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È fuga dalle università del Sud: così la Sicilia perde il suo capitale umano

Crollano le immatricolazioni nel meridione: i giovani o rinunciano a proseguire o scelgono gli atenei settentrionali. E in Italia i laureati sono meno che nell’Ue, e fra questi sono di più al Nord che nel Mezzogiorno

È fuga dalle università del Sud: così la Sicilia perde il suo capitale umano

Sono i dati in anteprima del nuovo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, edita dalla Svimez e diretta da Riccardo Padovani, per la prima volta sotto forma di numero monografico. C’è ampio spazio per una fotografia sulla crisi dalla quale le università del Sud cominciano a venire fuori, ma con ritardo e lentezza. E Svimez sottolinea proprio come si registrano «flussi migratori antelauream unidirezionali (da Sud verso Nord oppure dalla periferia verso il centro) che vanno assumendo connotazioni preoccupanti in termini di impatto sugli stock di capitale umano delle regioni di origine». 

Secondo dati Ocse, in Italia la quota dei laureati sulla popolazione adulta dei 25-64enni è inferiore al 18% e resta ancora troppo bassa rispetto agli altri Paesi dell’Ue a 22, dove è pari al 34%, e dell’area Ocse (36%). La Svimez ha poi verificato che la quota media di laureati risulta ancora più bassa nel Mezzogiorno, dove scende al 14,6% rispetto al 17,9% del Nord e al 19,8% del Centro. Quanto ai 30-34enni, la quota di italiani laureati sale al 26,2% nel 2016. Sebbene i giovani laureati siano cresciuti del 10,6% dal 2004, nel 2015 la quota risultava la più bassa di quella registrata nell’Ue a 28 (38,4%) e dell’obiettivo del 40% fissato dalla “Strategia Europa 2020 Scuola-Università”.

Il tasso di proseguimento degli studi universitari (ovvero quanti diplomati si iscrivono all’università) per la prima volta torna a crescere nell’anno accademico 2015- 2016, dopo un trend negativo durato più di 10 anni. Nel 2016 hanno scelto di proseguire gli studi il 60,3% dei diplomati italiani (il 4% in più rispetto al 2015), sebbene non ai livelli del 2006 dove superava il 70,7%. L’aumento registrato nel 2016 è superiore al Nord, dove a proseguire gli studi è il 62,7% dei diplomati (+5,5% rispetto al 2015) e al Centro, dove raggiunge il 63,6% (+4,3%), rispetto al Sud dove il tasso di proseguimento degli studi si attesta al 54,5% (+2,1%).

Le immatricolazioni sono crollate al Sud. Anche se il 2016 registra una positiva inversione di tendenza degli immatricolati (+2,4% rispetto al 2015), l’incremento non fa tornare l’Italia ai livelli 2006, con una perdita di 38.635 studenti (-12,5%). A registrare il calo maggiore sono state le regioni del Mezzogiorno, che hanno perso in 10 anni il 22,4% dei propri immatricolati residenti. La perdita di iscritti al Sud corrisponde a più dell’intera popolazione di immatricolati residenti in regioni come il Lazio o la Sicilia. Le regioni del Nord, invece, hanno registrato il calo più lieve di immatricolati (-3%): circa 3.650 studenti.

Andando ad analizzare le lauree specialistiche, sono quasi 90.000 nel 2016 i laureati italiani che proseguono gli studi iscrivendosi ad un corso di laurea di secondo livello. Circa 70.000 provengono in egual misura da Nord e dal Mezzogiorno, 20.000 dal Centro. Contrariamente a ciò che accade per le triennali, a livello nazione si assiste ad un lieve aumento degli iscritti nel periodo 2006-2016 (+1,5%), ma una diminuzione considerevole del 15% rispetto all’anno precedente.

Fra le cause della crisi degli atenei al Sud, c’è stato il taglio ai finanziamenti. Gli ultimi dati disponibili mostrano che la spesa pubblica in Italia destinata all’istruzione terziaria è pari allo 0,8% del Pil, a fronte di una media Ue a 22 dell’1,8%; la spesa media per studente in formazione terziaria è di 7.114 dollari, al di sotto della media Ue a 22 (10.781 dollari) e dell’area Oecd (11.056 dollari).

Nel 2017 ci sono state, per fortuna, delle sorprese nella distribuzione della parte premiale del Fondo di finanziamento ordinario per le università italiane. Il dato più significativo è che ben l’82% delle università meridionali è riuscito a migliorare la performance sulla parte premiale (il 18% l’ha peggiorata); le università del Centro-Nord hanno invece riportato una quota similare tra quelle che hanno incrementato la loro parte premiale (il 54%) e quelle che l’hanno diminuita (il 46%). Questo dato, seppur nelle diversità strutturali che permangono, è, secondo la Svimez, positivo.

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