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Nek: «Dalla Sicilia la mia forza»

Attesa per il concerto del 22 luglio a Palermo e del giorno successivo a Taormina

Nek: «Dalla Sicilia la mia forza»

Adesso Nek festeggia questi venti anni di successo con Unici in tour, e sbarca in Sicilia per due date: sarà il 22 luglio a Palermo al Teatro di Verdura ed il 23 a Taormina, nella prestigiosa cornice del Teatro Antico.

È da poco uscito Unicos, la versione in spagnolo dell’album Unici, e lui nel mercato latino ha sempre trovato le porte spalancate. Eppure sono stati tanti gli anni di gavetta. Passando anche dalla Sicilia…

Era il 1992, un “Canzoniere dell’estate” dalla Valle dei Tempi, tu agli esordi televisivi. Adesso torni in Sicilia con venti anni di successo alle spalle.

«In Sicilia son sempre venuto con piacere. L’Isola mi trasmette una forza data dalla natura: certi colori, certi sapori, le persone. E da quel giorno ne son successe di cose! Questo spettacolo racchiude questi venti anni, c’è tanto da dire e riproporre, ci saranno alcuni brani riarrangiati, delle novità, un’esperienza unica. La musica sarà protagonista insieme alla gente».

Dal 1997, con “Laura non c’è” è partito il tuo percorso anche fuori dall’Italia.

«È stata la canzone giusta al momento giusto. Certe alchimie non si possono spiegare. Però il lavoro paga: da quel momento ho continuato a lavorare per il mercato estero, con costanza e ripartendo sempre da zero. Bisogna chinare il capo e andare avanti, senza dare nulla per scontato, e per me è un privilegio».

Forse è quell’umiltà che gli artisti emergenti adesso non hanno…

«Se ti consideri un artista non vai mai oltre, se ti consideri un apprendista allora ti metti in gioco e vai avanti, rischiando e sperimentando. Bisogna credere nella propria curiosità. Ho sempre considerato me stesso uno studente, ho un approccio alla musica legato alla voglia di scoprire qualcosa di nuovo. Se mi considerassi già arrivato non rischierei mai nulla e avrei sempre un orizzonte da controllare, ma non è quello che intendo ricevere dalla vita. C’è il passato, ma guardo quello che ho davanti».

E invece guardando indietro, alla tua gavetta, cosa vedi?

«All’epoca non c’erano i talent, le case discografiche avevano più forza, basi più solide, accoglievano i ragazzini che bussavano alla porta con il proprio nastro, investivano più soldi. Oggi non è così, ci sono i programmi televisivi e le case discografiche si accaparrano i primi della classifica. Un personaggio, non ancora artista, se è fortunato e talentuoso, e con un gruppo di lavoro che vuole investire, allora può avere qualche anno per creare le basi giuste. Altrimenti senza talento la gente non è stupida, puoi avere qualche mese di successo, fino a quando non arriva il prossimo talent show, con il prossimo personaggio da mettere in vetrina».

Cosa serve dunque per resistere in alto?

«La cosa più difficile di questo mestiere è la longevità, l’ho provato sulla mia pelle. Ho anche fatto le sagre di paese, forse questi nuovi personaggi pensano che fare le sagre di paese sia avvilente, c’è un diverso tipo di gavetta, si vuole sempre tutto e subito. È importantissimo partire da zero. Oggi per un giovane è più complicato. Probabilmente se fossi un giovane di diciotto anni anche io tenterei la strada dei talent, perché non esiste più la figura del talent scout. Adesso è la televisione a cercare i talenti».

La televisione li crea, i social poi alimentano il fenomeno…

«Se si abusa dei social si distorce la realtà. Adesso esistono gli haters, persone che dietro uno schermo criticano tutto, basano la loro giornata su questo. Si è perso il contatto fisico, la stretta di mano, parlare in faccia. Io le leggo le critiche, a volte rispondo pure. Un giorno ho avuto un confronto dal vivo con un hater, ti racconto cosa è successo. Mi martellava su Internet scrivendomi insulti su insulti, poi è venuto ad un mio concerto. All’uscita l’ho identificato, ho capito chi era, mi sono avvicinato e gli ho chiesto cosa pensasse realmente di me, davanti a tutta la gente. E lui si è cagato addosso. Io utilizzo i social, perché mi servono, li sfrutto per mandare messaggi, quando posso rispondo alla gente, do notizie in tempo reale. Però cerco di stare a debita distanza, non sono un addicted. Ho anche altro a cui pensare nella mia vita».

Adesso il tour, ma già qualcosa bolle in pentola per quanto riguarda i nuovi progetti?

«Qualcosa bolle sempre in pentola, è questo il segreto! Non potrei mai vivere se non avessi qualcosa da generare, già sto scrivendo roba nuova. È questo che mi tiene attivo: cercare sempre strade diverse e lasciarmi trascinare dalla mia curiosità».

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