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Alle origini del blues con "Fatou": la regina del Mali in concerto a Catania

La denuncia di Fatoumata Diawara: «Gli islamici stanno uccidendo la nostra musica»

Alle origini del blues con "Fatou": la regina del Mali in concerto a Catania

Colori e note d'Africa

Statuaria, superba, elegante, dotata di un sorriso radioso e naturale, Fatoumata Diawara ha fatto i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo come attrice di teatro. Durante le pause di lavoro della compagnia, Fatoumata cantava per gioco insieme agli altri attori, e quando il regista la sentì volle farla esibire durante gli spettacoli. «Mi sorprese la reazione della gente dopo ogni spettacolo teatrale in cui, oltre a recitare, cantavo. Mi chiedevano sempre se ero una cantante, e quello che mi toccava nel profondo era che me lo domandavano soprattutto i bambini. Mi sono resa conto che la voce è un mezzo per trasmettere emozioni vere, che non possono mentire, e ne ho approfittato per scrivere quello che mi sembrava ingiusto nel mondo».

“Fatou” ci prende gusto, abbandona la recitazione e inizia a suonare nei caffè parigini, incidendo le sue canzoni in alcuni demo in cui - da autodidatta - suona tutti gli strumenti, reinventando i ritmi veloci e le melodie blues della sua ancestrale tradizione “wassoulou” attraverso una sensibilità istintivamente pop.

C'è qualcosa di speciale nell'idea di una giovane donna che canta con la sua chitarra. Qualcosa che va oltre la nozione di tempo. Se Joan Baez e Joni Mitchell hanno creato l'archetipo, diverse generazioni di artiste, da Tracy Chapman a Laura Marling, lo hanno mantenuto vivo. Non solo Fatoumata Diawara si riappropria di questa immagine in maniera forte e personale, ma la colloca letteralmente in una nuova era, in un'altra cultura; conferendo una prospettiva decisamente africana al concetto di cantautrice.

 

La fuga a Parigi

Il racconto della vita è nei suoi brani: nata in Costa d'Avorio e cresciuta nel Mali, a 12 anni non vuole più frequentare la scuola, così il padre e la madre la mandano a vivere da una zia. Nonostante la famiglia abbia una consuetudine con la danza e la musica, le viene negato il permesso di farne un lavoro e allora “Fatou” scappa. Una fuga rocambolesca a Parigi. Qui lavora con la compagnia teatrale francese Royale de Luxe, come attrice e poi anche cantante, nei caffè e nei club. Sposa un italiano: «Se fossi rimasta in Mali avrei dovuto sposare un mio cugino. Normalmente, nella mia famiglia, a 15 anni si è sposati, a 15 anni sei già considerata una donna. A quest'ora, avrei avuto nove figli e sarei stata molto, molto, vecchia» ride.

A Parigi incontra anche Cheikh Tidiane Seck, musicista e produttore che la invita a tornare nel Mali per due progetti: Seya, album nominato ai Grammy della stella del Mali Oumou Sangare, e Red Earth, di Dee Dee Bridgewater (vincitore di un Grammy Award). Grazie a Sangare si aprono le porte per un contratto discografico con la World Circuit, e viene registrato l'album del debutto, Fatou.

Collaborazioni nascono con Damon Albarn dei Blur, Cheikh Lô, AfroCubism, Herbie Hancock e l'orchestra Poly-Rythmo de Cotonou. Più recentemente, Fatou collabora col pianista cubano Roberto Fonseca (con cui realizza anche uno splendido disco dal vivo, At Home) e torna sul set in Timbuktu del regista Abderrahmane Sissako, che ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica e il François Chalais Prize al Festival di Cannes, sette premi Premi César e ha ottenuto una nomination all'Oscar.

 

Lotta per i diritti

La notorietà non smorza le istanze che hanno animato l'artista fin da giovanissima: «Il mio è un Paese tradizionalista, ma la musica può contribuire al cambiamento di tradizioni sbagliate, come le mutilazioni genitali femminili - spiega - Lontano dalla mia terra è più facile dare un contributo».

«In Mali, sono un piccolo esempio per le donne - continua - Quando sono a Bamako, molte ragazze vengono da me e dicono di essere molto felici per tutto quello che sto facendo». Lo fa con canzoni come Boloko che denuncia la mutilazione genitale femminile. O Sowa, il suo inno ai bambini che crescono senza aver conosciuto i propri genitori. Ma l'impegno di Fatou non è concentrato soltanto sulla lotta per l'emancipazione delle donne africane. In Italia è andata spesso a suonare nei centri di accoglienza o nelle mense per migranti, molti dei quali in fuga dal martoriato Mali. Il brano di sette minuti, Mali-ko (Pace), sollecita all'unità contro i combattenti islamici nel nord del Paese. «Chiediamo la pace e l'unificazione per proteggere il nostro patrimonio culturale. Abbiamo bisogno di aiuto da tutto il mondo. Il messaggio è che la nostra musica sta finendo: se non accorri domani, non rimarrà nulla».

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