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Un giorno a Riesila capitale italianadella emigrazioneall’estero

Un giorno a Riesi la capitale italiana della emigrazione all’estero

Sei mila iscritti all’Aire, mentre gli abitanti sono 11 mila. La fine del sogno industriale

Un giorno a Riesi la capitale italiana della emigrazione all’estero

RIESI. Certo, i numeri sono numeri e dunque sono incontrovertibili. Ma per capire più a fondo e meglio, non solo con le statistiche ma anche con i propri occhi, la tragedia che si sta consumando nella stragrande maggioranza dei paesi dell’entroterra siciliano, basta sedersi ai tavoli di uno dei bar che dà su Piazza Garibaldi, la piazza centrale di Riesi. Questo è infatti il paese a metà strada tra Caltanissetta e Gela, dove quasi sei «residenti» su dieci sono ormai all’estero. È il paese italiano dove c’è la maggiore incidenza tra residenti e iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero: qui ci dovrebbero essere 11716 persone, ma 6604 e cioè il 56,3 per cento se ne è andato. Famiglie divise, amori interrotti, amicizie spezzate. Nella classifica dello «spopolamento», tra i primi sedici in Italia, tredici sono siciliani, 26 tra i primi 50.

 

All’estero non si va – in genere – per studiare. Si sceglie l’estero per trovare un lavoro. E si sceglie un luogo dove si può trovare una «base», il cugino, lo zio, l’amico del tuo paese che comunque potrà darti una mano almeno all’inizio. A Wuppertal, nella Ruhr, tra Colonia e Dusseldorf, c’è la città tedesca dove la presenza riesina è piuttosto numerosa. Piazza Garibaldi è il luogo di «ritrovo» – si fa per dire – per i giovani del paese. Ma a sorseggiare la birra o il succo di frutta o a giocare a briscola in genere ci sono anziani attorniati da un nugolo di altri anziani. Per strada c’è qualcosa che non va nel tran tran quotidiano. Solo dopo un po’ si realizza che manca – pressoché del tutto – la generazione di mezzo, quella che va dai 25 ai 45 anni. In giro ce ne sono pochi, pochissimi.

 

Sono spariti, inghiottiti da una crisi economica che qui è sempre stata cronica e che, negli ultimi dieci o quindici anni, si è addirittura acuita «macellando» cervelli e braccia, tutti costretti a trovare altrove e lontano da Riesi la strada del futuro. Roba che forse si è vista solo settantacinque anni fa, quando c’era la chiamata alle armi o, peggio, al fronte. E dire che le opportunità, negli anni, ci sono state. A partire dal Polo tessile che nei primi anni del secolo sembrava dovesse portare il benessere a Riesi (dopo gli anni bui della guerra di mafia e della faida tra i Riggio e i Cammarata) e che invece è durato – questo dicono le sentenze – il tempo per intascare le provvidenze dello Stato, fare bancarotta e lasciare sul lastrico quasi 300 famiglie che sull’industria della maglieria speravano di «vestire» il proprio futuro e quello dei propri figli. Peraltro, proprio il Polo tessile, spinse l’Istituto Carafa, la scuola superiore riesina, a introdurre i corsi di moda e design.

 

Il risultato è stato che quei ragazzi si diplomarono ma nel frattempo il Polo tessile era fallito e a loro rimase attaccato al muro un diploma pressoché inutile o quasi. Ci sarebbe anche la Meccanotecnica, un’azienda che fa componenti meccaniche di alta tecnologia, ma alla fine sul piano occupazionale incide pochissimo. «Soltanto» una quindicina di persone e ovviamente il peso non può essere rilevante. Pure Zonin da queste parti ha acquistato terreni e vitigni, ma la manodopera è sostanzialmente stagionale. È mancata la visione del futuro, perché si è scelto di guardare il dito anziché guardare la Luna, si è preferito il poco subito piuttosto che costruire per il futuro. Alla fine gli unici centri che danno occupazione sono il Comune, che ha 140 dipendenti, le scuole, le quattro banche del paese e il Servizio Cristiano dei Valdesi che, avendo (anche) una scuola, occupa 22 persone (ed è sostanzialmente la terza «azienda» del luogo). Servizio Cristiano peraltro ospitato in un eccezionale complesso architettonico realizzato dall’architetto Leonardo Ricci negli anni Sessanta e ancor oggi mèta di studenti di architettura provenienti da mezza Europa.

