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Agricoltura siciliana, il «lato B» della crisi

Agricoltura siciliana, il «lato B» della crisi Imprese micro, aggregazione inesistente, scarso appeal

Agricoltura siciliana, il «lato B» della crisi Imprese micro, aggregazione inesistente, scarso appeal

CATANIA. Un tempo c’era il maltempo. O l’eccesso di bel tempo. Una variabile impazzita, seppur ciclica, che condizionava le produzioni agricole siciliane. Oggi, invece, più che le condizioni meteo (il gelo, i nubifragi e la siccità) al centro del dibattito sulla crisi delle nostre campagne ci sono quelle politiche. A partire dagli accordi transnazionali, fra Unione europea e Paesi extra-europei, che - ascoltando politici e addetti ai lavori - sono la causa di tutti i mali. Prendiamo i due casi più macroscopici. L’ultimo grido d’allarme arriva da Confragricoltura Sicilia, delusa dalla posizione del commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan, che di fatto ha detto no alla rivisitazione degli accordi di libero scambio con il Marocco. Con quell’atto sono state eliminate il 55% delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e il 70% delle tariffe sui prodotti agricoli e di pesca dell’Ue in 10 anni, facendo registrare un volume di affari che supera i 30 milioni di euro quasi tutti a favore dell’export di ortofrutta dal Paese nordafricano. L’accordo, per Confagricoltura, «sta creando quelle difficoltà che già da diversi mesi denunciano con rabbia e disperazione gli agricoltori di una delle zone agricole più evoluta e moderna dell’isola».

 

L’associazione cita anche un altro dato: i 241 milioni di euro il danno economico subito dall’agricoltura italiana nel 2015 a causa della chiusura delle frontiere con Mosca. L’altro nervo scoperto, in queste ultime settimane, è l’imminente accordo con la Tunisia. E cioè del «possibile via libera all’accesso temporaneo supplementare sul mercato dell’Unione di 35mila tonnellate di olio d’oliva tunisino a dazio zero, per il 2016 e 2017», come denuncia Coldiretti, che oltre allo stop di quest’importazione, chiede anche la revisione dell’accordo col Marocco, «fortemente contestato dai produttori agricoli, perché nel paese africano è permesso l’uso di pesticidi pericolosi per la salute, vietati in Europa, ma anche perché le coltivazioni sono realizzate in condizioni di dumping sociale, per il basso costo della manodopera». Nelle posizioni critiche di due fra le più rappresentative associazioni di categoria si evoca un esempio-simbolo. La crisi, davvero grave, dei produttori di pomodorino nella zona della cosiddetta fascia trasformata del sud-est. Il nostro giornale se n’è occupato con intere pagine, raccogliendo il grido d’allarme degli agricoltori: il prezzo non riesce a superare la soglia di 30 centesimi/chilo, rendendone antieconomica persino la raccolta. Fin qui i dati della crisi e la sintesi delle “vertenze” agricole aperte in Sicilia.

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Ma adesso proponiamo un ragionamento controcorrente, che magari susciterà la reazione indignata di qualcuno. È davvero sempre e comunque colpa dell’Ue e della concorrenza “sleale” degli altri Paesi? Quanto c’entra davvero il Marocco con la crisi del ciliegino? L’agricoltura siciliana, alla vigilia di una stagione decisiva come quella che si apre con il Psr 2013/20 (oltre due miliardi a disposizione) ha mai provato a fare autocritica sui propri limiti? Proviamo a elencare i “mali” della nostra campagna con alcuni dati. Il peccato originale è la scarsa capacità di aggregazione. Prendiamo ad esempio i dati dell’“Osservatorio della cooperazione agricola italiana” 2015. La Sicilia ha il più alto numero di coop del Paese (ben 764, pari al 15% nazionale), ma tutte assieme fatturano appena il 3% (1,2 milioni). Per capirci: le 317 cooperative del Veneto producono 21,3 milioni; le 211 del Trentino Alto Adige 17,7 milioni. Quindi: una realtà polverizzata e poco propensa all’aggregazione, che spesso rischia - per sterili motivi identitari - di non interloquire con la grande distribuzione, ma di essere sottoposta al “vassallaggio” di mega coop del Nord (82% del fatturato, 60mila addetti, con una media di 13,3 milioni di ricavi e 27 occupati) a cui conferire a prezzi blindati. L’altro punto dolente è la debolezza dei marchi. La classifica nazionale dei prodotti a denominazione protetta per totale di fatturato (fonte: Atlante Qualivita 2015), nelle prime 15 posizioni, non c’è neanche una provincia siciliana. La regina è Parma (1.034.758.833 euro di Pil dell’agroalimentare Dop e Igp) e si arriva fino a Brescia (174.824.446).

 

E anche se si considera soltanto il vino - uno dei marchi d’eccellenza siciliani più presenti e riconoscibili sul mercato - le cose cambiano. La “top 15” è guidata da Verona (314.602.989 euro) e chiusa da Livorno (42.121.813 euro); anche qui nessuna traccia dell’Isola. E anche sul versante dei controlli c’è un altro dato che va analizzato per ribaltare alcuni luoghi comuni. In Italia, sulle frodi nell’agroalimentare, nel 2105 sono stati effettuati 107mila controlli e sequestrati prodotti per 81 milioni di euro, con 10mila sanzioni e 1.700 denunciati. La maggior parte al Sud, con significative punte in Sicilia. Quindi: i “fantasmi” dell’olio tunisino o dell’ortofrutta marocchina sono soltanto una parte del problema. Perché spesso le falle sono nei nostri controlli: della fase della commercializzazione (dei produttori) e della tracciabilità (di Comuni e Regione). Un altro dato-tabù. Di cui non si parla mai, nell’immenso vaso lacrimale dell’agricoltura siciliana.

twitter: @MarioBarresi

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