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I produttori agricoli del Catanese“schiacciati” dal macigno-cenere

I produttori agricoli del Catanese “schiacciati” dal macigno-cenere

A rischio una parte consistente della produzione orticola e agrumicola della provincia in un periodo cruciale dell’anno

I produttori agricoli del Catanese “schiacciati” dal macigno-cenere

CATANIA - Il “gigante buono”, nome con cui viene spesso etichettato l’Etna, stavolta appare tutt’altro che generoso nei confronti dei produttori agricoli catanesi. Perché se è vero che l’emissione di cenere è quasi cessata, è anche vero che sono ingenti i danni segnalati alle associazioni di categoria e determinati dalla copiosa caduta di sabbia vulcanica dalle bocche eruttive apertesi sulla sommità del vulcano. A rischio una fetta consistente della produzione orticola e agrumicola della provincia, in un periodo dell’anno, l’attuale, che registra un’esponenziale impennata nei consumi.    

 

«Le segnalazioni ricevute - spiega Giovanni Pappalardo, presidente provinciale di Coldiretti - riguardano principalmente le colture ortive, in quanto la cenere vulcanica che si deposita sui prodotti sostanzialmente li rende non commestibili. Il rischio concreto è quello di dover sacrificare un’intera produzione».    

 

Problema che, seppur in misura più ridotta, si ripropone per gli agrumi. «In questi giorni - prosegue - abbiamo avuto notizie di rallentamenti nella raccolta delle arance che, in alcuni casi, è stata temporaneamente sospesa. Il deposito della cenere sul frutto causa la formazione di una sottilissima patina esterna che rischia di rovinare la buccia, rendendo meno appetibile il prodotto dal punto di vista commerciale. Dei produttori ci hanno detto di aver già ricevuto contestazioni dai loro clienti e alcuni commercianti hanno imposto la sospensione della raccolta».    

 

Il presidente di Coldiretti spiega che le zone più danneggiate dalla cenere vulcanica sono quelle della fascia jonica, ma non sono state risparmiate neppure fette di territorio poste a ridosso di Palagonia, Paternò e Motta S. Anastasia. Qui, però, i danni sono stati limitati. «Al momento - conclude - non è possibile quantificare i danni derivanti da questo fenomeno, tutto è in divenire. Trattandosi di un evento particolare, per il quale i produttori non possono sottoscrivere polizze assicurative, è necessario che vi sia un intervento delle istituzioni. Nei prossimi giorni chiederemo all’assessore all’Agricoltura come intende muoversi la Regione».    

 

Una situazione di disagio ribadita dal presidente provinciale dell’Alpa-Cgil, Mario Maugeri. «Il problema della sabbia vulcanica si sta ponendo sia in aziende strutturate che operano nel settore della serricoltura, per l’occlusione dei sistemi di smaltimento delle acque piovane, sia nelle coltivazioni a campo aperto, nelle aziende florovivaistiche e orticole, per l’incommerciabilità dei prodotti. Non sono ottimista sul fatto che la Regione intenda risarcire i produttori per i danni subiti, l’esperienza del passato, per casi simili, purtroppo insegna. Trovo assurdo che in una regione che vive di agricoltura nessuno si occupi delle disgrazie che affliggono questo comparto e temo che pure stavolta registreremo l’assenza delle istituzioni».    

 

A lanciare il grido d’allarme dei produttori una giovane e intraprendente imprenditrice agricola, Susanna Ragusa. «La cenere vulcanica che si è riversata nei giorni scorsi nella zona a ridosso tra Palagonia e Scordia sta inficiando soprattutto la produzione dei cavolfiori. E se i broccoli, per le loro particolari caratteristiche, stanno riuscendo a rilasciare la cenere durante il lavaggio, per i cavolfiori ci sarà ben poco da fare. Temo che saremo costretti a buttare o a vendere sottocosto qualche migliaio di cavolfiori, ma so di altri produttori che hanno avuto ancora più danni di me. Alla Regione chiedo solo che ci venga incontro abbattendo le tasse».

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