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Manuela Diliberto, la scelta scomoda che porta alla felicità

L'esordio letterario della sorella di Pif: «Mio fratello mi ha aiutato a lanciare il libro. La rete di distribuzione dell'editoria "strozza" le piccole case editrici».

Manuela Diliberto, la scelta scomoda che porta alla felicità

Manuela Diliberto

L’unica scelta “facile” che si è concessa è stata quella di lanciare il suo romanzo d’esordio con l’aiuto del fratello Pif. Manuela Diliberto, sorella del più noto Pierfrancesco, regista de «La Mafia uccide sempre d’estate» e, ultimamente, croce di Crocetta e fustigatore di cuffariani “anticristo”, ha dovuto piegarsi alla dura legge dell’editoria italiana. «Io ero in Francia tranquilla, pensavo ingenuamente che la cosa più difficile sarebbe stata scrivere il libro e che, una volta pubblicato, sarebbe andato avanti sulle sue gambe. All’editore avevo detto “Fai conto che io sia figlia unica”, ma non basta. Il sistema di distribuzione dei libri strozza, soffoca lo zelo, lo slancio e l’eroismo delle case editrici che non sono lobbies e si immolano alla causa del buon libro di qualità».
Vuol dire che se non ci fosse stato di mezzo Pif...
«Abbiamo sfruttato la sua grande popolarità per far conoscere il libro. Per il resto, credo che se un libro ha un valore intrinseco andrà avanti lo stesso, lo presenti Pif, la regina Elisabetta o il presidente della Repubblica».
Studi superclassici, archeologa, un lavoro a Parigi dopo aver girato mezza Europa, «L’oscura allegrezza», questo il titolo del romanzo (La Lepre edizioni), è il racconto che aveva in mente da sempre.
La gestazione è stata lunga?
«C’è questo equivoco che io lo abbia cominciato a 19 anni e, poi, mio fratello dice che noi Diliberto siamo lenti nelle nostre cose...»
E invece non è vero?
«In questo caso no, nel senso che il mio essere è un “essere scrittore”. Non ho memoria del momento in cui ho cominciato a scrivere, l’ho sempre fatto, fin da quando avevo 5-6 anni, ovviamente con i mezzi di una bambina. Però tutta la mia vita è un atto letterario, come se la letteratura la contenesse. Ho pensato, è vero, all’idea del libro quando avevo 19 anni, però poi la gestazione non è stata così lenta. Semmai è stata legata alla mia evoluzione esistenziale che, tre anni, fa si è compiuta con la stesura del romanzo. Alla fine è stato scritto rapidamente, tre anni: due anni e mezzo “diluiti” e il grosso in 5 mesi. Il “diario di Bianca” l’ho scritto di getto in una settimana».


