Sicilia per seguire gli sbarchi ma ben presto, lo scorso agosto, lascia Pozzallo per dirigersi a Marina di Acate: lì sta accadendo qualcosa di cui nessuno ha mai parlato, un fenomeno gigantesco, che conta circa 5000 donne, ma di cui non si sa niente. E’ una ricercatrice dell’università di Palermo, Alessandra Sciurba, a indirizzare la Commissari verso la distesa di serre che caratterizza la campagna ragusana: sotto i teloni di plastica bianca, oltre ai pomodori, è maturato lo sfruttamento della comunità rumena. Grazie a una cooperativa sociale che sostiene le vittime di tratte umane e di sfruttamento lavorativo, riesce a entrare gradualmente nella comunità rumena. Operazione non semplice perché molti vivono completamente isolati e manca un centro aggregativo. E a complicare la vicenda è che i rumeni non arrivano qui illegalmente, non sono clandestini ma con documenti alla mano accettano liberamente di lavorare nelle campagne a 20-25 euro al giorno, molto più, d’altronde, dello stipendio mensile, di circa duecento euro, a cui potrebbero ambire in Romania. Inoltre gli articoli 13 e 18 della Costituzione, rispetto alla normativa europea danno un’accezione riduttiva a un concetto fondamentale: la vulnerabilità. «Prima per tratta umana si intendeva lo spostamento forzato di gente, ormai invece la normativa si è evoluta e considera anche la vulnerabilità. Non serve che ci sia un movimento fisico e schiavitù è ormai considerata anche quella di tipo psicologico. La vulnerabilità ruota intorno a solitudine, isolamento e povertà: molte donne rumene sono completamente sole, con mariti lontani e intere famiglie da mantenere. Potrebbero andar via in qualsiasi momento, è vero, ma non lo fanno finché non raggiungono la cifra necessaria per raggiungere il loro obiettivo, sia questo comprare una casa, mandare i figli all’università o farli sposare. Sono costrette a restare dalla necessità: i padroni dei campi lo sanno e molti ne approfittano, pagandole poco e, nei casi più gravi, abusandone e minacciando di licenziarle». Il vero problema è il quotidiano assoggettamento psicologico: molti rumeni non sanno neanche dell’esistenza delle poco distanti Vittoria e Acate e chi si sposta, magari per fare la spesa, lo fa con taxi abusivi che chiedono per una quindicina di chilometri fino a venti euro, la paga di un giorno. Il progetto di Commissari vuole essere un ciclo: partenza, permanenza e ritorno. Per capire cosa li spinge a partire e soprattutto cosa li aspetta quando tornano casa.

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