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Il sottosegretario Giuseppe Castiglione «Basta con i piagnistei ora più competitività»

Il sottosegretario Giuseppe Castiglione «Basta con i piagnistei ora più competitività»

Il sottosegretario Giuseppe Castiglione «Basta con i piagnistei ora più competitività»

CATANIA. «La legge di stabilità più “green” degli ultimi decenni, la centralità dei giovani e la semplificazione degli strumenti, con un’unica centrale per il credito e l’investimento sui contratti di filiera come strumento-principe, con fondi destinati a innovazione e ricerca. E sullo sfondo il Psr che, se la Sicilia riuscisse a fare scelte rigorose, potrebbe essere davvero la svolta dell’agricoltura».

Giuseppe Castiglione, sottosegretario catanese all’Agricoltura, ha appena cominciato a snocciolare l’elenco delle nuove opportunità che potrebbero essere coltivate in campagna. Ma lo blocchiamo subito. Per parlare di quello che, invece, non funziona.

 

Non sarebbe il momento di una sana autocritica dell’agricoltura siciliana? O è meglio continuare a lamentarsi del pomodorino che non si vende o dell’annunciata invasione dell’olio tunisino?

«L’autocritica è necessaria. Io dico che bisogna smetterla con i piagnistei e analizzare serenamente tutti i dati. A partire da quelli che ci fanno meno piacere. Soltanto così, con la collaborazione di tutti gli attori dell’agroalimentare, si possono superare le criticità che non sono di certo legate a fattori contingenti o agli accordi europei».

 

Quali sono queste criticità?

«La prima è la scarsa capacità di commercializzare i propri prodotti. Una serie di indicatori convergenti dimostrano che la Sicilia sa produrre, ma non sa vendere: non trattiene valore aggiunto sul suo territorio, produce quindi per altri. A riprova di questa condizione vi è l’analisi del fatturato della vendita dei prodotti a denominazione protetta, vini compresi, dove il Sud è scarsissimo e la Sicilia è praticamente assente».

 

Ma allora non è vero che basta puntare sulla qualità certificata per avere un riscontro immediato.

«No, perché l’altra debolezza è la mancata valorizzazione dei marchi con conseguente scarsità di offerta. La Sicilia purtroppo non valorizza i brand creati nel tempo. Due esempi per tutti: Pachino, e Arancia rossa di Sicilia. Sono veri e propri “brand” che il mercato riconosce, ma senza che vi sia una corrispondente offerta proveniente dai territori di origine. In questo dovremmo copiare da chi è bravo, da chi è avanti».

 

Da chi dovremmo copiare? Ci faccia un esempio concreto.

«Prendiamo la strategia dei produttori delle mele del Trentino Alto Adige. La mela è un prodotto a fortissima concorrenza mondiale. I due maggiori consorzi di produttori di mele hanno quindi creato marchi commerciali, Melinda e Marlene, e all’interno degli stessi commercializzano diverse tipologie, Dop e non. In sintesi: il marchio Melinda commercializza anche mele Dop della Val di Non. Segno che conta il modello gestionale e non il prodotto. I due consorzi citati concentrano oltre il 90% della produzione delle rispettive vallate. La dimensione economica raggiunta fa sì che possano investire in qualità, infrastrutture e innovazione».

 

Lì c’è la concentrazione, in Sicilia la polverizzazione...

«Sì, perché scontiamo la scarsa capacità di aggregazione dei produttori e la conseguente perdita di controllo della fase di commercializzazione. La capacità di aggregazione dei nostri produttori è bassissima. Le imprese piccole o sono molto identitarie, o si accontentano della sussistenza per non morire. Nell’ortofrutta la concentrazione delle Op è fondamentale. E dire che basterebbe interrompere il sostegno pubblico a tutte le Op al di sotto, per esempio, di 10 milioni di euro. Senza concentrazione anche la cooperazione è inutile: le nostre coop rischiano di essere un intermediario tra i produttori del Sud e la grande cooperazione del Nord».

 

Ma essere troppo grandi non rischia di compromettere l’identità?

«No: per il semplice fatto che è già bassa. Paradossalmente l’identità molti prodotti siciliani l’hanno avuta in dono e la stanno sprecando. Inutile fare battaglie di retroguardia sperando che sia lo Stato a difendere i prodotti locali, se i produttori non hanno un brand chiaro e tutelabile. Nel caso del pomodoro Pachino, a Berlino in Fruitlogistica vi era un’enorme varietà di pomodorini “tipo Pachino” in offerta, proveniente praticamente da ogni continente».

 

E come ci si può difendere?

«La distintività del Pachino, come degli altri brand siciliani, va costruita, e lo devono fare i produttori, che devono convincere il mercato su questi punti. Perché il pomodoro Pachino è migliore? Come comunico la differenza? Perché lo devo pagare di più? Dove lo trovo? Perché è conveniente comprarlo dal mio Consorzio? Queste sono domande banali, che però sono alla base di una strategia commerciale che solo i produttori, associati, possono fare».

 

E come la mettiamo con l’assalto dell’olio tunisino per l’ormai scontato via libera dell’Ue?

«Diciamo così: non mi sembra il tema principale della crisi. La quota che entrerà è marginale. Bisogna ragionare su altri numeri: il mercato ha una domanda complessiva di 600mila tonnellate, noi nelle migliori stagioni riusciamo a produrne soltanto 350- 400mila tonnellate. Bisogna aumentare quantità e qualità. Il ministero dell’Agricoltura un accordo di filiera storico per un settore che vale 3 miliardi, circa il 3 per cento del fatturato del nostro agroalimentare, con un aumento del 60% delle risorse stanziate all’inizio: da 20 a 32 milioni. Ora gli strumenti ci sono tutti, compresi i controlli, che sono fra i migliori al mondo. E pure l’allarme sulla contraffazione mi sembra infondato».

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