Ecco, il romanzo ha una costruzione “a specchio”, la stessa storia è raccontata da un lui (il giornalista Giorgio Kreifenberg) e da una lei (Bianca D’Ambrosio, militante comunista). Una costruzione molto complessa, raffinata, di getto c’è ben poco...
«Sì (ride ndr), di getto era la stesura del diario. E’ vero, le cose le penso e le ripenso, ma la scrittura, per me, è l’ultimo passo. Il racconto lo faccio già nella mia testa, poi lo scrivo. In quanto alla costruzione, io ho, da sempre, questa esigenza strutturale di spiegarmi un fatto da più punti di vista. In questo caso i punti di vista che mi interessavano di più erano quello femminile e quello maschile, l’idea che uno stesso evento potesse essere letto con percezioni diverse anche rispetto a dei fatti storici, mi interessava molto. Lui doveva scrivere delle memorie e lei un diario intimo, questo doppio registro narrativo, questo confronto, mi entusiasmava».
E come ha proceduto? Prima scriveva il racconto dal punto di vista di lui e poi rispondeva con lei?
«Giorgio Kreifenberg è stata la trama principale per me e, paradossalmente, lui segue la trama della persona che sono. Poi scrivevo dal punto di vista di Bianca».
Questo doppio registro è anche nell’ossimoro del titolo, «L’oscura allegrezza»?
«Sì, certo, anche se il titolo cui avevo pensato io non era questo».
E qual era?
«Roveto. Il roveto per me è l’immagine che ci riporta al roveto ardente di Mosè, alla parola di Dio, ma rappresenta anche qualcosa di contorto, di scomodo, e quindi mi sembrava un’idea bellissima per il romanzo, però all’editore non piaceva e quindi sono partita dall’allegrezza che è una delle parole delle poesie di Petrarca che aprono i capitoli. Ho pensato che per essere allegri dobbiamo tutti passare da delle fasi di infelicità. Quello che porta all’allegrezza, secondo me, è fare quella scelta scomoda che ci riporta a noi. Essere se stessi è un essere “dolorosamente”, però è l’unico modo per essere felici. Se tu fai una scelta comoda sì, sei felice in quel momento, ma poi ti viene la depressione».
La madre del protagonista, mamàn, invece è la regina delle scelte comode, quasi esilarante nel suo aristocratico snobismo.
«Detto da siciliana a siciliana, posso dire che mi sono ispirata a tante madri siciliane, a partire da mia nonna».
L’atmosfera del romanzo è molto mitteleuropea nonostante sia ambientato a Roma, l’Italietta di Giolitti, il trasformismo di Depretis, ci sono echi di Svevo, di Musil, in fondo il protagonista è quasi un uomo senza qualità, uno che “non sceglie”.
«Sì, su di lui mi hanno detto di tutto, ma in fondo è un uomo che soffre come un cane e che ha la disgrazia di non capire subito quello che deve fare».
I capitoli hanno titoli in latino e francese, e all’inizio ci sono anche delle poesie, da Petrarca a Emily Dickinson. Quali sono i suoi riferimenti letterari?
«I titoli sono dovuti alla mia evoluzione esistenziale. Ho vissuto tre anni in Austria, ho imparato il francese in Francia, sono stata a lavorare in Inghilterra. Il latino, invece, per me che ho fatto lettere classiche, è la mia lingua preferita, la più pregnante. La poesia, invece, è venuta da sola, perché nei momenti di grande sofferenza, di grande intensità, di grande disagio esistenziale-sentimentale, la poesia è, lo è stata almeno per me, l’unica cosa cui ci possiamo aggrappare, come la musica. Infatti quando hai delle pene amorose che fai? Ascolti musica o leggi poesie, Per me la poesia ha un ruolo terapeutico soprattutto nella passione».
I poeti preferiti?
«Dante, Petrarca, Garcia Lorca, Bertolt Brecht e un poeta austriaco, Eric Fried. Poi Seneca, anche se non lo è, ma trovo le sue epistole morali molto poetiche».
Il libro è ambientato nel 1911, nel passaggio tra un secolo e l’altro. Le interessava di più il decadentismo del periodo o il cambiamento imminente? Oggi stiamo vivendo un periodo del genere?
«A me interessava di più il momento di cambiamento, la transizione prima della prima guerra mondiale, prima della dichiarazione di guerra alla Turchia, prima dei grandi cambiamenti europei. Credo che oggi stiamo vivendo un momento simile. Tanti punti di riferimento politici culturali non ci sono più, c’è il mondo dei social, ci sono tante cose che stanno cambiando i nostri costumi, che stanno modificando il nostro approccio a tutto, dalla politica all’economia. Il “dopo”, allora come oggi, non lo conosciamo, però siamo sicuramente in un momento di transizione storica».


Senza punti di riferimento, il “da che parte stare”, la domanda sulla quale gira tutto il romanzo, torna prepotentemente. Oggi nella “società liquida”, come si fa a scegliere da quale parte stare?
«Credo che l’errore sia porci degli interrogativi che in qualche modo ci fuorviano dal punto essenziale. Per me le domande che ci dobbiamo fare sono: chi sono gli oppressi?, chi gli oppressori? E poi partire dalla base. Per quanto mi riguarda, io che voglio partecipare a questa società, voglio essere dalla parte delle persone che stanno peggio, i precari, i disoccupati, le donne che vengono uccise in una carneficina che si chiama femminicidio e che lascia tutti pressoché indifferenti, i bambini che ancora oggi vengono sfruttati, la gente che crepa ogni giorno in mare. Ecco, io voglio stare dalla loro parte loro, tutto il resto viene dopo. Però la scelta va fatta dalla base, la base dell’umanismo, questo è, prima di tutto, il mio valore di riferimento».
Oggi (ieri ndr) è il 23 maggio, 25 anni dalla strage di Capaci, lei dov’era quel giorno?
«Mi ricordo con chiarezza cosa feci quando uccisero Borsellino, per Falcone il ricordo è più vago, però il senso di sgomento mio e di tanti siciliani, di fronte al fatto che ci avevano toccato qualcuno che voleva liberarci, questa sensazione ce l’ho ancora chiarissima. Mi ricordo, per Borsellino, la manifestazione spontanea all’albero Falcone. Secondo me quelle stragi furono “troppo” anche per la stessa Cosa Nostra: non valutò che ci sarebbe stata questa ribellione spontanea dei siciliani».
Attraversare questo dolore come ha cambiato la Sicilia? Come la vede oggi?
«Purtroppo ci vengo solo in estate e non ho un vissuto nella quotidianità che sarebbe essenziale per emettere un giudizio. Penso che le cose siano migliorate, oggi c’è Addiopizzo c’è Libera, tutto il lavoro del pool antimafia e del procuratore Caselli, ha dato dei frutti. Oggi lo Stato tutela chi non paga il pizzo, prima non era così e non potevi biasimare il negoziante che pagava per paura. Certo, ancora non siamo a punto, ci sono latitanti in giro e la Sicilia non si è ancora redenta dal male mafioso».

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