 

Mancando la «domanda» e cioè i residenti consumatori è del tutto evidente che anche l’«offerta» e cioè le attività commerciali, soffrano. È la legge del mercato che vale dappertutto, da Tokyo a Riesi. E non è un caso se sui balconi, sulle finestre, sulle porte di decine di abitazioni e saracinesche, dal centro alla periferia, si moltipichino i cartelli «vendesi». Molto più rari gli «affittasi». Significa che qui si ritiene non conveniente investire. Meglio tentare di realizzare il capitale e investire altrove, magari appunto nella nuova città dove si è deciso di emigrare. Il mercato immobiliare, non a caso, è in calo con prezzi molto al di sotto del valore di mercato di dieci anni fa. Sono cicli e questo è forse il peggiore del dopoguerra.

 

«L’Oratorio – ha spiegato don Antonello Bonasera – è un osservatorio privilegiato per quanto riguarda la società riesina. È innegabile che rispetto a qualche tempo fa anche la famiglia ha più difficoltà a restare unita. Ci sono famiglie spezzate. C’è chi lascia qui moglie e figli e questo comporta una serie di problemi anche comportamentali. Poi magari c’è chi riesce a trovare qualcosa, nel Nord come all’estero, e allora chiama a sé anche gli altri familiari». Però don Antonello ha rilevato un fenomeno piuttosto nuovo. L’oratorio è anche frequentato da bambini stranieri, soprattutto romeni, e l’integrazione tra i bimbi sembra essere la normalità. Del resto i bambini difficilmente hanno pregiudizi e basta un pallone per essere tutti uguali. In effetti la presenza della comunità romena in questa area è piuttosto numerosa.

 

A Riesi, secondo don Antonello, ce ne sono almeno 2 mila che, su una popolazione presente che non supera i settemila, non è poca cosa. In centro c’è pure un negozio che vende prodotti alimentari della Romania con insegna ed etichette in romeno. «Il vero problema – ha spiegato Gianluca Fiusco, il direttore del Servizio Cristiano – è che qui non si punta a creare opportunità. Si vive alla giornata. Ed è evidente che poi un giovane o un uomo che intende lavorare dignitosamente ha difficoltà a restare qui. Emigrare raramente è una scelta, è un obbligo». E dire che ad esempio a Riesi è quasi più vivo il dibattito tra le diverse confessioni religiose che non quello culturale. Tra Salesiani e Valdesi ad esempio il fuoco della polemica cova sotto la cenere. Non solo sul modello educativo per i giovani – qui droga e alcol sono, in relazione al numero di residenti, un problema piuttosto rilevante – ma anche su questioni più strettamente religiose. Come quella volta ad esempio che fuori dal Comune fu esposto un mega ritratto di San Giovanni Bosco con la comunità Valdese che non le mandò a dire.

 

Ma è un dibattito quasi di élite perché in Piazza Garibaldi le partite a briscola tra gli anziani non sono esattamente – a volte anche nel linguaggio – ligie e rispettose della religione. Stride piuttosto la differenza tra le serate d’estate, con la piazza gremita di emigrati che tornano a vedere i propri genitori e parenti o di studenti che rientrano per le vacanze e le serate di inverno, anche di sabato, dove invece Piazza Garibaldi ad un certo punto si svuota come d’incanto. Cambia tutto quando un fenomeno come quello dell’emigrazione diventa così marcato. Cambiano anche le tradizioni perché anche a Riesi, ma l’usanza si è ormai diffusa in decine e decine di altri paesi, la festa del Patrono – se da calendario cade in inverno – viene ripetuta anche d’estate, apposta per gli emigrati. A Riesi ad esempio il 19 marzo per San Giuseppe si fanno solo le «Tavolate», ma la processione si fa ad agosto.

 

Poi tocca alla Madonna della Catena, a settembre, la cui festa è uno spartiacque: finiscono le funzioni e si risvuota il paese perché sono finite le vacanze dei riesini all’estero chiamati al lavoro e dalla riapertura delle fabbriche in Germania.

twitter: @FabioRussello

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