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Biologico, Sicilia in prima fila: ma il Sud resta maglia nera sul fronte consumi

Biologico, Sicilia in prima fila: ma il Sud resta maglia nera sul fronte consumi

L’Isola è la seconda regione italiana con il 22,04% di ettari coltivati in maniera “naturale”
Biologico, Sicilia in prima fila: ma il Sud resta maglia nera sul fronte consumi
Cresce ed è economicamente in buona salute il biologico italiano. A ufficializzare, in termini numerici, una sensazione diffusa sono arrivati i dati dell’Osservatorio Sana 2015 presentati a Bologna nell’ambito del convegno “Tutti i numeri del bio”, organizzato in concomitanza con l’inaugurazione del Salone internazionale del biologico e del naturale.   A oggi «l’11,2% dei 12.426.000 ettari di superficie agricola italiana coltivata secondo il metodo dell’agricoltura biologica fanno dell’Italia il Paese europeo con la maggiore incidenza di coltivazioni biologiche, il secondo per superficie coltivata. Inoltre, l’Italia è il primo Paese europeo per numero di operatori», ha affermato Francesco Giardina del Sistema d’informazione nazionale sull’agricoltura biologica (Sinab).   In questo panorama la Sicilia si conferma anche nel primo semestre 2015 la regione italiana con il maggiore numero di operatori e la seconda, con il 22,04% di ettari coltivati biologicamente, dietro la Calabria. «Anche se - ha sottolineato Giardina - gli operatori siciliani sono calati nei primi sei mesi del 2015 rispetto al 2014 probabilmente per gli effetti del Piano di sviluppo rurale (Psr) ». Complessivamente a fine 2014 in Italia le coltivazioni bio hanno sfiorato quota 1,4 milioni di ettari, un’estensione grande quanto la Campania. Per la precisione, si tratta di 1,338 milioni di ettari che, su base annua, determinano una crescita superiore al 5,4%. Nel 2014, oltre 80mila ettari sono stati convertiti alla produzione secondo il metodo bio.   Quanto alle imprese, nel 2014 gli operatori certificati risultavano 55.433, di cui oltre tre quarti (42.546) sono produttori esclusivi. A questi si aggiungono 6.104 preparatori esclusivi (comprese le aziende di vendita al dettaglio), 6.524 aziende che producono e fanno anche trasformazione e 259 importatori. Rispetto al 2013, il numero complessivo degli operatori è aumentato del 5,8%.   I consumi. In Italia, inoltre, c’è un cambiamento anche nei consumi biologici. «A fronte di un calo dell’1% dei consumi, è stata registrata una crescita delle vendite del biologico del 13%», ha continuato Giardina. Un trend di crescita che continuerà «perché le prospettive sono positive e il ministero delle Politiche agricole sta intervenendo con un piano strategico per indirizzare, in questa fase d’incremento, quello che potrà essere il futuro per i prossimi anni». Il comparto biologico cresciuto di più è quello dei vini (+91%). A seguire i cereali con i propri derivati (+28%), gli ortaggi freschi e trasformati (+21%), la frutta fresca e trasformata (+13/14%). Altro dato interessante è la decrescita in termini assoluti dei consumi di uova, yogurt, latte fresco, pasta e succhi di frutti contrapposta alla crescita, invece, degli stessi alimenti certificati biologici. E, finalmente, «anche il Sud, che è più indietro in Italia sul fronte dei consumi biologici, sta cambiando le proprie abitudini tanto da aver fatto registrare un +28% nell’acquisto di prodotti biologici».   L’export. Nel 2014 l’80% delle aziende delle imprese agroalimentari certificate bio del campione dell’Osservatorio Sana ha venduto all’estero. «L’export biologico italiano, infatti, ha raggiunto quota 1,4 miliardi di euro, pari al 4% del totale di tutto quello dell’agroalimentare italiano. In testa all’export, frutta e verdura (20%) e i sostituti vegetali del latte (16%) », ha osservato Silvia Zucconi di Nomisma che ha condotto, con il supporto di Ice, l’indagine per conto dell’Osservatorio Sana 2015. Ma a essere rilevante, ha concluso Zucconi, «è la percezione che il biologico non sia più riservato a un’élite, ma sia entrato nel paniere tipo del consumatore italiano».     Il motivo sta nel freno al prezzo dei prodotti e alla maggiore consapevolezza del consumatore che, ha spiegato Fabio del Bravo di Ismea, «in periodo di crisi ha rivoluzionato il carrello della spesa stringendo sulla quantità degli acquisti, ma premendo sulla qualità».

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