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La scoperta: «Il monolite di Pantelleria? Opera della natura, non dell’uomo»

La scoperta: «Il monolite di Pantelleria? Opera della natura, non dell’uomo»

La tesi dei primi scienziati confutata da tre ricercatori siciliani

La scoperta: «Il monolite di Pantelleria? Opera della natura, non dell’uomo»

La notizia circolava da tempo ma ora, il “monolite” individuato sul fondo del mare presso il banco di Pantelleria a circa 30-40 metri di profondità e datato all’epoca mesolitica, (circa 9.000 anni fa), fa discutere gli esperti. Secondo un articolo pubblicato sul “Journal of Archaeological Science 3 (2015) ”, a opera di Emanuele Lodolo e Zvi Ben-Avraham (dal titolo “A submerged monolith in the Sicilian Channel: Evidence for Mesolithic activity”), il monolite individuato è opera dell’uomo, dunque testimonianza di antichissima formazione artificiale.

L’archeologo Sebastiano Tusa, direttore della Sovrintendenza del Mare, il geomorfologo Fabrizio Antonioli, dirigente di ricerca Enea e Marco Anzidei, geofisico e ricercatore Ingv intervengono per confutare l’origine della formazione del monolite che aveva fatto presupporre un’attività umana capace di estrarre un singolo blocco roccioso rettilineo e di trasportarlo a circa 300 metri dalla zona di estrazione per poi porlo in posizione eretta. Gli autori dell’articolo scientifico – spiegano i tre ricercatori siciliani – si erano basati su alcuni elementi: vale a dire la forma regolare, la presenza di tre fori di diametro simile che lo attraversano superiormente e lateralmente, la roccia differente dal contesto, posta in posizione quasi isolata e la datazione della stessa, simile a quella del vicino ridge che chiude la baia.

 

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Nulla di tutto questo, dicono adesso. «Il presunto monolite, sulla base dello stato dell’arte delle conoscenze geologiche e archeologiche, è certamente il prodotto di una formazione naturale ben nota nel Mediterraneo e definita dai geologi “beachrock”». Spiegano: «Tali formazioni sono tipiche di ambiente litorale e spesso si staccano dal bacino roccioso di origine per effetto dell’erosione costiera, depositandosi nel mare Mediterraneo tra +1 e -5 metri rispetto alla linea di costa» e ricordano che sono note e datate fino alla profondità di 60 metri in Sardegna, Turchia, Sicilia, Grecia, Croazia e Liguria. «Si formano spesso su coste sabbiose, le quali cedendo ne favoriscono la frammentazione, anche nella forma di apparenti monoliti».

La forma arcuata, la morfologia degli spigoli e il contesto escludono una sua attribuzione a opera umana – affermano decisi – e anche il foro descritto è del tutto naturale. E citano fori perfettamente cilindrici, lunghi oltre 5 metri e di sezione compatibile con quelle mostrate, presenti lungo le coste del Mar Nero. I tre esperti non escludono che in quella zona potessero essere presenti tracce della presenza umana in epoca preistorica ma dicono «non è questo il caso poiché le caratteristiche dell’oggetto e l’assenza di un contesto antropizzato plausibile di riferimento escludono la sua natura di manufatto e confermano la sua naturalità».

Addio fantastiche ipotesi, dunque? Gli autori avevano messo in relazione il «monolite» con il monumento megalitico di Gobekli tepe, nella Turchia sud orientale ma «il contesto geografico di riferimento – dicono i ricercatori – è completamente diverso trovandoci già in alta Mesopotamia dove le dinamiche culturali sono state sempre diverse da quelle mediterranee». Bocciano anche le datazioni al radiocarbonio – «risultano chiaramente ai limiti del metodo» –, prendono in esame molti altri parametri tecnici e specifici per smontare la tesi divulgata e, auspicando un futuro confronto tra specialisti del settore, dissolvono anche le fantastiche visioni dei poveri profani.

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